In Toscana c’è un maestro elementare che si occupa per passione di ambiente e alternative all’incenerimento dei rifiuti. Si chiama Rossano Ercolini, è della lucchesia, predica la strategia Rifiuti Zero e fa parte di ‘Gaia’, l’alleanza mondiale per le alternative agl’inceneritori. Seduto comodamente su un sofà dai colori accesi, se gli si chiede come si definirebbe, lui ha la risposta pronta: “Attivista ecologista”. Che – intendiamoci – non è una parolaccia, ma una filosofia di vita che Ercolini porta avanti con coerenza da più di vent’anni. Parlando, Ercolini apre scenari su un ciclo dei rifiuti che l’Italia fatica a digerire e a fare propri, soprattutto al Sud dove la monnezza brucia per le strade e le colline sono fatte di rifiuti provenienti dalle fabbriche del Nord, sotterrati a basso costo dalla criminalità organizzata.
Ercolini non è uno che sorride molto, lo ammette, ma è un ottimista e ha dalla sua un carnet di buone pratiche e politiche per l’ambiente che vengono dalla California, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, ma anche dalla sua Capannori e da Treviso. Con in mano una metaforica ramazza arcobaleno, in una chiacchierata cerca di spazzare via alcuni luoghi comuni che puntualmente spuntano fuori quando si parla di rifiuti e discariche.
Innanzitutto il nome: inceneritore. “Che si chiama inceneritore e non termovalorizzatore”, puntualizza Ercolini. “In nessuna normativa, italiana ed europea, c’è il termine termovalorizzazione. Ma qua in Italia lo si preferisce a incenerimento perché se lo si chiamasse così, ossia per quello che è, ci sarebbe subito una levata di scudi. E’ una tecnologia che notoriamente ha prodotto guasti sanitari, ambientali e che non è affatto popolare”.
I sostenitori della Strategia Rifiuti Zero partono dall’idea che ogni rischio è inaccettabile se evitabile. Che non si deve far correre alla popolazione un rischio che può essere evitato quando si può ricorrere alle alternative che ci sono. Che si può uscire dall’incenerimento con vantaggi economici, sanitari ed ambientali che sono descrivibili. Un esempio? Ercolini cita Capannori, la sua Capannori. 47.000 abitanti, il più grande comune rurale d’Italia. Prima portava in discarica 20.000 tonnellate di rifiuti. Poi, preso per mano da lui e dal sindaco dell’epoca Micheloni, ha accresciuto la differenziata al 70-75% e le tonnellate di rifiuti in discarica sono calate a 6.000. Ma come è stato possibile? Come segue. Secondo uno schema già collaudato all’estero, la Acit, l’azienda locale di gestione dei rifiuti, ha fornito tre contenitori a tutti gli abitanti del territorio. Uno, aerato, arancione, per la frazione organica: scarti di cucina e affini. Svuotato poi in un contenitore marrone dotato di un sacchetto biodegradabile e ritirato tre volte a settimana. La Acit ha fornito ai cittadini anche un contenitore bianco. Raccoglie la carta e viene ritirato una volta alla settimana. Poi c’è il multimalteriale (lattine, plastica, tetrapak, vetro) da ritirare due volte alla settimana. Dunque, tre contenitori più quello del residuo che vengono messi fuori la sera a giorni stabiliti. “E’ un sistema semplice, comodo e che funziona”, assicura Ercolini. E le percentuali gli danno ragione.
Ma non è che costa troppo un sistema del genere? Risposta di Ercolini: “Capannori ha assunto 40 addetti per il porta a porta. C’è stato un aumento del costo dei ritiri. E’ vero. Ma il costo della raccolta è stato interamente compensato fino a ottenere un lieve saldo positivo perché, alla fine, risultano meno rifiuti da smaltire”. E tutto questo con un beneficio locale per i giovani della piana di Lucca che hanno trovato un lavoro.
Ma è esportabile? Un sistema di raccolta dei rifiuti del genere può essere applicato a città come Firenze o a città ancora più grandi come Roma o Milano? Ercolini non si scompone e risponde tirando giù un fiume di città, numeri, percentuali di cui citiamo solo i più significativi. Provincia di Treviso, 827.000 abitanti. Nel 2007 aveva il 63.8% di raccolta differenziata. Poi ci sono i 250.000 abitanti della cintura dei Comuni torinesi: hanno raggiunto in un anno e sei mesi il 64% di differenziata. E poi Los Angeles, California: 4 milioni e mezzo di abitanti, nel 2007 il 64% di rifiuti sottratti alla discarica. E le Fiandre, che con i suoi 6 milioni di abitanti e una densità abitativa fra le più alte in Europa naviga intorno al 75% di raccolta differenziata. Insomma, spiega Ercolini: “Porre una correlazione al ribasso tra densità abitativa, quantità della popolazione e resa della raccolta differenziata è un’affermazione destituita di ogni fondamento statistico”.
Il problema, semmai, sono i politici non illuminati. E se si tocca questo tasto Ercolini non fa tanti giri di parole: “Nelle regioni come la Toscana e l’Emilia Romagna si sono costruiti nel tempo dei coacervi ibridi tra burocrazie politiche e poteri economici rappresentati da ex-cooperative e pezzi di ex-municipalizzate. Nei consigli di amministrazione ritrovi l’ex-sindaco o l’ex-assessore. Finisce tutto in un impasto non cristallino al fondo del quale le lobbies dettano modi e tempi”. E l’incenerimento dei rifiuti è la via maestra.
Poi c’è una legge nazionale sugli acquisti verdi che viene sistematicamente disattesa da gran parte dei enti locali. Questa legge obbligherebbe i Comuni a comprare almeno il 30% di riciclato o proveniente da raccolte differenziate, ma manca la volontà. Politica, appunto.
Un’altra stoccata tocca nuovamente alla Toscana. “Nel 2005 – racconta Ercolini – la Regione aveva approvato una delibera che la impegnava a raggiungere il 55% di differenziata nel 2010 e a ridurre del 15% la produzione di rifiuti entro la stessa data”. Ora si scopre che la differenziata è al 34% e che bisogna fare gli impianti d’incenerimento. “Ma le buone pratiche dove sono andate a finire? Capannori, Treviso, Los Angeles. Visto che non sono realtà campate in aria – si chiede Ercolini – perché non vengono prese come modello, come esempio da imitare?”. E racconta di uno studio nascosto nei cassetti della Regione. Nel marzo 2008, infatti, l’Agenzia toscana recupero risorse, insieme alla scuola agraria del Parco di Monza, ha terminato un lavoro che aprirebbe nuovi scenari sul ciclo economico dei rifiuti. In quello studio c’è una simulazione sui costi relativi al passaggio dall’attuale sistema stradale di raccolta a quello porta a porta. Voci di corridoio dicono che il percorso tracciato sarebbe più che vantaggioso. Ma sta in un cassetto di chissà quale ufficio a prender polvere. Ed Ercolini non ci sta: “Mi rivolgo all’assessore all’ambiente Bramerini e alla giunta. Perché non tirano fuori quello studio?”. E lancia una provocazione: “Facciamo un convegno regionale aperto non a solo ad aziende e amministratori, ma anche a comitati e associazioni. Valutiamo assieme le prospettive e le iniziative da sviluppare”. Come dire. Il sasso è lanciato e la mano non viene nascosta.
Samuele Bartolini

Benissimo :la raccolta differenziata può costituire una base di produzione ( con il riciclo ) ,oltre che ridurre drasticamente la massa dei rifiuti . Grande riconoscimento di merito per i fautori .
Ma il “rifiuto” dovrebbe essere eliminato ,fatto spsrire ,per togliere la necessità di inceneritori .
O forse le discariche sono da considerare più “ecolgiche” degli inceneritori ?
Mi sembra che la “battaglia” di Ercolini ,rispettabilissima e benemerita,sia comunque lontana dalla quadratura del cerchio ( rifiuti zero )….anche perchè la situazione ottimale non si raggiunge dall’oggi al domani . Che si fa , si mettono i rifiuti in tasca ,nel frattempo ?