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Se n’è andato Giulio Quercini, il mio ricordo degli anni in cui lavorammo insieme per il riscatto della Sicilia

Io e Quercini scherzavamo sul fatto che per la nostra formazione nel Nord eravamo abituati a porre al centro della politica il ruolo della classe operaia. In Sicilia al contrario, dove eravamo insediati storicamente tra i braccianti, le grandi città erano dominate da un popolino disperso, che viveva magari nei catoi e che era vittima della corruzione politica di una certa DC e della pressione mafiosa che in quei vicoli assoldava manovalanza. Comprendemmo, così, che chi aveva una formazione prevalentemente legata alla classe operaia doveva capire che l’Italia era qualcosa di profondamente diverso e che bisognava intessere rapporti profondi con quel popolo meridionale disperato e ricattato.

di Achille Occhetto | 6 Ottobre 2023

È morto martedi ieri a 82 anni Giulio Quercini, storico esponente del Pci e della sinistra. Era nato a Siena il 16 dicembre 1941. Membro della segreteria nazionale della Fgci dal 1965 al 1968, diresse per anni la rivista “Nuova generazione”. Nel 1969 entrò nel comitato centrale del PCI e dal 1972 al 1978 diresse la Federazione PCI di Catania e, successivamente, venne nominato segretario regionale in Toscana.

Eletto al Parlamento nel 1987, lavorò a stretto contatto con Achille Occhetto nella fase della Svolta, divenendo capogruppo alla Camera del Pci e del Pds fino alle elezioni del 1992. Dopo l’esperienza parlamentare si impegnò nell’associazione riformista “Libertà Eguale”, avendo sempre come scopo il rafforzamento, all’interno della sinistra italiana, della cultura di governo e delle ragioni dell’innovazione e del socialismo democratico e liberale.

La scomparsa di Giulio Quercini mi ha profondamente colpito. Amico e compagno di tante lotte politiche e sociali, Giulio era un uomo mite, allegro, aperto alla discussione anche con gli avversari. Dimostrava una grande capacità di decisione e, se necessario, di durezza nei momenti della scelta politica e, più in generale, dell’azione ideale morale e strategica.

Lo ricordo come un compagno eccellente, che si era formato nella sua Toscana, nella Siena dominata dalla mezzadria, nelle lotte contadine che diedero grandi frutti per la presenza della sinistra. Quando divenni segretario regionale in Sicilia lo chiamai a svolgere un ruolo molto importante come segretario della Federazione di Catania in accordo, naturalmente, con il centro del partito.

Un uomo mosso dalla curiosità

Una delle sue qualità era quella di essere animato da una fortissima curiosità. In fondo chi glielo faceva fare di passare da una regione dove era tutto più facile, a una regione difficilissima come la Sicilia, dove noi comunisti eravamo spesso gocce d’acqua in un mare avversario? La curiosità lo spinse ad accettare con molto entusiasmo, anche se quegli anni erano contrassegnati dell’ondata nera, dell’avanzata del Movimento Sociale Italiano in tutta la regione.

Ricordo ancora, a Catania come a Palermo, i caroselli di macchine e i cortei con le bandiere tricolori come si ci trovasse di fronte a una vittoria ai Mondiali o al campionato di calcio. Per noi uomini di sinistra che venivamo dal Nord – io dalla Torino operaia e medaglia d’oro della Resistenza, Quercini dalla Toscana rossa della battaglia antifascista – quelle manifestazioni provocavano un dolore profondo. Eppure, decidemmo di combattere. Giulio accettò l’incarico e non se ne pentì. Il primo momento di grande entusiasmo fu quando conducemmo assieme la battaglia vittoriosa per la difesa della legge sul divorzio.

Bisogna ricordare che il PCI all’inizio si era mostrato esitante perché pensava che si potesse perdere, soprattutto per il Mezzogiorno, per i suoi costumi arretrati, per la Sicilia del “divorzio all’italiana”. Non fu così: Quercini si impegnò a fondo e Catania ci diede una grandissima soddisfazione, perché si ottennero risultati a favore della Fortuna-Baslini che non furono raggiunti nemmeno in molte città del Nord. Un successo bulgaro, quasi.

Non fu solo merito dei comunisti naturalmente, perché questo va attribuito anche ai radicali di Pannella. Noi, però, demmo impulso fondamentale perché la parte più lontana del popolo potesse partecipare. Quella vittoria aprì una fase di maggiore considerazione sulle potenzialità delle grandi città meridionali e siciliane, in particolare.

La stagione dell’unità autonomista

Io e Quercini scherzavamo sul fatto che per la nostra formazione nel Nord eravamo abituati a porre al centro della politica il ruolo della classe operaia. In Sicilia al contrario, dove eravamo insediati storicamente tra i braccianti, le grandi città erano dominate da un popolino disperso, che viveva magari nei catoi e che era vittima della corruzione politica di una certa DC e della pressione mafiosa che in quei vicoli assoldava manovalanza. Comprendemmo, così, che chi aveva una formazione prevalentemente legata alla classe operaia doveva capire che l’Italia era qualcosa di profondamente diverso e che bisognava intessere rapporti profondi con quel popolo meridionale disperato e ricattato.

Un obiettivo politico difficile ma indispensabile. In realtà in quel periodo anche in Sicilia ceti nuovi si avvicinarono al PCI: intellettuali, piccola e media borghesia, professionisti, pezzi importanti del mondo cattolico. Il partito si aprì intercettando una diffusa spinta al cambiamento.

Questo rappresentò anche il frutto della politica di “unità autonomista” che lanciai in tutta la regione. Della capacità, cioè, di andare oltre i vecchi steccati, di parlare con una parte dei cattolici e con quelle componenti della Democrazia Cristiana stessa che volevano liberarsi dell’ipoteca mafiosa, della volontà di portare avanti una politica fatta in unità e non in contrasto con i socialisti. Si realizzò, dunque, una sorta di compromesso storico ante litteram, un percorso di unità autonomista che lo stesso Berlinguer incoraggiò e seguì con grande interesse.

Palermo, il boom del ’76, la Svolta

Dicevamo che si registrarono momenti importanti a Catania per via dell’ingresso nel partito di autorevoli componenti e personalità del mondo cattolico. Ma decisive furono le battaglie che portammo avanti per impedire al potentissimo Ciancimino l’elezione a sindaco di Palermo. Ci mettemmo d’accordo con la parte democristiana contraria a lui e votammo un candidato unitario capace di ottenere un largo consenso a Palazzo delle Aquile. Vennero da tutta Europa per dare conto di quel successo.

Un altro momento che ebbe influenza decisiva in tutta la Sicilia fu il varo della “lista del buon governo” per il rinnovo del Consiglio comunale palermitano capeggiata da Sciascia, Guttuso e me. Le scelte politiche di quel periodo, e Giulio Quercini ne fu grande protagonista, consentirono di arginare e ricacciare indietro l’ondata nera dei primissimi anni Settanta e favorirono i successi elettorali del PCI, che si registrarono anche in Sicilia dove ottenemmo nel 1976 un forte balzo in avanti anche alle Regionali. Dopo l’esperienza siciliana con Giulio ci ritrovammo a Roma, nel frattempo lui aveva diretto il partito in Toscana. Sempre con quel suo carattere aperto alla novità fu tra quelli che sostennero maggiormente la svolta della Bolognina e lo fece da incarichi prestigiosi come quello di capogruppo alla Camera del PCI, prima, e del neonato PDS, poi.

Abbiamo avuto modo anche in quella fase di confrontare le nostre posizioni, di collaborare con spirito di solidarietà politica e di amicizia personale e io avvertii il suo appoggio caloroso anche nei momenti più difficili e travagliati di quel cambiamento. Negli anni successivi poi ci siamo incontrati più volte a Siena e a Fiesole.

Perdo un grande amico e un grande compagno. Con Quercini scompare una generazione di dirigenti che univa alla militanza e alla passione politica sul campo la curiosità culturale, la capacità di attingere da una pluralità di fonti con una mentalità estremamente aperta e che concepiva la politica come qualcosa che doveva unire ragione e sentimento, ingredienti che la tecnicalità dei nostri tempi spesso non riesce più a tenere assieme.

Achille Occhetto 

Al ricordo di Giulio Quercini ha collaborato Ninni Andriolo (strisciarossa.it) 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, anni settanta, battaglia, compromesso storico, consenso, democrazia, elezioni, europa, fiesole, governo, macchine, mare, merito, mezzogiorno, mondo, movimento, nato, palermo, pannella, parlamento, radicali, riscatto, roma, sicilia, siena

Info Achille Occhetto

Achille Leone Occhetto è un politico italiano. Ultimo segretario del Partito Comunista Italiano dal 1988 e il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra fino al 1994; cofondatore e vicepresidente del Partito del Socialismo Europeo nel 1990.

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