
La notizia di oggi è che il Covid, in una settimana, ha fatto in Italia quasi 100 vittime.
Dal ministero si affrettano a dichiarare -sicuramente è così- che non c’è motivo di allarme, ma intanto si emanano, giustamente, circolari per effettuare test ai sintomatici che accedono alle strutture sanitarie e si mettono sotto controllo gli stessi operatori.
La sensazione sgradevole è che il Covid fosse stato rimosso dal dibattito pubblico e se ne parlasse come di un fatto del passato, superato e da dimenticare.
Per questo ora sarà più difficile procedere alla vaccinazione, necessaria e urgente, delle persone fragili e degli anziani e rimettere in moto una macchina organizzativa complessa, impegnativa e costosa.
Anche sul piano politico l’attenzione alla sanità era scemata rapidamente e con essa i fondi destinati alla nostra salute si erano nuovamente ridotti.
Senza salute -era stato detto- non c’è nemmeno economia. Però si è continuato a fare tutto il contrario.
L’Italia , per il 2023, con una spesa per la sanità pubblica del 6,8 per cento sul Pil, si colloca ormai da tempo sotto la media europea del 7,1, e imparagonabilmente sotto la Germania che spende il 10,9 per cento, la Francia che spende il 10 per cento, e persino la Spagna con il suo 8 per cento.
La crisi è davvero profonda e il rischio di un degrado inarrestabile è ormai nei fatti.
Il personale fugge dalla sanità pubblica perché non ha incentivi sufficienti e ha perso, dopo anni di incuria politica e di ristrettezze, la stessa motivazione per il lavoro.
Mancano gli infermieri, ma nessuno si è mai chiesto perché un giovane dovrebbe studiare e poi andare a fare un lavoro difficile, con turni massacranti per guadagnare solo 1400 euro al mese.
Occorrono risorse importanti se davvero vogliamo salvare la sanità pubblica.
Dunque, mi chiedo, che senso ha voler ridurre le tasse a tutti, anche ai più abbienti, se poi, quelle decine di euro in più al mese, una famiglia normale è costretta a spenderli con gli interessi se deve una visita medica o un esame diagnostico in tempi appropriati per potersi curare efficacemente?
La salute prima di tutto non è uno slogan politico per conquistare consenso, ma deve essere un principio etico che presiede a tutte le scelte della collettività, oltre che un diritto individuale che deve essere tutelato.
Leggo che a sinistra autorevoli esponenti politici dichiarano che bisogna arrivare al 7 per cento del Pil da dedicare alla spesa sanitaria.
Mi permetto di osservare che si tratta di ben misera cosa che non cambierebbe lo stato di crisi, ormai comatoso, in cui versa il Servizio Sanitario Nozionale.
Se vogliamo davvero imprimere una svolta e rilanciare la sanità pubblica occorre trovare almeno dieci miliardi aggiuntivi a quelli previsti per il 2024 e puntare a raggiungere l’8 per cento del Pil.
Dove si possano trovare tutti questi soldi?
Lo Stato -sia chiaro, tutti i partiti d’accordo, nessuno escluso- ha deciso allegramente, e sciaguratamente sbagliando pure i conti, di finanziare con il 110 per cento le ristrutturazioni delle case in proprietà e ora deve rispettare gli impegni e quindi pagare un’enormità, qualcosa come circa trenta miliardi all’anno per diversi anni, che da soli rappresentano una manovra cospicua.
Dunque la situazione non è certo facile ma la via per trovare le risorse per la sanità esiste.
Bisogna decidere di non aumentare le spese militari e chiedere, al netto di sanità e scuola, ai vari settori della Pubblica Amministrazione di rinunciare a qualcosa per il prossimo anno.
Lo Stato nel complesso spende all’anno circa 1000 miliardi.
Non è credibile che dentro una spesa tanto grande non si possa risparmiarne almeno 10, tagliando gli sprechi, le “mance” distribuite alle clientele, i consumi inutili, in modo da garantire alla sanità di avere un adeguato finanziamento.
La scelta, come sempre, è politica.
Le risorse da sole non fanno una buona sanità ma è altrettanto vero che con risorse troppo scarse essa non può sopravvivere, soprattutto quando sono in corso eventi straordinari come la pandemia.
Enrico Rossi

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