
Stiamo assistendo a un’altra sconsiderata autoflagellazione collettiva inflitta all’opinione pubblica italiana, anche se facciamo parte della cultura occidentale, cioè la più evoluta del pianeta sul piano dei diritti delle donne, quasi che stessimo parlando del sud di settant’anni fa. Gli uomini in quanto tali sono invitati ad auto-esaminarsi alla ricerca del violento nascosto in loro o “ad avviare una riflessione pubblica”, ovviamente battendosi il petto. Non saprei se per inescusabile ignoranza o per un tracimante whishfull thinking, fatto sta che ci si scorda di tutto quanto è stato detto, scritto e constatato negli scorsi decenni a partire da Verso una società senza padre di Alexander Mitscherlich (1963): la crisi dell’autorità, quella del ruolo paterno, cioè dei padri “evanescenti” (come li chiama Luigi Zoja che aggiunge: se non c’è il padre torna l’orda) o “evaporati” (Lacan); la conseguente grave crisi dell’educazione, con il moltiplicarsi dei bambini che spadroneggiano nelle famiglie, per cui si dovrebbe semmai parlare non di patriarcato ma di “bimbarcato”; il declino della disciplina nella scuola. Sul versante positivo, sappiamo che milioni di coppie condividono ormai, spesso paritariamente, le faccende domestiche e il rapporto con i figli, il che non preclude l’involuzione dei babbi in mammi.
Dall’incomprensione delle cause discendono rimedi fallaci e/o inopportuni, al grido di “la scuola! la scuola” come panacea dei problemi sociali. La scuola può fare – o fa già in certi casi la sua parte, quando insegna il rispetto degli altri senza se e senza ma. Ma è fondamentale reinvestire di questo compito, e in ogni modo possibile, soprattutto la famiglia, perché il superamento dell’egocentrismo e la tolleranza alle frustrazioni si devono acquisire molto presto; e sono la base di rapporti non malati.
Giorgio Ragazzini

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