
Il sesso si praticava, tra le strette mura domestiche, o tra le mura di qualche casa chiusa. Era appannaggio degli uomini: mentre le donne, al di fuori del matrimonio, erano ‘costrette’ alla castità, pena la perdita dell’onorabilità sociale, gli uomini erano liberi di divertirsi con signorine compiacenti. In genere prostitute, qualche volta donne giudicate ‘di facili costumi’, già emarginate, ‘riette’ dalla società.
Una ragazza ‘da marito’ non parlava di sesso con sua madre. Il sesso lo imparava dal marito, qualche volta dal fidanzato, con la speranza che tenesse fede alla sua promessa di matrimonio…
Un ragazzo, invece, riceveva dal padre incoraggiamenti e istigazioni a tenere alto il vanto e l’orgoglio di famiglia, a dimostrarsi, con prestigio, erede di un tale padre e prosecutore di una tale dinastia…
Le donne il sesso lo subivano, anche quando lo vivevano con piacere. Difficile pensare ad una donna ‘costumata’ e onesta degli anni ’50 che prendesse l’ ‘iniziativa’ sessuale con il proprio marito…
La morale cattolica, condita di un maschilismo becero e oscurantista, imponeva che, come recitava un detto di allora, una donna facesse sesso con la casta ritrosia e il virgineo pudore di una ‘vestale’: “non per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio”…
Oggi, fortunatamente, qualcosa è cambiato.
Oggi è considerato socialmente accettabile che anche una donna abbia esperienze sessuali prima del matrimonio e non necessariamente con il candidato futuro marito. Ma in maniera ‘morigerata’… E’ ancora giudicato riprovevole che una donna si circondi di uomini, che esibisca le proprie ‘conquiste’, o che cambi uomo con la facilità con cui si cambia di abito, che frequenti uomini sposati, ecc. ecc. Mentre è socialmente accettato e anzi, a volte apprezzato, che un uomo si circondi di amanti, fidanzate, compagne, a ripetizione, o anche tutte concomitantemente insieme!
Di fatto, in questo senso, il sesso continua ancora ad essere un tabù per la femminilità anche se, almeno ufficialmente, concettualmente e linguisticamente, non è più un tabù.
Le ragazze spesso si confidano con le proprie madri, a volte anche con i padri, e, anzi, spesso sono i genitori a chiedere, a informarsi sulla vita intima dei propri figli, soprattutto per assicurarsi che vivano la sessualità con responsabilità e in sicurezza. A volte con successo, a volte no. Mia zia, per esempio, ha sempre avuto un rapporto molto confidenziale con il proprio figlio ventenne, che non ha mai risparmiato i dettagli della propria vita intima a genitori e familiari stretti. Mia zia, sua madre, non ha mai esitato a parlargli di preservativi e mezzi contraccettivi, insistendo molto perché ne facesse uso. E, dopo aver conosciuto la fidanzata attuale del figlio, ha cominciato a stimolare anche lei stessa a farne uso. Risultato fallimentare: aspettano un bambino già da qualche mese!
Oggi comunque di sesso si parla e molto.
A volte forse troppo. La confidenza è positiva ma l’invadenza o il disprezzo della propria riservatezza, forse sono un eccesso.
La confidenza è positiva, soprattutto con i figli adolescenti, che vivono le prime esperienze sessuali. Attraverso la confidenza, è più facile trasmettere un’educazione sessuale, che significa responsabilità, buon senso e emozione.
Ma non ho mia condiviso la confidenza fine a se stessa. Non mi sono mai piaciuti i racconti fitti di dettagli e privi di pudore sulla propria intimità sessuale. Non mi piacciono le chiacchiere da bar o i pettegolezzi tra amiche, e nemmeno l’ostentata confidenza amicale tra figli e genitori.
L’intimità in genere si condivide tra due persone, non in un collettivo.
Mia nonna un giorno, commentando la storia di una mamma che frequentava luoghi e amici della figlia, di cui cercava di essere complice e amica, osservò: “Esagerato!! Ci manca solo che, se la sera prima è stata con un uomo, la mattina dopo lo racconti alla mamma!!”.
Rosita Bimbi

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