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Senza elites e senza masse l’Italia al bivio

“Saggi” (o “dirigenza” quando questa era “saggia”) e “masse” sono state centro della “teoria delle élites”, una tra le glorie del pensiero italiano: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels …

di Aldo A. Mola | 5 Giugno 2017

Mentre a Chantilly (Virginia, USA) si riunisce il Club Bilderberg per mettere a fuoco le prospettive del Pianeta (a cominciare dalla temibile proliferazione di Stati in possesso di armi nucleari), in Italia partiti e partitini disputano sulla legge elettorale, per la prossima spartizione della piccola torta del potere residuo. Ernesto Galli della Loggia (che decenni fa parlò di Morte della Patria con riferimento all’8 settembre 1943), annuncia Il tramonto di una nazione (ed. Marsilio): diagnosi, però, senza terapia. L’Italia va e andrà male fin che i suoi cittadini non si penseranno come soggetto della Storia, non per ripristinare arcaici dazi doganali o solo per fermare l’invasione di extracomunitari (spacciata dai nemici storici dell’unità nazionale come “come accoglienza”) ma per uscire dalla palude e riprendere il cammino iniziato con Risorgimento, unità nazionale e Terza Italia: conquiste oggi tanto dimenticate quanto irrinunciabili. Non sarà facile risalire la china perché il Paese abbonda di partitini e movimenti (“piattaforme”) che sono la caricatura dell’art. 49 della Costituzione e manca invece di “saggi” e di “masse”: i due interagenti della storia. I “saggi” (altra cosa dagli “intellettuali” a noleggio) non cadono dal Cielo. E le “masse”, forza organica e consapevole, a differenza delle “folle”, oggi dominanti, non sono armenti allo stato brado. Formarle richiede un contesto storico oggi inesistente in Italia.

Il “saggio” conosce i tempi della storia. Non si fa dire dall’Istat come starà tra un mese o dieci anni. Valuta la lunga durata. Le “folle” (spacciate per “masse”) sono l’equivoco inventato dai regimi autoritari e totalitari per giustificare l’audacia, la pochezza e i crimini dei governi. Esempi recenti di “folle”? Solo per stare ai casi nostri, piazza del Duomo, a Milano, gonfia di interventisti nella primavera del 1915; Piazza Venezia a Roma il 10 giugno 1940, plaudente alla suicida dichiarazione di guerra; Piazza del Popolo e di San Giovanni zeppe per decenni di questi e di quelli, complete di “concertoni”. Le minoranze (come i radicali) ripiegarono su Piazza Navona, più facile da empire… Altrettanto avvenne in tante città d’Italia, come di Parigi, per Madrid, la Piazza Rossa, a tacere di Norimberga, Berlino, Pechino…

In carenza di saggi, la “politica” è manipolata da parlamento, partiti (soggetto in Italia tuttora arcano, come i sindacati) e da governi insidiati prima ancora che insediati, installati per prolungare l’agonia del regime che si sfarina non solo per le risse tra politicanti, ma per la divaricazione tra istituzioni e cittadini, vessati da tasse e gabelle e stufi di dover fare la fila dietro l’ultimo venuto.

“Saggi” (o “dirigenza” quando questa era “saggia”) e “masse” sono state centro della “teoria delle élites”, una tra le glorie del pensiero italiano: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels … Prima di divenire “dottrina”, il primato delle minoranze fu realtà fattuale, il filo della storia. Lasciati da parte i secoli dall’antichità (la Roma del diritto, di Seneca, di Marco Aurelio…), quanti furono effettivamente gli “illuministi”, promotori delle grandi riforme del Settecento? Erano circoli sparuti di studiosi in fitta corrispondenza con gli omologhi d’oltre confine e al di là degli Oceani. Lettori onnivori, bibliofili bulimici vaticinarono il Secolo Nuovo, con un piede nel mito di Dante, “ghibellin fuggiasco”, e un altro nel Risorgimento. Identico ruolo ebbero le logge massoniche, unica autentica “internazionale” del libero pensiero. Conta e riconta, come hanno fatto storici insigni (Pericle Maruzzi, Renato Sòriga, Carlo Francovich…), nell’intero Settecento italiano i massoni sommarono a tre-quattromila, quasi sempre clandestini. E le “masse”? Non c’erano affatto, perché in Italia non ci sono mai state. Gli abitanti (“volgo disperso che nome non ha” scrisse Manzoni) erano la miriade di persone prive di diritti politici e spesso di quelli civili (fu la condizione femminile fino a pochi decenni orsono). Essi beneficiarono della modernizzazione promossa da esigue élites, come accade anche oggi in ogni istante della vita quotidiana e spesso la avversarono. Apatiche, preferivano il quieta non movere, l’inerzia. Di rado ci si interroga donde arrivino l’energia che viene consumata, l’acqua che esce dal rubinetto, a tacere della enorme complessità dei sistemi che reggono le comunicazioni. La domanda diviene incalzante quando, per un guasto banale o per un’interferenza (persino abusiva o criminale), vengono bloccati i treni, i voli, la “città”, così evoluta e così vulnerabile qual è oggi. In essa coesistono élites e folle, quanti sanno e provvedono e gli ignari beneficiari dei “servizi”.

Quando gli Stati costituzionali misero alle spalle le monarchie consultive e amministrative e quando le democrazie parlamentari ebbero la meglio su autoritarismi e totalitarismi, il ruolo pre-politico delle minoranze pensanti (accademie, circoli, logge,…) fu formalmente apprezzato (anche se non sempre tutelato) proprio negli Stati che avevano sperimentato più di altri la sciagura delle dittature. Fu il caso di Germania e Italia, così parallele e così diverse nei secoli. Nella Repubblica Federale di Germania lo “sbarramento” del 5% per l’ingresso dei partiti in parlamento venne deciso per bloccare sul nascere l’avvento di un partito comunista. Funzionò, e così bene, che là i socialdemocratici volsero le spalle al mito della “rivoluzione” con decenni di anticipo rispetto ai social-comunisti nostrani. In Italia, invece, sin dall’elezione della Costituente, convocata da Umberto II di Savoia, si assicurò libero accesso anche a minoranze esigue, spesso locali (per esempio il Partito dei contadini). Quando si scrollò dalle spalle il regime, non solo per opera di occhiuti “liberatori” ma anche della monarchia e del Corpo Volontari della Libertà (sigla che incorporò “resistenti” e “partigiani”), l’Italia repubblicana fece leva sul patrimonio di “saggi”. Tra i molti, bastino i nomi dei due primi presidenti della repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Nessuno dei due aveva alle spalle un partito di massa. A loro volta i liberali di Benedetto Croce erano i classici quattro gatti; ed erano tuttavia più numerosi dei repubblicani di Randolfo Pacciardi (al quale si deve l’ingresso dell’Italia nella Nato, riluttante Alcide De Gasperi: come egli stesso documentò a chi scrive nel 1986) e degli spezzoni del Partito d’Azione, frantumato dal febbraio 1946. Quell’Italia rispettò i saggi, in tanta parte cresciuti nella redazione dell’Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile, nei difficili tornanti del regime, nel Nuovo Risorgimento monarchico, nella riscossa. Nessuno mai domandò a Ugo La Malfa quanto seguito elettorale avesse: valeva per le sue intuizioni.

Tuttavia molti capi-partito, bisognosi di consensi delle folle e del placet del Vaticano, non esitarono a rottamare i saggi. In un guizzo di vetero-stalinismo, Palmiro Togliatti, segretario del PCI, liquidò sprezzantemente Elio Vittorini, reo di pensare con la propria testa. Il democristiano Mario Scelba irrise agli “intellettualoidi”, come poi fece Gianfranco Fini con Domenico Fisichella. Sennonché con le sue Opere magistrali questi rimarrà ed è Premio alla carriera nella 50^ edizione del premio Acqui Storia: l’altro… si vedrà.

Proprio perché oggi la produzione appiattisce la cultura nel tritacarne del profitto e i “partiti” sono sdrucito paravento di interessi spiccioli, di corta veduta, e mentre l’Italia, a cominciare dalla sua lingua, va a catafascio, la legge elettorale incombente va soppesata in ogni dettaglio. Una legge elettorale dissennata può generare la valanga annientatrice di quel che resta dello Stato. Chi per anni al governo ha combattuto battaglie di retroguardia senza però mai proporre un progetto davvero alternativo alla maggioranza di cui fece e rimane parte non ha motivo di lamentarsi se viene cinicamente emarginato all’ultimo miglio. Era e rimane gregario di chi, come Matteo Renzi, con ormai proverbiale tracotanza, è convinto di possedere perpetuamente una maggioranza autosufficiente. Ha pur diritto di crederlo anche se i fatti gli hanno già dato clamorosamente torto. Non si capisce invece perché mai l’opposizione dovrebbe assecondare l’arroganza di chi vuole ridurre la rappresentanza parlamentare a due aggregati vocianti, PD e M5S) e a due gruppi residuali. Per fare il gioco dei quattro cantoni in stato confusionale mentre l’Italia, trascinata dal debito pubblico, cola a picco? Prima o poi (certo prima di lasciarsi spennare da una patrimoniale solo per tacitare i debiti più incalzanti e ripianare la spesa corrente) il 50% di italiani che non va alle urne si farà sentire. Il nostro è, sì, il paese dei Cola di Rienzo, dei Masaniello, di giornalisti ascesi a “duci” e di comici che si ergono a statisti, come ricorda Fabio Martini in La fabbrica delle verità (ed. Marsilio). È però anche il paese che linciò Francesco Prina, famelico ministro delle finanze di Eugenio Beauharnais.

Mentre le folle tardano a diventare “masse”, i saggi debbono riprendere il loro posto nella storia del Paese: circoli, comitati di studio e, perché no?, logge: pre-politica tanto più costruttiva quanto più riservata, come appunto il Club Bilderberg, con la pazienza e la lungimiranza di chi sa che, se anche non la andiamo a cercare, la Storia ci raggiunge:ed è spesso severamente punitiva per le troppe e troppo a lungo consumate inadempienze.

L’esito delle elezioni amministrative dell’11 giugno, sacro alla Santissima Trinità, forse sarà un salutare campanello d’allarme.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: alcide de gasperi, anni, benedetto croce, contadini, costituzione, dante, de gasperi, debito pubblico, elezioni, extracomunitari, finanze, fini, galli della loggia, germania, gianfranco fini, governo, istat, italia, italia repubblicana, La Malfa, legge elettorale, Liberali, luigi einaudi, madrid, massa

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. @anggiub

    6 Giugno 2017 alle 07:39

    “pre-politica tanto più costruttiva quanto più riservata” è questo il punto che assolutamente non condivido e che per molti aspetti considero imprescindibile. Per il resto, niente da dire.

    Rispondi

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