Se una cosa Putin certamente è, è nazionalista, orgogliosamente tale, nostalgico della grande Russia, senza altri aggettivi e ideologie. Ha definito una volta “la peggiore catastrofe” la disintegrazione dell’Unione Sovietica.

Ci sa fare anche con le armi: era capo del Kgb a Dresda il giorno in cui crollò il regime comunista nella Germania Orientale e una folla festante invase e devastò la sede della Stasi e minacciò di infilarsi anche nel suo ufficio. Vladimir Putin indossò i panni di James Bond: uscì solo con la pistola in mano e disse alla gente: “Ue’, qui dentro è Urss”. L’Urss morì due anni dopo, il Kgb fu sciolto, Putin tornò a casa disoccupato, pochi mesi dopo gli trovarono un lavoro come vicerettore dell’Università dell’allora Leningrado, poi entrò nella giunta comunale e collaborò a ripristinarne il nome di Sanpietroburgo e a far costruire, proprio di fronte al vecchio ufficio della polizia segreta in via Robespierre un monumento alle vittime del Terrore.
Non ha cambiato carattere, continua ad essere scomodo e inquietante, soprattutto agli occhi di Washington, dove lo vedono come il perturbatore massimo della paxamericana e che solo a sentirlo nominare sentono rinascere quel vecchio prurito della Guerra Fredda. Con qualche eccezione: anche laggiù c’è qualcuno che lo ama, gente di estrema destra come Pat Buchanan, che ai tempi di Reagan era “capo delle comunicazioni” della Casa Bianca e lo considera un “fratello” nella lotta “per la difesa dei valori cristiani che costituiscono la base della civiltà occidentale”. Buchanan è arrivato a definire Putin “uno di noi”, un leader della Destra Morale. Il resto del mondo lo ricorda nei panni del Kgb e lo sospetta per questo di nostalgie comuniste. Molto probabilmente a torto: lo ha spiegato lui in una intervista cinica e probabilmente veritiera: “Nostalgico dell’Urss? Chi non la prova è senza cuore, chi la sente è senza cervello”. Se riconosce un eroe nel passato della Russia questi è uno Zar, Pietro il Grande, l’unico personaggio celebrato nel memorabile spettacolo inaugurale delle Olimpiadi di Sochi. Pietro il Grande tirò fuori la Russia, tre secoli fa, dal medioevo e costruì davvero Sanpietroburgo, finestra sull’Occidente. La città di Putin, che quando nacque lui si chiamava, naturalmente, Leningrado. Contatti di famiglia con l’Unione Sovietica? Sì: uno dei suoi nonni fece il cuoco per Lenin. Niente di male, anche il nonno nero di Barack Obama preparava i pasti per gli ufficiali inglesi al tempo dell’Impero delle Indie.
Se una cosa Putin certamente è, è nazionalista, orgogliosamente tale, nostalgico della grande Russia, senza altri aggettivi e ideologie. Ha definito una volta “la peggiore catastrofe” la disintegrazione dell’Unione Sovietica, ma perché essa coincise con il culmine della potenza russa. Per questo il “suo” esercito ha conservato la bandiera rossa con la falce e il martello, perché era quella che i vincitori piantarono sulle macerie di Berlino nel 1945. La Marina russa, però ha la bandiera disegnata da Pietro il Grande e sul palazzo presidenziale nel Cremlino, dove Putin abita, sventola un vessillo con l’aquila zarista. E l’inno nazionale è tornato quello dei tempi di Lenin e di Stalin, solo con un testo completamente nuovo e ideologicamente opposto, pieno di riferimenti alla Patria e a Dio. Chi va contro i comandamenti lui lo definisce pari pari “servo di Satana”.

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