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Se Londra piange Roma non ride

Nel Regno Unito la leadership Truss si sta avvitando in qualcosa di irreversibilmente fatale. Ma a Roma è bene non consolarsi ma riflettere sui messaggi che arrivano da Londra per trarre qualche insegnamento utile, viste le tante affinità. Nel frattempo, quando Re Carlo accoglie a Palazzo la scadente Premier per ora in carica, ha in fondo ragione quando le chiede “ancora qui?”. Non è una gaffe, è una previsione.

di Beppe Facchetti | 20 Ottobre 2022

La crisi di identità della leadership che si sta avvitando in qualcosa di irreversibilmente fatale nel Regno Unito, può magari consolare gli italiani, normalmente additati per instabilità e litigiosità, ma sarebbe una magra consolazione.

Meglio riflettere sui messaggi che arrivano da Londra, per cercare di trarre qualche insegnamento utile per noi, anche perché ci sono affinità politiche (conservatori al comando) e persino personali (premier esordienti) solo apparenti.

La differenza principale è che noi siamo nell’euro e nell’Unione Europea, e per fortuna, va detto agli euroscettici, agli Italexit del 2% ma sempre in TV, e ai tanti schizzinosi verso i burocrati di Bruxelles, dimenticando che sono i politici ad aver messo sul piatto 200 miliardi per l’Italia, zero per i britannici, usciti prima (ops…), perché nel 2016 avevano creduto ai populisti di Farage adorati da Grillo e Salvini, che avevano ammonito che così i contribuenti inglesi avrebbero risparmiato 350 milioni di sterline (ogni settimana!) solo di sanità. …Mentre hanno dovuto pagare 40 miliardi di biglietto di uscita dall’UE.

La Brexit è davvero all’origine dei guai che da allora ha conosciuto l’UK.

Altro che superpotenza economica. La sterlina è poco scambiata nel mondo, e ha perso il 17% sull’euro, che pure è andato sotto la parità con il dollaro. E pensare che questo non ha aiutato almeno l’export, crollato del 24% anziché avvantaggiarsi (Italia settima nel mondo, GB quattordicesima).

Ma la cosa più preoccupante al di là della Manica è il deficit pubblico, che è peggiore di quello italiano e il Pil nel 2022 è a -7%.

Non c’è naturalmente da compiacersi dei guai altrui, ma ci sono di sicuro da evitare le imitazioni peggiori, ad esempio quando si sente proporre nel programma del nuovo Governo la flat tax, espressione si inglese ma che nel mondo c’è solo in Russia e Ucraina e che i tre partiti del centrodestra hanno portato in campagna elettorale in tre versioni diverse. Meglio accantonarla, almeno fino a che si uscirà dalle scadenze più immediate: legge di bilancio da tenere sotto i 50 miliardi, diminuzione del salvagente BCE sul debito, nuova legge stabilità europea.

La Premier britannica LIz Truss è andata giù per le spicce, raccontando la solita fola del taglio delle tasse che avrebbe potuto ripagarsi con nuovo sviluppo. Ne ha eliminate per 43 miliardi senza copertura e i mercati l’hanno stangata, e ha dovuto rimangiarsi questa cattiva imitazione della Teatcher, cacciando via il Ministro dell’economia.

Attenzione, insomma, non siamo più nel 2018, quando Di Maio e Salvini, silente ed ossequioso Conte, in versione non progressista, confezionavano sommatorie di spesa pubblica a gogò e le chiamavano cambiamento.

Ma da Londra, arrivano anche messaggi che dovrebbero interessare l’opposizione, in particolare il PD. Perché il disastro dei conservatori, con 5 premier diversi dalla Brexit, non produrrà probabilmente il ritorno del più brillante tra loro, Boris Johnson, ma potrebbe rilanciare i laburisti, che hanno finalmente un leader non frustrato.

In tutti questi anni si sono fatti del male da soli, interpretando la sconfitta come un segnale per spostarsi a sinistra (qualche affinità con il PD italiano oggi?), fino alla patetica riedizione della lotta di classe con Corbyn, anziché recuperare il senso del riformismo di matrice socialista e democratica. Sta di fatto che da quando hanno fatto fuori Tony Blair non hanno toccato palla e in parallelo in Francia hanno visto sorgere al loro posto il liberale Macron, non certo il tardo corbinismo di Malenchon.

Insomma, c’è qualcosa da imparare anche nella sconcertante vicenda britannica. Nel frattempo, quando Re Carlo accoglie a Palazzo la scadente Premier per ora in carica, ha in fondo ragione quando le chiede “ancora qui?”. Non è una gaffe, è una previsione.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bce, bruxelles, campagna elettorale, crisi, espressione, francia, governo, italia, leadership, mercati, mondo, nuova legge, nuovo governo, pd, riformismo, roma, sanità, spesa pubblica, sviluppo, tasse

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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