
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui il Servizio sanitario nazionale aveva imboccato con decisione la strada della prevenzione.
In alcune regioni, come l’Emilia-Romagna e il Veneto, i cittadini venivano periodicamente invitati a sottoporsi a controlli essenziali, con un obiettivo tanto semplice quanto lungimirante: intercettare in tempo quelle anomalie silenziose che, se individuate precocemente, possono evitare tragedie e, allo stesso tempo, ridurre drasticamente i costi a carico dello Stato.
La logica era elementare: prevenire costa meno che curare una malattia conclamata. E, soprattutto, può salvare una vita. Prendiamo un esempio concreto: l’ecocolordoppler delle carotidi, un esame non invasivo che consente di individuare eventuali alterazioni e restringimenti dei vasi che portano il sangue al cervello, condizioni che possono aumentare il rischio di ictus. Intervenire tempestivamente significa, in molti casi, poter adottare le terapie e le misure necessarie prima che il problema si trasformi in un’emergenza.
Significa tutelare il paziente e, contemporaneamente, evitare allo Stato i costi sanitari e sociali enormi che derivano da un ictus: ricoveri, terapie, riabilitazione, assistenza prolungata e, nei casi più gravi, perdita dell’autonomia. Poi è arrivato il Covid. E, con la pandemia e il suo lungo strascico, quella cultura della prevenzione sembra essersi progressivamente smarrita.
Il cittadino si è ritrovato sempre più spesso solo, costretto a orientarsi nella giungla della sanità privata per ottenere esami e controlli che un sistema sanitario pubblico dovrebbe essere in grado di garantire con regolarità e appropriatezza.
Attenzione, però: questo non significa che la nostra sanità pubblica non sia efficiente. Al contrario. In molti casi lo è straordinariamente. Il paradosso è che il Servizio sanitario nazionale sembra dare il meglio di sé quando la malattia è già arrivata, quando la diagnosi è stata fatta, quando il paziente è ormai dentro un percorso terapeutico codificato. Se hai un tumore, una patologia cronica complessa o una malattia che richiede cure lunghe, specialistiche e costose, entri in un sistema di protocolli, competenze e strutture che, nonostante tutte le sue inefficienze, può offrire prestazioni di altissimo livello senza trasformare la malattia in una condanna economica per il cittadino. Ed è qui che emerge il paradosso: la nostra sanità pubblica rischia di essere eccellente quando sei già gravemente malato e molto meno efficace quando dovrebbe impedirti di diventarlo. È una provocazione, naturalmente. Ma è una provocazione che contiene una domanda seria: che senso ha costruire un sistema sanitario capace di affrontare malattie conclamate, spesso a costi elevatissimi, se poi non siamo altrettanto capaci di intercettarle prima?
Da profano, mi sembra che il problema parta anche da uno degli avamposti più importanti della sanità: la medicina di base. Il medico di famiglia dovrebbe essere il primo presidio, quello più vicino al cittadino, il punto di osservazione privilegiato attraverso il quale individuare segnali, anomalie e possibili patologie prima che diventino emergenze. Invece, troppo spesso, lo abbiamo trasformato in un terminale burocratico. Una quantità crescente di adempimenti, certificazioni, prescrizioni e incombenze amministrative sottrae tempo alla funzione più importante: fare il medico. E qui la domanda diventa inevitabile: perché non liberare i medici di medicina generale dalla zavorra burocratica e restituire loro tempo, strumenti e responsabilità clinica? Se al fronte della malattia mandiamo i nostri medici migliori, perché non dovremmo fare altrettanto sul fronte della prevenzione?
Perché aspettare che il nemico arrivi dentro casa quando abbiamo gli strumenti per individuarne l’avanzata molto prima? Una sanità moderna non dovrebbe misurare la propria efficienza soltanto dal numero di pazienti che riesce a curare. Dovrebbe misurarla anche dal numero di cittadini che riesce a non far ammalare, o almeno dalla capacità di diagnosticare precocemente ciò che può ancora essere curato con maggiore efficacia e minore sofferenza. Perché il vero successo della sanità pubblica non dovrebbe essere accompagnare bene un cittadino quando è quasi morto. Dovrebbe essere fare in modo che ci arrivi il più tardi possibile.
Angelo Santoro

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