
Difendere la sanità pubblica significa difenderne il carattere universale, garantire il diritto alla salute e assicurare servizi di qualità a tutti i cittadini.
Ma proprio per questo dobbiamo parlare anche di sostenibilità.
I conti della ASL Toscana Sud Est ( l’area vasta che ci riguarda da vicino e che comprende i territori delle province di Arezzo, Siena e Grosseto) ci consegnano un problema che non può più essere rinviato.
Nel 2024 l’Azienda aveva chiuso con una perdita di 66,4 milioni di euro, dopo i 42,3 milioni del 2023 e i 60,5 milioni del 2022.
La Corte dei conti aveva evidenziato una situazione di persistente squilibrio economico, richiamando l’attenzione sulla crescita dei costi del personale, dei farmaci e dei dispositivi medici, sul peso dell’indebitamento e sulla sostenibilità degli investimenti.
Nel 2025, secondo quanto riportato nella Relazione dell’Organo di revisione sul bilancio d’esercizio, l’Azienda registra una nuova perdita di 94,172 milioni di euro.
Il dato è ancora più significativo se inserito nella serie degli ultimi esercizi: 60,5 milioni di perdita nel 2022, 42,3 milioni nel 2023, 66,4 milioni nel 2024 e 94,2 milioni nel 2025.
Non siamo quindi di fronte a una difficoltà episodica, ma a una questione strutturale di equilibrio economico che deve essere affrontata.
E questo non significa sostenere che nella sanità pubblica si spenda semplicemente “troppo”.
Il costo del personale nel 2025 è di circa 544 milioni di euro.
La spesa per prodotti farmaceutici ed emoderivati supera i 228 milioni, mentre quella per la farmaceutica convenzionata supera i 112 milioni.
Sono costi indispensabili per curare le persone.
Il personale è la principale infrastruttura della sanità.
I farmaci innovativi hanno spesso costi elevati perché consentono cure che fino a pochi anni fa non esistevano.
Il problema è quindi capire come finanziare e governare una sanità che costa inevitabilmente di più perché la popolazione invecchia, aumentano le cronicità e cresce l’innovazione.
Più risorse, ma anche più efficienza.
La risposta non può essere il semplice taglio della spesa.
Servono indubbiamente più risorse nazionali per il Servizio sanitario pubblico.
Ma servono anche maggiore efficienza, appropriatezza e capacità di programmazione.
Bisogna intervenire sugli acquisti, sull’utilizzo dei dispositivi, sull’organizzazione degli ospedali, sulle sale operatorie, sulle apparecchiature, sulla burocrazia e sulla mobilità sanitaria.
E bisogna soprattutto programmare il personale in relazione ai servizi che realmente vogliamo garantire.
Perché non possiamo aprire nuove strutture senza avere le persone necessarie per farle funzionare.
Il PNRR non finisce con l’inaugurazione.
Questo vale in particolare per gli investimenti del PNRR.
Case della Comunità, Ospedali di Comunità, nuove tecnologie e strutture territoriali rappresentano un’occasione importante per modernizzare la sanità pubblica.
Ma una struttura non funziona perché viene inaugurata.
Ha bisogno di medici, infermieri, tecnici e operatori.
Una tecnologia deve essere utilizzata.
Un edificio deve essere mantenuto.
Un servizio deve essere finanziato ogni anno.
Per questo ogni investimento deve essere accompagnato, fin dall’inizio, dalla programmazione dei suoi costi di gestione futuri.
È una questione di responsabilità, non una critica al PNRR.
La denuncia del NurSind.
Su questo tema è particolarmente forte la denuncia arrivata lo scorso maggio dal segretario regionale del NurSind, Giampaolo Giannoni.
Giannoni ha duramente criticato la gestione sanitaria della Regione Toscana, accusandola di inaugurare nuove strutture finanziate dal PNRR senza disporre degli organici necessari per renderle operative.
Secondo il sindacato, l’attuale strategia si limita a spostare il personale già stremato da altri servizi, ricorrendo sistematicamente allo straordinario e svuotando i presidi territoriali esistenti.
Con una carenza stimata di almeno 5.000 professionisti solo in Toscana, il NurSind parla di una “operazione di facciata” che ignora una crisi occupazionale profonda e strutturale.
La denuncia mette nel mirino una programmazione definita fallimentare, evidenziando come i circa 70.000 infermieri necessari a livello nazionale per far funzionare le Case di Comunità semplicemente non esistano nel mercato del lavoro attuale.
Giannoni ha inoltre stigmatizzato il silenzio dell’assessorato competente, chiedendo un piano straordinario di reclutamento immediato e un confronto onesto con i cittadini.
Senza assunzioni dedicate, il rischio concreto, secondo il NurSind, è che i nuovi centri di assistenza si trasformino in “cattedrali nel deserto”, incapaci di erogare i servizi promessi alla popolazione.
Sono affermazioni dure, ma pongono una domanda che non possiamo eludere: chi lavorerà nelle nuove Case della Comunità?
Perché costruire strutture senza garantire contemporaneamente il personale necessario significa rischiare di spostare le difficoltà da un servizio all’altro, invece di aumentare realmente l’offerta sanitaria.
Una buona sanità deve essere sostenibile.
C’è però un punto che va detto con chiarezza.
Parlare dei conti della ASL non significa sostenere che la sanità pubblica non funzioni.
Al contrario, la sanità della Toscana Sud Est presenta risultati assistenziali importanti e servizi capaci di garantire livelli elevati di qualità.
Proprio per questo dobbiamo occuparci della sostenibilità.
Non dobbiamo scegliere tra qualità delle cure ed equilibrio economico.
Dobbiamo pretendere entrambe.
La Corte dei conti ha già evidenziato che uno squilibrio economico persistente non può essere semplicemente rinviato.
La perdita di 94,172 milioni di euro nel 2025 rende ancora più urgente questa riflessione.
La questione politica.
La discussione, quindi, non dovrebbe essere ancora una volta pubblico contro privato.
La domanda vera è: come garantiamo una sanità pubblica forte, universalistica e di qualità anche tra dieci o vent’anni?
Servono:
più finanziamento nazionale;
più efficienza;
personale adeguato ai servizi;
più territorio;
più prevenzione;
maggiore appropriatezza;
meno burocrazia;
più trasparenza;
investimenti accompagnati dalla copertura dei loro costi futuri.
E serve anche rimettere in discussione l’attuale sistema di governance. Possibile tornare a far contare davvero i territori ( e quindi i Comprensori dei Comuni) nelle scelte politiche e di programmazione, oppure è un tabù ?
Difendere la sanità pubblica non significa difendere ogni euro speso così com’è oggi.
Significa garantire le risorse necessarie e, contemporaneamente, pretendere che siano utilizzate nel modo più efficace possibile.
Perché costruire una sanità pubblica più moderna è importante.
Ma dobbiamo essere sicuri di poterla mantenere, farla funzionare e finanziarla anche domani.
Francesco Carbini

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