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Senza prima il disarmo di Hamas lo Stato di Palestina è pura demagogia 

Chi  auspica da sempre  la nascita di un vero Stato palestinese deve porsi la seguente domanda. Finché le Brigate Al Qassam di Hamas saranno operative a Gaza è realistico riprendere il progetto politico “Due Popoli/Due Stati” ? La nostra risposta è  NO perché questo significherebbe sottoporre Israele ad una minaccia terroristica costante. Nessuno puo’ permettersi di chiedere questo ad Israele. Quanto ci metterebbe Hamas a ricostruire i suoi tunnel? E quando a riorganizzare un nuovo 7 ottobre? Coloro che  appoggiano la causa palestinese non possono  continuare ad eludere il nodo politico-miltare rappresentato dalla persistente presenza di Hamas a Gaza City e nella Striscia. Non basta la  condanna del 7 ottobre, il tema e’: che fare? Cio’ vale innanzitutto per la comunità internazionale.

di Marco Mayer Valeria Fargion | 14 Agosto 2025

Chi  auspica da sempre  la nascita di un vero Stato palestinese deve porsi la seguente domanda. Finché le Brigate Al Qassam di Hamas saranno operative a Gaza è realistico riprendere il progetto politico “Due Popoli/Due Stati” ? La nostra risposta è  NO perché questo significherebbe sottoporre Israele ad una minaccia terroristica costante. Nessuno puo’ permettersi di chiedere questo ad Israele. Quanto ci metterebbe Hamas a ricostruire i suoi tunnel? E quando a riorganizzare un nuovo 7 ottobre?

 Coloro che  appoggiano la causa palestinese non possono  continuare ad eludere il nodo politico-miltare rappresentato dalla persistente presenza di Hamas a Gaza City e nella Striscia. Non basta la  condanna del 7 ottobre, il tema e’: che fare? Cio’ vale innanzitutto per la comunità internazionale. A giudicare dalle dichiarazioni riportate dai media il riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina non affronta questo aspetto cruciale.  Alla fine di luglio, invece, un gruppo di  paesi della Lega Araba ha chiesto il  completo disarmo delle milizie armate Al Qassam,  ma Hamas ha risposto picche.

Evidentemente la pressione dei paesi arabi  non e’ sufficiente. Hamas può ancora contare su una robusta rete di contatti di cui l’Iran è la punta dell’iceberg. Basti pensare che dopo il massacro e i rapimenti del 7 ottobre ne’ la Russia ne’ la Cina hanno voluto interrompere le loro relazioni con Hamas. La BBC, inoltre,  ha recentemente documentato i molteplici  canali finanziari che hanno alimentato e tuttora alimentano Hamas e la sua propaganda.

In questo contesto – nonostante le loro divisioni politiche sull’ operato di Netanyahu – i principali leader europei dovrebbe promuovere una iniziativa diplomatica congiunta nei confronti dei paesi arabi allo scopo di rilanciare la loro proposta di completo disarmo  di Hamas – condizione necessaria per avviare  dei negoziati realistici in merito alla costituzione dello stato palestinese. È auspicabile  che – in parallelo alla risoluzione dell’ emergenza umanitaria – questa  posizione  sia assunta da tutti i paesi e da  tutte  le organizzazioni il cui obiettivo sincero è  quello di assicurare un futuro di benessere, sicurezza e libertà al popolo palestinese.  

A questo proposito e’ importante coinvolgere nelle forme possibili alcune entità culturali palestinesi e naturalmente  la stessa ANP, per non ripetere l’ errore storico compiuto dagli Accordi di Abramo del 2018 quando il popolo palestinese fu completamente scavalcato. Nel contempo occorre al piu’ presto  assumere iniziative diplomatiche per  favorire un lavoro di prevenzione  in modo da  evitare che alla prossima Assemblea Generale dell’ ONU venga approvata una risoluzione sul  riconoscimento della Palestina senza la precondizione del disarmo completo di Hamas.

Questa impostazione – per quanto basata su dati fattuale  e su  considerazioni logiche –   si scontra frontalmente con la narrativa mainstreem che  domina i media di tutto il mondo. Tutte le colpe vengono attribuite ad Israele e nessuno parla più del micidiale arsenale di morte che Hamas ha costruito a Gaza negli ultimi vent’anni. Possono esserci molte ragioni per criticare Israele per violazioni del diritto umanitaro, ma la  narrativa mainstream  dovrebbe essere rovesciata: il prerequisito per costruire lo stato palestinese è il disarmo di Hamas. È possibile ottenere questo radicale  cambio di prospettiva? Su questo giornale molti mesi fa  Isaac Ben Israel ha messo in evidenza come dopo il 7 ottobre Israele abbia  scelto una strategia di comunicazione completamente sbagliata (e quasi impossibile da rimediare) nei confronti dell’ opinione pubblica internazionale. Nel mondo contemporaneo sappiamo quanto questo possa pesare .Certo non è solo una questione di comunicazione,  basti pensare all’enorme numero di  vittime civili, ai disastri che stanno compiendo i coloni in Cisgiordania ed al sostanziale ricatto a cui la società israeliana è sottoposta da parte dell’ ultradestra ortodossa. 

Ci  rendiamo  conto che pretendere che i Macron, Merz, Meloni, Tusk e gli altri leader politici europei entrino in contrasto con  le loro  opinioni pubbliche  e  si schierino  

controcorrente nelle nostre società dominate dalla comunicazione e’ probabilmente  troppo. 

Tuttavia per i politici europei e’ imperativo  avere il  coraggio di affermare come stanno veramentele cose.. Mancano  meno di due mesi prima che Netanyahu attui il rischiosissimo  piano di evacuazione dei civili da Gaza  City e i militari israeliani per primi hanno sottolineato i gravissimi pericoli che questa operazione comporterebbe per tutte e due le parti. Senza una efficace iniziativa politica  che ponga al centro dell’ opinione pubblica il disarmo di Hamas l’ azzardo di Netanyahu è destinato a concretizzarsi. 

Marco Mayer e Valeria Fargion 

Pubblicato in : AperturaTag: Brigate Al qassam, gaza city, hamas, israele, Onu, sionismo, Tel Aviv

Info Marco Mayer Valeria Fargion

Valeria Fargion è professore associato di scienza politica, titolare ( dal 2004) di una Cattedra Jean Monnet presso la scuola di scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’università di Firenze, dove insegna “Politics of European Integration” nell’ambito della laurea magistrale in relazioni internazionali e studi europei (RISE). Fino al 2020 ha coordinato il percorso di Studi Europei ed è stata responsabile delle relazioni internazionali per la Scuola di Scienze Politiche. La sua attenzione prioritaria per la dimensione internazionale e per il dialogo tra studiosi provenienti da ambiti disciplinari e da contesti socio-politici e culturali diversi la hanno portata negli anni a ricoprire ruoli di coordinamento in una serie di reti accademiche transnazionali: è stata per due mandati ( 2002-2006 e 2006-2010) membro elettivo nell’Executive Board del Research Committe 19 “Poverty, Social Welfare and Social Policy” dell’International Sociological Association ; dal 2002 al 2007 membro del comitato esecutivo di ESPANET (il network europeo degli studiosi di politiche sociali) e dalla sua fondazione al 2014 Co-Chair di ESPANET-Italia; dal 2008 al 2010 ha svolto il ruolo di esperto nazionale per la DG Employment della Commissione europea e dalla sua fondazione nel 2014 al 2019 è stata condirettrice e poi direttrice della rivista “Politiche Sociali/Social Policies”, edita da Il Mulino. Nel contesto degli impegni assunti su scala internazionale, ha organizzato nel 2007 un convegno finalizzato ad aprire un confronto tra studiosi del nord e del sud del mondo, con la discussione di relazioni da parte di 90 ricercatori provenienti da tutti e cinque i continenti (https://www.dsps.unifi.it/vp-322-social-policy-in-a-globalizing-world-developing-a-north-south-dialogue.html); per quanto riguarda invece le tematiche connesse all’integrazione europea ha organizzato, in particolare, un ciclo di conferenze sui “Costi della non Europa” cui hanno partecipato anche Romano Prodi e Giuliano Amato (https://www.rise.unifi.it/vp-194-the-costs-of-non-europe-2010-2011.html), e in occasione dei 25 (https://www.rise.unifi.it/vp-211-erasmus-generation-conference-31-maggio-1-giugno.html) e dei 30 anni del programma Erasmus ha realizzato – nell’ambito delle attività del Centro di eccellenza Jean Monnet -due iniziative che hanno permesso a 54 studenti – due per ciascuno dei 27 Stati Membri – di avanzare le loro proposte di intervento sui temi di maggior rilevanza a rappresentanti delle istituzioni europee, tra cui anche l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Federica Mogherini (https://www.rise.unifi.it/vp-343-conferenza-28-ideas-from-the-erasmus-generation.html). Le sue pubblicazioni sono per la maggior parte in lingua inglese; i lavori in lingua italiana hanno riguardato il welfare state italiano in prospettiva storica e comparata, i rapporti centro-periferia, il ruolo delle regioni italiane nell’ambito delle politiche sociali e la performance regionale nella gestione dei fondi strutturali. Nell’arco dell’ultimo decennio, i suoi interessi di ricerca si sono progressivamente spostati dalle politiche dei paesi industrialmente avanzati al ruolo dell’Unione Europea in ambito internazionale, con particolare attenzione per le questioni di Sanità Globale e per l’analisi della cooperazione allo sviluppo in Africa.
Marco Mayer nell’arco degli ultimi trenta anni ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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