In questi mesi stanno maturando a Bruxelles molte regole fondamentali dell’Unione, tre delle quali sono cruciali per l’Italia: l’incorporazione del Fiscal Compact all’interno dei Trattati europei; il completamento e la stabilizzazione della Banking Union; la revisione dello Statuto dell’Esm al fine di trasformarlo in un vero e proprio Fondo monetario europeo (Fme). Con un governo a fine legislatura, l’Italia rischia di trattare a Bruxelles da posizioni di oggettiva debolezza. E’ necessario, quindi, che su questi temi si apra il confronto, e che si ricerchi un ampio sostegno politico e mediatico sulle soluzioni a noi favorevoli. Sui temi europei, le forze politiche italiane sono quasi remissive: di uscire dall’euro non se ne parla più; della moneta parallela, analoga alle Am-lire, si sono perse le tracce; neppure si accenna alle diverse proposte di introdurre i titoli di credito fiscale. Una campagna elettorale conflittuale sulle questioni di politica interna, ma convergente sulle future regole europee, sarebbe vantaggiosa per chiunque dovesse prevalere nel voto di marzo. Si eviterebbe una nuova resa senza condizioni, come invece accadde con il Trattato di Maastricht e poi con il Fiscal Compact, approvati in Italia dai Parlamenti frastornati dalle crisi del 1992 e del 2011. Cominciamo dalle regole sul debito pubblico. Sarebbe una follia accettare senza discussioni la riproposizione nei Trattati europei della regola della sua riduzione di 1/20 l’anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del pil. Occorre affrontare due questioni: in primo luogo, il trattamento da dare ai titoli acquistati dalla Banca d’Italia per conto della Bce nell’ambito del Qe. Per l’Italia, a fine novembre, si trattava di 319 miliardi di euro: non è accettabile che questo argomento sia escluso dal tavolo delle trattative, affermando che si tratta di una questione di politica monetaria, da lasciare alla esclusiva discrezionalità delle Banche centrali. Questo debito, se non va anche formalmente cancellato, deve essere comunque oggetto di un regime speciale a lunghissimo termine, almeno cinquantennale. Non solo va escluso dal computo del Fiscal Compact, ma soprattutto va ottenuta la retrocessione integrale degli interessi pagati dal Tesoro, al netto delle commissioni d’uso per la gestione, così come avviene negli Usa per i rapporti analoghi tra Fed e Treasury, e così come avveniva in Italia prima del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1980. Non basta: occorre anche che, rispettando le regole relative all’obiettivo del pareggio a medio termine (MTO), ci sia un automatismo immediato negli interventi effettuabili direttamente dalla Banca d’Italia, illimitato nelle dimensioni sulla base dell’OMT già previsto dalla Bce, per evitare che ci siano nuove speculazioni sul nostro debito pubblico. Non possiamo permettere che si ripetano le tensioni dell’estate del 2012: con l’Italia in ginocchio nonostante le manovre micidiali adottate dal governo Monti, i mercati ricominciarono come nulla fosse a fare baldoria. Se c’è il rispetto di un impegno internazionale, verificato dalla Commissione europea, relativo ad una severa disciplina di bilancio, è assolutamente inammissibile lasciare che i mercati possano ancora brandire la loro mannaia. O il rispetto delle regole, o le sanzioni del mercato. La seconda questione riguarda il sistema bancario, ed il nesso con il debito pubblico: occorre porre fine alla interminabile spola che ha caratterizzato queste relazioni. Non si tratta di obbligarle a costituire margini di capitale a fronte anche di questi impieghi, bensì di iniziare il processo di scorporo del sistema dei pagamenti dalla funzione bancaria, ponendo fine alla bicentenaria alchimia della trasformazione delle scadenze, con i depositi a vista cui corrispondono impieghi a medio e lungo termine. Serve dunque un sistema centralizzato sotto controllo pubblico, come è stato proposto da Paolo Savona, che operi sul modello blockchain, sotto il controllo pubblico: inizialmente avrebbe al passivo 500 miliardi di euro di depositi a vista, ed altrettanti titoli di Stato italiani all’attivo, pari alle detenzioni bancarie attuali. Le due operazioni appena descritte, che riguarderebbero un ammontare di debito pubblico di poco superiore agli 800 miliardi di euro, farebbero scendere all’84% del pil la percentuale in mano al mercato e ridurrebbero drasticamente l’onere netto per gli interessi. A queste condizioni potremmo discutere della riduzione del rapporto debito/pil nell’ambito di una direttiva dell’Unione che recepisca il Fiscal Compact. Occorre discutere anche della stabilizzazione della Banking Union. E’ indispensabile una radicale deforestazione del groviglio di organi e di sovrapposte competenze che si sono affastellate, con le normative emanate quasi quotidianamente ed in modo disorganico. Vanno riviste, in particolare, per tener conto delle farraginosità riscontrate, sia la Decisione della Commissione europea del 1° agosto 2013 in materia di aiuti di Stato alle banche sia la direttiva BRRD. Infine, va messa bene a fuoco la trasformazione dell’Esm in Fme: sembra una iniziativa volta unicamente ad assicurare un default ordinato dei debiti pubblici in caso di crisi. L’idea che eroghi fondi di sostegno condizionati alle riforme, o che agisca come la Banca mondiale degli investimenti, in sostituzione del Piano Junker ed in aggiunta alla Bei, sembra un guazzabuglio. Questi sono i tre temi europei strategici per l’Italia, su cui occorre confrontarsi, elaborare proposte condivise, e battersi. Diversamente, a marzo sarà troppo tardi: per chiunque vinca, e soprattutto per l’Italia.”
Guido Salerno Aletta (da RISALIRE)

Lascia un commento