
Il ministero delle Giustizia ha chiesto al sindacato dei magistrati, l’ANM, l’elenco dei privati cittadini che hanno dato finanziamenti al Comitato per il no.
Si tratta chiaramente di una schedatura a scopo intimidatorio.
Ed è proprio questo continuo scivolare su di un terreno illiberale da parte del governo Meloni che fa capire a tutti che la portata di questo referendum va ben oltre la separazione delle carriere dei magistrati.
Cerchiamo di capire la gravità della iniziativa di Nordio e dei suoi uffici.
In uno Stato di diritto, la trasparenza dei finanziamenti è un valore.
Tuttavia, quando la richiesta arriva dal potere esecutivo (il Ministero) verso un’associazione di magistrati (l’ANM) in merito a chi sostiene una campagna contraria a una riforma del governo, il fine cambia segno.
L’effetto dissuasivo è chiaro: sapere che il proprio nome finisce in un elenco ministeriale per aver sostenuto una causa d’opposizione può spingere il cittadino privato all’autocensura.
Inoltre, non si colpiscono solo i magistrati, ma i civili, trasformando il sostegno economico a un’idea in un potenziale “fascicolo” aperto presso l’autorità politica.
Ciò che sta avvenendo da parte del ministero della Giustizia è il passaggio da una normale dialettica democratica a una prova di forza istituzionale.
Il clima con cui si arriva al referendum è infatti segnato da fattori preoccupanti che sono tipici di una democrazia in regressione.
Prima di tutto l’individuazione del “nemico”: le “toghe rosse” o chiunque si opponga alla riforma.
Quindi la campagna contro la magistratura, contro l’organo di governo costituzionale, il CSM, definito addirittura “paramafioso”.
Infine, la volontà di colpire i finanziatori con l’obiettivo di tagliare l’ossigeno economico e sociale al dissenso.
Tutto questo nella cornice politica di un modo di pensare tipicamente autoritario da parte di chi governa: l’idea che il mandato popolare (“ci hanno votato per fare questo”) sia scudo per sottrarsi al confronto e scavalcare i pesi e contrappesi previsti dalla Costituzione.
Il referendum sulla separazione delle carriere smette di essere un asettico intervento di ingegneria costituzionale per trasformarsi in un referendum sulla natura della nostra democrazia.
La posta in gioco non è più soltanto il rapporto tra giudice e pubblico ministero nell’aula di tribunale, ma il rapporto tra potere politico e cittadino.
Se il dissenso viene “tracciato” e l’indipendenza di un ordine dello Stato viene messa sotto tutela dall’esecutivo vuol dire che si vuole spostare il potere nelle mani del governo contenendo, e se necessario reprimendo, il dissenso e riducendo il ruolo di organi autonomi che svolgono fulunzioni di contrappeso rispetto all’esecutivo e sono previsti dalla Costituzione.
Votare, in questo contesto, significa dunque decidere se l’Italia debba restare ancorata a un modello di democrazia costituzionale dove il pluralismo e l’autonomia della magistratura sono baluardi invalicabili — o se debba scivolare verso una democrazia maggioritaria a trazione illiberale, dove chi vince non si limita a legiferare, ma pretende di monitorare e neutralizzare chiunque si frapponga al suo disegno di potere.
Il valore politico di questa consultazione, dunque, risiede nella difesa dello spazio pubblico come luogo di libera espressione, al riparo da ogni forma di schedatura o intimidazione istituzionale.
È un progetto autoritario che caratterizza a livello internazionale le politiche della destra estrema: da Trump, a Orban fino a Meloni.
In Italia, sempre grazie alla nostra Costituzione, a marzo, possiamo assestare un colpo a questo disegno antidemocratico della destra meloniana.
Questo significa riaffermare tre principi fondamentali di libertà oggi in pericolo.
Il primo è che la legge è uguale per tutti, anche per chi governa il cui potere non può essere assoluto.
Il secondo è che l’indipendenza del giudice è un diritto del cittadino, non un capriccio del magistrato.
E il terzo è che il dissenso è libero e non può essere oggetto di monitoraggio ministeriale.
È quanto basta per spingerci al voto e fare campagna elettorale per il no.
Enrico Rossi

Lascia un commento