
Sono ormai sessanta giorni di guerra e, nonostante i reiterati annunci di Trump di vittorie strepitose e di fulminei annientamenti del nemico, l’Iran resiste, mettendo in dubbio persino l’efficienza e l’efficacia del più grande e attrezzato esercito del mondo.
Così Trump é costretto a fare sempre più se stesso e lanciare minacce contro tutti, mostrare i muscoli cercando di recuperare consensi in vista delle elezioni politiche di novembre, distogliendo l’opinione pubblica dai costi umani e finanziari dell’aggressione all’Iran.
Il presidente americano minaccia di invadere Cuba, minaccia di aumentare i dazi sulle auto europee e minaccia di ritirare le truppe americane da Germania, Spagna e Italia, colpevoli di non averlo aiutato nell’ avventura iraniana.
L’Europa e la politica italiana non possono tacere e devono articolare una risposta, una politica nuova, autonoma, non più succube degli USA.
Cominciamo da Cuba.
Dopo aver abbattuto il governo Maduro in Venezuela all’inizio dell’anno, Trump vede Cuba come un ulteriore tassello per il controllo dei Caraibi.
Perciò é stato imposto il blocco totale delle petroliere, una vera e propria quarantena navale, simile a quella del 1962, che ha portato l’isola al collasso, causando una crisi umanitaria.
L’Europa non può restare a guardare e dovrebbe lanciare un “Ponte Aereo per l’Avana” per fornire medicinali e generatori, sfidando apertamente il blocco americano sul piano morale e legale. Se gli USA fermassero navi di aiuti europei, la crisi diplomatica diventerebbe insanabile.
Madrid e Roma , in modo particolare, dovrebbero avanzare una proposte per un allentamento delle tensioni, mettendo in guardia dai rischi di un’invasione.
Europa e Italia devono ribadire in sede ONU che il “regime change” forzato, tramite invasione militare è inaccettabile. Cedere su Cuba significherebbe accettare ancora una volta che la forza bruta sia l’unica legge internazionale del XXI secolo.
Lasciare che si accenda in America Latina un nuovo focolaio di guerra sarebbe semplicemente folle considerando le strette relazioni che la Russia mantiene con Cuba.
Anche sui nuovi dazi al 25 per cento sulle auto, che entreranno in vigore dal 4 maggio, l’Europa deve reagire e non limitarsi a denunciare l’inaffidabilità di Trump. Essa deve smettere di guardare all’Atlantico come unica via di salvezza economica. La globalizzazione ha aperto nuovi e grandi mercati e nuove classi borghesi in ascesa sono attratte dai prodotti europei. Rafforzare i trattati commerciali con l’estremo oriente -Vietnam, Indonesia- e con l’ India e intensificare gli accordi con l’America Latina può creare rapporti e scambi commerciali in risposta al protezionismo americano.
Ma se l’Europa vuole davvero emanciparsi dal ricatto dei dazi di Trump é inevitabile avere una politica comune verso la Cina
Mentre Trump minaccia di chiudere i mercati, la Cina sta costruendo il più grande sistema commerciale della storia attraverso la RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) e l’espansione dei BRICS+. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il dilemma è: restare pedissequamente fedeli all’alleato americano che ricatta e minaccia, o diventare un interlocutore serio con un mondo nuovo in ascesa economica che chiede anche di svolgere un ruolo politico adeguato sullo scacchiere internazionale.
Accordi commerciali con la Cina regolati in Euro o in una moneta paniere (non in Dollari) proteggerebbero l’Europa dalle sanzioni americane, dai ricatti e dal suo assoluto comando finanziario sulle transazioni. Tagliare il cordone ombelicale finanziario che lega l’Europa agli Stati Uniti è rivoluzione, é una mossa ad alto rischio, che però si può e si deve cominciare a prospettare e ad attuare anche con iniziative parziali.
Inoltre, Cina ed Europa hanno un interesse comune vitale: la fine della guerra in Iran. Pechino è il principale acquirente di petrolio iraniano; l’Europa ha bisogno di stabilità energetica. Un’iniziativa di pace congiunta Sino-Europea avrebbe un peso diplomatico che Washington non potrebbe ignorare.
La questione della pace connessa a quella energetica si impone anche a Est dell’Europa, strettamente legata alla guerra in Ucraina che ormai dura da oltre quattro anni. L’Europa deve avanzare una proposta di pace, frutto di una trattativa e di un compromesso tra le parti che definisca un punto di equilibrio e faccia cessare il conflitto.
La guerra dura da troppo tempo perché l’economia europea possa continuare a reggerne il peso senza scivolare in una recessione strutturale. La pace non è più solo un auspicio umanitario, ma anche la condizione necessaria per la ripresa del nostro continente.
Se la guerra dovesse fermarsi e si potesse avviare una graduale normalizzazione, l’industria europea (soprattutto quella italiana e tedesca) recupererebbe quel margine di profitto che oggi viene mangiato dai costi energetici triplicati.
Un dato é certo: se l’Europa non riallaccia i ponti con l’Est, rimarrà schiacciata tra un’America protezionista (Trump) e una Cina aggressiva, trasformandosi in un museo a cielo aperto senza più industria pesante.
Infine, non si deve dimenticare che l’Europa deve guardare anche al Sud, all’Africa, a un continente in evoluzione e in straordinaria crescita non solo demografica. Come si può pensare che la politica verso questo gigante, così vicino a noi, possa consistere nell’alzare muri contro i ragazzi e le ragazze migranti e nel farli morire in mare? Occorre anche qui una politica di cooperazione e di sviluppo fatta da tutta l’Europa Unita con la capacità di parlare e di agire come una entità forte ed unica e di essere -dobbiamo dirlo- in grado di competere con le altre grandi potenze mondiali nello stabilire relazioni eque e reciprocamente vantaggiose, caratterizzate dal rispetto dei diritti umani e da una effettiva collaborazione.
Queste iniziative europee, come é evidente, richiedono un’Europa più unita e non meno Europa o, peggio ancora l’Europa delle nazioni, come vorrebbe la destra populista, ancor più frammentata e irrilevante.
In questo quadro di rafforzamento della UE e di una vera politica europea sullo scacchiere internazionale é giusto che l’Europa si doti di una propria difesa, non accrescendo la spesa che è già alta, ma razionalmente e unendo gli attuali eserciti e armamenti.
Le proposte che ho provato a delineare in questo post non hanno certo un valore definitivo, sono solo semplici appunti, idee abbozzate ed incomplete per per una politica internazionale diversa e nuova da quella che caratterizza l’Italia e l’Europa negli ultimi 81 anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale.
Forse su alcuni temi posso essermi sbagliato o posso avere espresso idee inutilizzabili per ragioni contingenti di realismo politico. Però, sono sicuro che è a questo livello che deve svilupparsi la discussione e l’approfondimento e lo studio di una forza politica di sinistra che si candida a governare per fare una politica alternativa a quella delle destre.
La grande politica è tornata e senza una politica internazionale non si fa più politica neppure all’interno del proprio Paese.
Il “Secolo Americano” è ormai definitivamente in crisi e i colpi di furore dell’unilateralismo di Trump ne sono la manifestazione evidente.
Se l’Europa non approfitta di questo momento per essere se stessa e giocare una propria partita nel vasto e diversificato mondo attuale, rischia di affondare insieme alla strategia di Washington.
La domanda è: l’Europa ha il coraggio politico per riscrivere le regole del gioco, o preferisce restare un passeggero passivo su una nave guidata da un capitano che minaccia di affondare anche gli scafi dei suoi alleati?
In ogni caso, discuterne liberamente non può fare altro che bene alle forze di sinistra nel nostro Paese perché costringe a guardare oltre l’orizzonte delle prossime elezioni politiche, puntando al cuore del destino del nostro continente e quindi dell’Italia e quindi di ciascuno di noi.
Enrico Rossi

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