
Oggi si agisce con i “se”. Meglio dare un calcio alla persona che mi precede piuttosto che rischiare che si volti e mi dia una sberla. E allora, per sicurezza, calcio. Poi magari quello si volta davvero e risponde con una sberla. E io, per sicurezza, gli tiro un pugno. Lui, per sicurezza, chiama gli amici. Io chiamo i miei. E di se in se, dal presunto calcio alla possibile sberla, arrivare a prendersi a cannonate, bum bum, il passo è breve. Ed è forse proprio questo che sta accadendo. Una cosa potrebbe essere successa. Dunque ci comportiamo come se fosse successa. Una minaccia potrebbe esistere. Dunque la trattiamo come una certezza. Qualcuno potrebbe attaccarci. Dunque lo attacchiamo prima noi. È la grande filosofia preventiva del nostro tempo: non aspettare che accada qualcosa. Immaginala prima e reagisci di conseguenza. La storia dei due piloti che si sarebbero azzuffati in volo, magari per una questione di corna, è già diventata materiale da ribalta mondiale. Sfiorato un altro 11 settembre. Booom. Un notizione. E da lì parte tutto il resto. Il movente, il complotto, l’attentato mancato, la vendetta possibile. Prima ancora di sapere davvero come siano andate le cose, abbiamo già costruito una storia completa. Con tanto di buoni, cattivi e titoli cubitali. Poi, come sempre, arriva la politica. Netanyahu non avrebbe più tempo da perdere e avrebbe sganciato bombe a destra e a manca come se piovesse. Magari le corna erano vere. Magari no. Ma, come si dice, prevenire è meglio che curare. Giusto? Giusto, se il rimedio non fosse peggiore della malattia. Perché la faccenda dell’accoltellamento dei due piloti potrebbe anche essere letta, prima ancora che come una lite assurda tra uomini, come un possibile attentato. E un attentato, a sua volta, potrebbe essere ricondotto a organizzazioni terroristiche dentro le quali sono cresciute generazioni di bambini a pane e odio. Anzi, spesso senza neppure il pane. Perché il pane a Gaza è mancato e manca a troppi. Ed eccole, le immagini. Quelle che arrivano dagli schermi e che abbiamo imparato a guardare mentre mangiamo, mentre aspettiamo il caffè, mentre scorriamo il telefono. Bambini, macerie, fame, corpi, paura. Immagini che dovrebbero impedirci di dormire e che invece, dopo qualche minuto, diventano parte del paesaggio. E allora il “se” torna a fare il suo lavoro. Se sono stati loro, allora bisogna reagire. Se reagiamo, loro reagiranno. Se loro reagiscono, noi dovremo reagire ancora. E nel dubbio, facciamo tutto. Questa è una partita senza fine. Non terminerà nemmeno con l’Armageddon, sempre che l’Armageddon abbia ancora voglia di presentarsi all’appuntamento. L’odio covato nel millennio si ripresenta puntuale, come un vecchio impiegato che timbra il cartellino. Cambiano i nomi. Cambiano le bandiere. Cambiano le armi. L’odio, invece, sembra avere una memoria straordinaria. E non succede soltanto in Medio Oriente. Chi ha diritto? Chi no? Tutti hanno diritto. Hanno diritto quelli che vogliono vivere senza paura. Quelli che vogliono tornare a casa. Quelli che vogliono crescere i figli senza insegnare loro come si riconosce il rumore di una bomba. E abbiamo diritto anche noi, che siamo lontani eppure coinvolti dalle conseguenze di ciò che accade. Potremmo persino sopportarle, certe conseguenze, se non ci fossero leader irresponsabili, di qualunque parte, capaci di soffiare sul fuoco quando sarebbe necessario cercare acqua. Ma forse il problema è ancora più grande. Forse abbiamo semplicemente perso la pazienza con il dubbio. Vogliamo sapere subito chi è stato. Vogliamo avere subito un colpevole. Vogliamo una spiegazione semplice per una realtà complicata. E quando non c’è, la inventiamo. Perché il dubbio ci inquieta più della certezza, anche quando la certezza è falsa. Così una possibilità diventa una notizia. La notizia diventa una certezza. La certezza diventa una reazione. E la reazione, qualche volta, diventa una bomba. Bum. Il mondo è un meraviglioso luogo di rimpianti, foss’altro perché abbiamo i giorni contati e continuiamo a comportarci come se fossero infiniti. Ci affanniamo a prevenire ciò che potrebbe accadere e intanto dimentichiamo di vivere quello che sta accadendo. Forse dovremmo recuperare il buon senso del nonno. Non per cambiare la storia. Quella non si può cambiare. Ma per ricordarci che non tutto ciò che può accadere accadrà. Se mio nonno non avesse avuto il cavallo, sarebbe andato a piedi. E magari, andando a piedi, avrebbe avuto più tempo per pensarci. Avrebbe incontrato qualcuno lungo la strada. Si sarebbe fermato. Avrebbe parlato. Avrebbe magari scoperto che quello che gli veniva incontro non aveva nessuna intenzione di fargli del male. Oppure no. Magari avrebbe litigato anche lui. Ma almeno, andando a piedi, avrebbe avuto il tempo di capire. E oggi, forse, è proprio il tempo che ci manca. Quello spazio minuscolo tra il “se” e il gesto. Tra la paura e la risposta. Tra una possibile sberla e un calcio. Perché qualche volta, prima di premere il pulsante, sarebbe sufficiente aspettare. Magari non succede niente. Magari il mondo, per una volta, ci sorprende. Magari. Una parola piccola. Ma forse ancora abbastanza grande da salvarci da un altro “bum”.
Angelo Santoro

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