
Secondo la BCE, come si legge nelle minute della riunione di giugno 2026 quando è stato deciso un rialzo dei tassi dello 0.25%: “Una risoluzione duratura del conflitto in Medio Oriente non significherebbe necessariamente la fine dello shock energetico.
Ciò in quanto ci vorrebbe del tempo affinché le forniture energetiche tornassero alla normalità o a un nuovo equilibrio, e anche le scorte dovrebbero essere ricostituite a un certo punto, il che potrebbe esercitare una pressione al rialzo sui prezzi dell’energia per un periodo prolungato. Per quanto riguarda l’attività economica, i dati in arrivo sono nel complesso, considerati come una conferma del fatto che lo shock energetico stesse avendo implicazioni per la crescita maggiori di quanto previsto in precedenza. In particolare, la guerra in Medio Oriente sta pesando sull’attività e sulla fiducia, e le indagini indicano un rallentamento, soprattutto nei servizi”.
In generale, è stato rilevato che “l’aumento dei prezzi dell’energia legato alla guerra stava agendo come uno shock negativo sull’offerta sempre più persistente, esercitando una pressione al rialzo sull’inflazione e una pressione al ribasso sulla crescita economica. In questo contesto, i rischi per la crescita economica sono orientati al ribasso, specialmente nel settore dei servizi, con il rischio di carenze e gravi interruzioni della catena di approvvigionamento che aumentano quanto più si protraggono le perturbazioni legate al conflitto”.
Inoltre, “un’interruzione prolungata delle forniture energetiche potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi dell’energia e per un periodo più lungo di quanto attualmente previsto. Questi fattori eroderebbero ancora di più i redditi reali e renderebbero le imprese e le famiglie più riluttanti a investire e a spendere.
Il rallentamento della crescita si intensificherebbe se la chiusura delle principali rotte marittime dovesse causare gravi carenze di fattori produttivi chiave, costringendo le imprese dell’area dell’euro a ridurre la produzione”.
L’Ue nasce con il proposito e l’obiettivo di avere tutti la stessa moneta e la stessa politica monetaria, tranne alcune eccezioni concesse come forma temporanea di adesione.
Nell’Ue c’è sempre stata la frenesia di unire, senza alcuna valutazione critica sul se e quanto fosse opportuno da un punto di vista macroeconomico, per la crescita dei singoli Paesi e dell’Ue nel sul complesso.
L’impianto proposto è sempre lo stesso (nonostante i fallimenti), cioè il liberismo puro: la libera circolazione di capitali, mezzi e persone, nella pia illusione che questo favorisca la crescita economica. Quello di cui non si è tenuto conto è il fatto che nella realtà economica sono presenti soggetti diversi, che hanno obiettivi diversi.
Gli Stati e il sistema bancario dovrebbero avere l’obiettivo della crescita economica degli “altri”, perché solo in questo modo possono avere la stabilità per sé. Gli “altri” (famiglie e imprese) invece mirano alla crescita finanziaria per sé, cioè hanno un obiettivo egoistico, che potrebbe essere perseguito anche con la diffusione di certi problemi o il fallimento dei concorrenti del loro settore. Per esempio, i meccanici e i carrozzieri potrebbero essere favorevoli a strade dissestate e contrari alla loro tenuta in ordine; così come le farmacie potrebbero essere favorevoli alla diffusione delle malattie o semplicemente alla diffusione del terrore per una malattia.
A contrastare questi interessi che potremmo definire “antisociali” dovrebbero esserci due elementi: il primo è quello delle regole che favoriscono comportamenti virtuosi e contrastano quelli socialmente dannosi; il secondo è il potere dei più forti nel campo economico e finanziario (Stato e sistema bancario) che ugualmente dovrebbero favorire i comportamenti socialmente utili che creino benessere, anche attraverso strumenti propri come la politica economica e la politica monetaria.
Il disastro avviene quando anche tali soggetti, Stato e sistema bancario, puntano prima di tutto alla loro egoistica convenienza finanziaria, soprattutto rinunciando a quei poteri che caratterizzano la sovranità di uno Stato.
Un esempio potrebbe essere che quando la Bce alzava i tassi di interesse, con l’obiettivo di contrastare un’inflazione ancora vivace, la Bank of England ha ritenuto di mantenere i tassi invariati per evitare di creare difficoltà alla crescita economica. Se avessero avuto la moneta unica, non avrebbero potuto fare una politica monetaria distinta.
Stato e sistema bancario dovrebbero avere politiche anticicliche, cioè alleggerire le tasse e tenere bassi i tassi quando l’economia si trova in difficoltà. Invece ora accade il contrario: con l’economia in difficoltà, lo Stato bada ai propri bilanci e mantiene le tasse alte (o ne inventa di nuove) e le Banche centrali alzano i tassi, per contrastare un’inflazione che non dipende da una crescita vivace ma da shock esterni. Ci vorrebbe la sovranità economica e monetaria per fare esattamente il contrario.
Da tutto questo emerge che le logiche economiche sono coercitive all’esercizio delle scelte politiche esercitabili in democrazia nel rispetto della volontà degli elettori. Lo stato sociale ed assistenziale finisce per essere secondario alle cause di forza maggiore: sicurezza e difesa in rapporto all’equilibrio dei conti dello Stato condizionati dal Pil che a sua volta dipende dalla congiuntura geopolitica. Di conseguenza, diventano fattori che contribuiscono alla crisi delle democrazie.
Salvatore Rondello

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