Dal 2009 al 2011 in Grecia, a fronte di un calo della produzione di 10 punti percentuali di PIL si è registrato un incremento del debito di circa 50 punti. Ció in gran parte per l’effetto-leva tipico di ogni economia finanziaria, capace in genere di moltiplicare sia i guadagni che le perdite.

Ma, se parliamo di crisi finanziarie, quale quella che ha avuto origine negli U.S.A. a partire dai mutui subprime o quella del Giappone e del sud-est asiatico che hanno attraversato l’ultimo decennio del secolo scorso o ancora la crisi argentina di inizio secolo, etc., esiste un tratto comune con la crisi del debito pubblico greco?
E inoltre, quanto la crisi del debito pubblico greco ha a che fare con una crisi della produzione (PIL)?
Negli ultimi trent’anni circa, a partire dalla crisi petrolifera della fine degli anni ’70, si sono verificate in ambito internazionale almeno una ventina di crisi di tipo finanziario, più o meno gravi, ma tutte inscritte in quello che potremmo definire un vero e proprio codice genetico. La Teoria dell’instabilità finanziaria, elaborata per primo da Hyman Minsky a partire dagli anni ’70, descrive un percorso comune delle crisi finanziarie, di tutte le crisi finanziarie, attraverso fasi progressive che determinano la trasformazione di un sistema finanziario solido in uno fragile, in modo che la stessa crisi si manifesta prima sotto forma di crisi di liquidità e poi di solvibilità, nel qual caso il sistema rischia il default.
Negli anni che precedono la crisi finanziaria statunitense del 2007 e poi nell’immediato, in gran parte dell’Europa, nella zona euro, e ancor più in Italia, il refrain che maggiormente è circolato è stato quello relativo alla crescita della produzione; si è tanto insistito sulla necessità per l’economia che crescesse la produzione, al punto che, per cercare di risolvere la crisi dei sistemi occidentali di welfare, qualcuno ha pensato bene di parlare di “decrescita”, auspicando una sorta di passo indietro nel tempo, ammesso che ciò, essendo in democrazia, oltre che possibile, risulti ai più innanzitutto auspicabile.
Per tentare ora di rispondere in qualche modo alle domande che ci siamo poste, dobbiamo tuttavia ritenere che, per un lettore sia pure attento, è spesso difficile farsi un’idea precisa. E tuttavia, nonostante le incertezze, dovute anche a dati a volte parziali, è giusto provarci.
Partendo dal dato della produzione, in ordine alla crescita del disavanzo del PIL greco nell’ultimo triennio, in un prospetto comparso su Il Sole 24 Ore di mercoledì 15 u.s., a pagina 15, apparivano i seguenti dati di citata fonte FMI: – 15,5 % (2009), – 10,4 % (2010), – 8 % (2011). Viceversa, in un articolo di “Approfondimenti” del Corriere della sera di due giorni prima, a pagina 5, i numeri corrispondenti al dato generico del PIL indicavano diversamente: – 2,04% (2009), – 4,47% (2010), – 6% (2011).
Analizzando questi ultimi, quel che è certo è comunque un calo della produzione greca nell’ultimo triennio, ma quel che invece può sembrare del tutto inverosimile è il fatto che tale calo segue ad un andamento talmente positivo della produzione, che lo steso articolo del Corriere della Sera, a firma di Giuseppe Sarcina, così descrive: “ora sembra quasi incredibile ricordare che solo nel 2004, la Grecia era considerata (e si autorappresentava) come il Paese-rivelazione dell’Unione europea. Ancora nel 2006 il pil cresceva del 5,6%, nel 2007 del 4,28%”. In sintesi: a fronte di una costante crescita per circa un decennio, dal 1999 al 2008, in media pari a 2-2,5 punti percentuali circa di PIL reale (The Economist), nel triennio 2009-2011 si registra invece, in media, un calo piuttosto vistoso della produzione o, addirittura, come sintetizza il Corriere della Sera, in totale e non in media, un “crollo del 12%”.
E invece, cos’è accaduto quanto alla misura del debito pubblico greco? Citando il FMI, il Corriere della Sera cifra nel 2011 un ammontare stimato pari a 365,6 miliardi di euro in ragione di un rapporto con il PIL pari al 165,5%. Ma, a fine 2009, dopo l’emergere della crisi produttiva, il debito pubblico greco misurava (soltanto!) il 114,9% del PIL (The Economist). Pertanto, è accaduto che per il biennio successivo, non in media, a fronte di un calo della produzione di 10 punti percentuali di PIL si è registrato viceversa un incremento della misura percentuale del debito di circa 50 punti rispetto allo stesso dato generico del PIL. Situazione, questa, che è stata determinata in gran parte dall’effetto-leva tipico di ogni economia finanziaria, capace in genere di moltiplicare sia i guadagni che le perdite; ma, per quanto riguarda il caso della Grecia, durante un’economia di crisi – governata dal prestito di capitale a debito per far fronte ad un rapporto PIL/debito pubblico di circa 365/220 miliardi di euro – capace soltanto di moltiplicare le perdite!
La Grecia ce la farà ad uscire dalla crisi? Ma, soprattutto, riuscirà a rientrare dal debito? Ad oggi, non è ancora dato saperlo, è lecito prevederlo, in ogni caso è giusto auspicarlo.

Solo una citazione che stentavo a ritrovare. Di Mucchetti sul Corriere. Suggestiva:
– “Nel principio del suo male è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo diventa facile a conoscere e difficile a curare”. E’ il discorso della tisi al quale cinnquecento anni fa Niccolò Machiavelli (Il Principe) paragonava la degenerazione dei sistemi politici. Potremmo fare altrettanto oggi guardando all’approccio dell’ Unione Europea alla crisi greca – .
La crisi dei paesi che storicamente hanno un forte debito si è esasperata quando hanno incominciato ad indebitarsi anche paesi tradizionalmente più virtuosi a causa del salavataggio pubblico della finanza privata. Una competizione per piazzare i titoli dei vari Stati ha aumentato i costi di collocamneto di quelli meno affidabili (Italia compresa, of course) , al di là di altri parametri macroeconomici più rassicuranti, dando adito alla speculazione finanziaria che ha trovato una facile sponda nelle incertezze della gestione della crisi finanziaria ed economica da parte della Uem, innescando, così un circolo vizioso che ha fatto schizzare in alto il rapporto debito/pil dei più precari. In realtà la Grecia più di altri paga in primo luogo la crisi della politca (iniziata da almeno un paio di decenni), nazionale e comunitaria che si è tradotta oggi in una crisi finanziaria ed economica che ha travolto il mondo occidentale. In assenza di una politca autorevole capace di ritagliarsi lo spazio che le compete, saremmo costretti a ripetere per altri le stesse domande che oggi ci poniamo per la Grecia.
Una buona soluzione c’è ed è stata pubblicata nel periodico “Palermoparla” di questo mese (febbraio-marzo 2012), oppure è reperibile su http://www.olef.it/SalviamoEconomiaGrecia-LFR.pdf
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Detta proposta è in realtà un progetto almeno in parte valido anche per l’Italia. A nostro avviso, proprio per le ragioni descritte nelle righe di “Se l’Apple…” e grazie ai numerosi errori commessi da chi ha voluto freneticamente costruire una UE priva di basi economiche comuni già da subito, non ci sembra che l’economia greca possa sollevarsi nel breve!