
Una frontiera che non esiste, un trattato che non è stato sospeso e due governi che si controllano a vicenda. Benvenuti nella nuova commedia europea. Ceuta è in Africa. L’Italia è in Europa. Italia e Spagna non hanno una frontiera comune. Eppure, per una crisi migratoria esplosa a Ceuta, Roma e Madrid hanno deciso di guardarsi in cagnesco e di ripristinare controlli alle rispettive frontiere. È la nuova Europa: quando non sappiamo come risolvere un problema, ricominciamo dai confini. La faccenda sarebbe già abbastanza grottesca così. Ma diventa irresistibile quando entra in scena la politica. Da una parte Giorgia Meloni, che ha trasformato la questione migratoria in uno dei pilastri della propria identità politica e che oggi punta anche a consolidare il ruolo dell’Italia nel campo conservatore europeo. Dall’altra Pedro Sánchez, socialista, sopravvissuto a crisi parlamentari, sconfitte annunciate, guerre interne al suo partito e una carriera politica che più volte sembrava arrivata al capolinea. E invece eccolo ancora lì. Sánchez ha trovato in Ceuta un’occasione perfetta per ricordare agli spagnoli che il problema dell’immigrazione esiste e che lui sa come affrontarlo. Meloni ha trovato un’occasione altrettanto perfetta per ricordare agli europei che, quando si parla di frontiere e migranti, senza di lei non si muove una foglia. Così comincia la partita. Sánchez deve tenere a bada Vox, che cresce proprio quando l’immigrazione torna al centro della scena. Meloni deve difendere il terreno conquistato a destra e, contemporaneamente, costruire la propria immagine di leader europea destinata a pesare sempre di più. Nel frattempo Giuseppe Conte cerca di riportare il Movimento 5 Stelle nella partita e sogna, naturalmente, un ritorno a Palazzo Chigi. Meloni, invece, ha davanti un obiettivo molto più prosaico ma assai concreto: battere il record di longevità di un governo della Repubblica. Insomma, tutti guardano alle frontiere. Ma ciascuno guarda soprattutto alla propria. E qui arriva il capolavoro. Perché il grande protagonista della farsa è Schengen. Quello che doveva cancellare le frontiere Il 14 giugno 1985 cinque Paesi europei – Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi – firmarono un accordo destinato a cambiare la vita quotidiana degli europei: eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne. Nel 1990 arrivò la Convenzione di applicazione. Il 26 marzo 1995 lo spazio Schengen diventò operativo. Spagna e Portogallo entrarono proprio allora. L’idea era geniale nella sua semplicità: meno frontiere dentro l’Europa, più controllo comune sulle frontiere esterne. Una frontiera europea al posto di tante frontiere nazionali. Naturalmente Schengen non è un dogma. Le regole consentono agli Stati, in presenza di gravi minacce alla sicurezza o all’ordine pubblico, di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne. È accaduto numerose volte, soprattutto negli ultimi anni. Ma l’eccezione dovrebbe servire a proteggere la regola, non a sostituirla. Ed eccoci invece alla situazione attuale: una crisi migratoria a Ceuta, un territorio spagnolo in Africa, produce controlli fra Spagna e Italia. È come se due condomini, per un problema nato al piano terra, decidessero di controllarsi reciprocamente l’ascensore. La verità è che la questione non è soltanto Ceuta. È la difficoltà dell’Europa a decidere se vuole essere davvero un’Unione oppure una somma di Stati che, alla prima emergenza, si ricordano di essere Stati. E allora Meloni e Sánchez recitano la loro parte. Uno difende le frontiere. L’altro difende le proprie. Uno teme i migranti. L’altro teme Vox. Uno vuole diventare il riferimento della destra europea. L’altro vuole dimostrare che la sinistra può ancora governare l’immigrazione senza consegnare voti alla destra. E Schengen? Schengen resta lì, in mezzo al palcoscenico, come il cameriere di una commedia dell’assurdo che nessuno ascolta più. Era nato per far sparire le frontiere. Adesso lo invochiamo per ricostruirle. E alla fine viene da chiedersi se la domanda non sia quella più semplice di tutte. Schengen a chi? Perché l’Europa sembra aver finalmente trovato la risposta: a tutti, finché serve.
Angelo Santoro

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