
Ho deciso di scrivere questa analisi storico economica della Russia perché anni di propaganda e disinformazione ne hanno deformato profondamente la percezione. La vastità territoriale, l’arsenale nucleare e la retorica militare vengono continuamente confusi con la forza economica, mentre nel XXI secolo una nazione conta per ciò che produce, per la popolazione che sostiene quella produzione, per l’industria e la tecnologia che controlla, per la qualità della propria moneta, per il capitale che riesce ad attrarre e per le imprese e i marchi che riescono a imporsi nel mondo. Se la Russia viene misurata con questi parametri e non con i chilometri quadrati, la sua dimensione reale cambia radicalmente.
Il punto di partenza è il 1991. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica Mosca perse molto più del territorio: perse popolazione, industrie, porti, agricoltura, centri tecnologici e soprattutto un sistema produttivo costruito per funzionare come un unico organismo. Tra il 1991 e il 1994 il PIL reale russo crollò di circa il 35 per cento. La Federazione Russa conservò l’arsenale nucleare, il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza e gran parte dell’apparato militare sovietico, ma non possedeva più la base economica e demografica che aveva sostenuto quelle strutture. È questa contraddizione che Mosca non ha mai veramente risolto.
Negli anni Duemila petrolio e gas permisero a Putin di ricostruire lo Stato, accumulare riserve, finanziare la spesa pubblica e rilanciare il riarmo, ma quella straordinaria rendita non venne trasformata abbastanza in un’economia civile diversificata e tecnologicamente competitiva. La Russia rimase dipendente dalle materie prime, dalle grandi aziende strategiche e dalla capacità dello Stato di distribuire ricchezza dall’alto. Non sviluppò un ceto medio patrimonializzato abbastanza ampio da creare un circuito interno di consumi, risparmio, credito e investimenti capace di autofinanziare il sistema con la profondità delle principali economie mondiali. La ricchezza rimane fortemente concentrata e questo lascia allo Stato, alle grandi imprese e alla rendita energetica un peso sproporzionato.
Anche il dato del PIL russo attuale va quindi letto correttamente. I circa 2.560 miliardi di dollari attribuiti alla Russia nel 2025 non rappresentano la fotografia neutrale di una normale economia civile, ma quella di un Paese in piena mobilitazione bellica. Nel 2025 Mosca ha destinato circa 190 miliardi di dollari alla spesa militare, pari al 7,5 per cento del PIL e a circa un quinto della spesa pubblica. Missili, carri armati, droni, munizioni, stipendi e ordinativi militari entrano tutti nel prodotto interno lordo e tengono in movimento fabbriche e occupazione. Il PIL non è falso, ma è pesantemente deformato nella sua composizione dalla guerra. Nonostante questa enorme iniezione statale, nel 2025 la crescita reale si è fermata all’1 per cento, mentre l’inflazione è rimasta molto elevata.
La differenza è semplice: una macchina utensile continua a produrre per anni, una ferrovia continua a trasportare merci, una fabbrica aumenta la capacità produttiva futura; un missile viene costruito, contabilizzato nel PIL, lanciato e distrutto. Un carro armato perso deve essere ricostruito e contribuirà nuovamente al PIL senza avere aumentato il patrimonio produttivo civile del Paese. Per questo utilizzare il PIL russo senza analizzarne la composizione significa attribuire allo stato di guerra una capacità economica che in parte deriva proprio dalla necessità di sostituire continuamente ciò che la guerra consuma.
La stessa sproporzione emerge nell’industria. La Russia conserva competenze importanti nell’energia, nel nucleare, nella metallurgia, nella chimica, nell’aerospazio e nella difesa, ma non controlla le grandi filiere che determinano il potere economico moderno: semiconduttori, elettronica, software globale, farmaceutica, automazione, macchine utensili avanzate, piattaforme digitali e grandi marchi di consumo. Stati Uniti, Cina, Europa, Giappone e Corea del Sud possiedono imprese che dettano standard, brevetti e tecnologie utilizzati da miliardi di persone. La Russia possiede grandi gruppi energetici e minerari, ma non un sistema di aziende paragonabile a Apple, Microsoft, Google, Nvidia, Samsung, Toyota, Siemens, Huawei o Tencent. Questo è potere economico globale; estrarre una materia prima è una cosa diversa.
Anche il rublo racconta questa debolezza. Non è una valuta internazionale di riferimento, non rappresenta una quota significativa delle riserve mondiali e dal 2024 dollaro ed euro non vengono più negoziati direttamente sulla Borsa di Mosca. Il cambio viene ricostruito dalla Banca centrale attraverso operazioni fuori mercato regolamentato. Una moneta che funziona soprattutto all’interno del proprio sistema nazionale non offre lo stesso potere finanziario di dollaro, euro o delle altre grandi valute. Questo rende inevitabilmente relativo anche il PIL convertito statisticamente in dollari: una cosa è produrre valore contabile in rubli, un’altra è disporre liberamente di valuta utilizzabile per acquistare tecnologia, componentistica e capitale sui mercati mondiali.
Per oltre vent’anni l’Europa aveva compensato molte di queste debolezze. Era il cliente perfetto: ricco, vicino e collegato direttamente ai giacimenti russi. Nel 2021 l’Unione Europea acquistava dalla Russia circa 152 miliardi di metri cubi di gas. Con la guerra quel mercato è stato quasi distrutto e Mosca ha cercato di sostituirlo soprattutto con la Cina. Ma è proprio qui che si vede quanto sia assurdo sostenere che le sanzioni non abbiano prodotto effetti soltanto perché la Russia continua a esportare energia.
Il gas destinato alla Cina rende infatti molto meno di quello venduto all’Europa. Secondo le stime del ministero dell’Economia russo riportate da Reuters, tra il 2025 e il 2028 i ricavi derivanti dalle esportazioni di gas verso la Cina saranno dal 30 al 40 per cento inferiori rispetto al valore delle esportazioni europee che Mosca sta cercando di sostituire. Nel 2023 il gas russo venduto alla Cina valeva circa 6,6 dollari per milione di BTU contro una media di 12,9 dollari per quello venduto in Europa: quasi la metà. Nel 2025 il gas russo destinato alla Cina attraverso Power of Siberia è arrivato a circa 38,7 miliardi di metri cubi, una quantità ancora lontanissima dai volumi che l’Europa assorbiva prima della guerra. Gazprom, che per decenni è stata una delle macchine finanziarie dello Stato russo, ha registrato nel 2023 la prima perdita annuale dal 1999, circa 7 miliardi di dollari.
Quindi le sanzioni funzionano esattamente dove devono funzionare: non necessariamente facendo sparire le esportazioni russe, ma riducendone margini, mercati, libertà contrattuale e ricavi. Il petrolio può essere dirottato con maggiore facilità verso Cina e India, spesso accettando sconti e maggiori costi logistici; il gas è molto più difficile da spostare perché dipende dai gasdotti e dalle infrastrutture esistenti. La Russia continua a vendere, ma ha perso il cliente più ricco, vicino e redditizio e deve sostituirlo con compratori che possiedono un potere negoziale molto maggiore. I ricavi statali russi derivanti dal gas nel 2025 sono stati stimati intorno a 470 miliardi di rubli, circa il 71 per cento sotto il record del 2022. Dire che tutto questo dimostri l’inefficacia delle sanzioni significa semplicemente ignorare i numeri.
Il rapporto con la Cina rende ancora più evidente il problema. Pechino possiede una base industriale ed economica molte volte superiore, dispone di numerosi fornitori alternativi e può scegliere quanto gas russo acquistare e a quale prezzo. Mosca invece deve trovare nuovi mercati. Non sorprende che proprio il prezzo sia stato per anni il principale ostacolo al nuovo grande gasdotto Power of Siberia 2. La Russia ha quindi ridotto la dipendenza dall’Europa aumentando quella dalla Cina, con un rapporto contrattuale ancora più sbilanciato. Non è indipendenza economica, ma spostamento della dipendenza da ovest verso est.
La guerra ha inoltre mostrato i limiti della presunta autosufficienza militare russa. Mosca mantiene uno dei maggiori arsenali nucleari del mondo e capacità missilistiche importanti, ma sul piano convenzionale quattro anni di combattimenti hanno consumato uomini e materiali a un ritmo enorme. Migliaia di mezzi sovietici sono stati recuperati dai depositi, mentre Corea del Nord e Iran hanno fornito munizioni, missili e tecnologia e la Cina è diventata essenziale per componentistica e beni dual use. Una macchina militare realmente autosufficiente non dovrebbe avere bisogno di milioni di proiettili nordcoreani o della tecnologia iraniana dei droni per sostenere una guerra contro un Paese molto più piccolo.
Il costo umano è ancora più grave. Le stime occidentali disponibili nel 2026 indicano circa 1,4 milioni di perdite militari russe complessive tra morti, feriti e dispersi dall’inizio dell’invasione su larga scala, con diverse centinaia di migliaia di morti. Per un Paese con meno di 144 milioni di abitanti significa consumare una parte rilevante delle generazioni maschili che dovrebbero lavorare, produrre, pagare imposte e avere figli nei prossimi decenni. Ai morti vanno aggiunti feriti gravi, invalidi, mobilitati, emigrati e personale assorbito permanentemente dal complesso militare industriale. La Russia ha già milioni di posti di lavoro vacanti e sta aumentando l’importazione di manodopera mentre continua contemporaneamente a mandare uomini al fronte.
Tolti quindi territorio, retorica e arsenale nucleare, rimane una Russia molto più piccola della propria rappresentazione. Ha una popolazione relativamente modesta, un PIL fortemente sostenuto dalla guerra, una moneta periferica, un apparato industriale incapace di dominare le principali filiere globali, pochissimi marchi internazionali, una forte concentrazione della ricchezza, un mercato interno insufficiente rispetto alle ambizioni dello Stato e una dipendenza ancora fondamentale dalla vendita delle materie prime.
È questo il bivio russo. Mosca deve decidere se vuole inserirsi pienamente nell’economia globale, sviluppando industria civile, tecnologia, capitale privato, ceto medio e imprese capaci di competere nel mondo, oppure continuare a restringere progressivamente i rapporti con le grandi macroeconomie e dipendere sempre di più da pochi compratori disposti a comprare materie prime alle proprie condizioni. La Cina stessa dimostra che globalizzarsi non significa diventare occidentali: Pechino è diventata una potenza proprio entrando nelle catene produttive mondiali, attirando capitali e tecnologia e rendendosi indispensabile all’economia internazionale.
La strada opposta porta invece alla progressiva marginalizzazione. Iran e Corea del Nord dimostrano che un Paese isolato può sopravvivere per decenni, ma sopravvivere non significa competere. Meno mercati, minori investimenti, tecnologia più difficile da ottenere, maggiore dipendenza dai pochi partner disponibili e progressivo distacco dai centri nei quali vengono prodotti innovazione e capitale sono il prezzo inevitabile dell’isolamento.
La Russia deve quindi scegliere tra integrazione e marginalizzazione. Non esiste una terza strada nella quale bastino gas, petrolio, armi nucleari e milioni di chilometri quadrati per sostenere indefinitamente una grande potenza moderna. Nel XXI secolo contano economia, industria, tecnologia, capitale umano, moneta, imprese e capacità di rendersi indispensabili agli altri. È su questi parametri, non sulla carta geografica, che si misura realmente un Paese. E su questi parametri la Russia è molto più piccola di quanto continui a raccontare.
Piero Terracina

Non avevo mai letto un’analisi di un tema così complesso espressa con parole così semplici e comprensibili. Credo sia una delle caratteristiche delle persone preparate quella di non avere bisogno di complicare le idee per dimostrare di conoscerle, ma di riuscire invece a renderle accessibili anche a chi non possiede una preparazione specifica in materia. È proprio per questo che vorrei farle una domanda. Se in un prossimo futuro, venute meno le condizioni che hanno determinato l’attuale contrapposizione, l’Europa e la Russia dovessero ritrovare una convenienza reciproca nel ricucire i loro rapporti, ritiene possibile una nuova integrazione, almeno sul piano economico, all’interno dello spazio europeo? Glielo chiedo perché le semplificazioni che spesso leggiamo, e ancor più certe analisi politiche molto ideologizzate, da una parte e dall’altra, finiscono per rendere difficile a chi non possiede strumenti specialistici distinguere i dati dalle interpretazioni e farsi un’idea autonoma della realtà. Il suo modo di affrontare questi temi, invece, mi aiuta proprio in questo: non tanto a ricevere una risposta già confezionata, quanto a comprendere meglio gli elementi necessari per farmi una mia opinione. Complimenti per le sue analisi. La leggo sempre con estrema attenzione e, devo ammetterlo, anche con ammirazione.