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Rinnovabili: il tango bond di Zanonato

di Carlo Stagnaro | 10 Novembre 2013

Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, ha da tempo rivelato il suo piano di “riduzione degli oneri tariffari” gravanti sulla bolletta elettrica, e connessi all’incentivazione delle fonti rinnovabili. Tali oneri appesantiscono il prezzo dell’energia di oltre 12 miliardi di euro l’anno, e sono la conseguenza diretta di sussidi esagerati e ingiustificabili.

flaviozanonatoAl Capone venne imprigionato per evasione fiscale. Con ogni probabilità, gli Zanonato-bond, concepiti nel ministero di Via Veneto con l’obiettivo di spalmare gli incentivi rinnovabili nei secoli a venire, saranno arrestati per ragioni puramente contabili.

Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, ha da tempo rivelato il suo piano di “riduzione degli oneri tariffari” gravanti sulla bolletta elettrica, e connessi all’incentivazione delle fonti rinnovabili. Tali oneri appesantiscono il prezzo dell’energia di oltre 12 miliardi di euro l’anno, e sono la conseguenza diretta di sussidi esagerati e ingiustificabili. L’idea di Zanonato è semplice, brillante e sbagliata: ridurre l’onere aggregato attraverso l’emissione, per un certo numero di anni, di bond per un controvalore di 2 miliardi di euro all’anno (inizialmente si era parlato di 3). Secondo quanto riferisce l’agenzia Public Policy sulla base delle ultime bozze del collegato alla legge di stabilità che dovrebbe contenere la misura, i bond verrebbero emessi dal Gse (attualmente responsabile della gestione degli incentivi) con l’obiettivo di “spalmare gli incentivi che gravano in bolletta riducendone il peso nei prossimi anni e incrementandolo nel lungo termine”. Una successiva versione del provvedimento bypassa l’emissione di titoli di debito attraverso la cessione di “parte dei crediti allo stesso dovuti per il ristoro dei costi sostenuti per l’acquisto di energia elettrica in forza delle disposizioni in materia di incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili”. Sebbene tecnicamente diverso, anche in questo modo l’effetto sarebbe comunque analogo: comunque la si giri, i soldi non piovono dal cielo, e o qualcuno a rinuncia a qualcosa, oppure tutte le risorse a qualunque titolo anticipate devono alla fine tornare.

Ho già discusso del perché questo intervento non solo non risolve nulla, ma crea problemi nuovi. Infatti, a dispetto della retorica e del nome stesso affibbiato al provvedimento (“taglia-bollette”) qui non siamo in presenza di alcun taglio. Del resto, per ridurre effettivamente l’onere dell’incentivazione sarebbe necessario rinegoziare retroattivamente l’entità degli incentivi: con tutte le difficoltà, è questa l’unica via possibile, come hanno scritto anche Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. L’operazione che Zanonato ha in mente è, invece, una mera ristrutturazione del debito: si riduce l’entità della rata, si allunga il numero della rata. Questo dal punto di vista del consumatore: dal punto di vista del produttore, invece, nulla cambia, perché ciascun titolare di impianti incentivati continuerà a ricevere quel che si aspetta fino all’ultimo centesimo. A chiudere l’equazione è, appunto, il Gse, che facendo da controparte all’uno e all’altro fa tornare i conti. La critica principale al piano è, dunque, duplice: da un lato il risultato finale non è una riduzione ma un aumento dell’esborso ai danni dei consumatori (che ovviamente dovranno pagare anche gli interessi sul debito), dall’altro le scelte di una generazione di politici vengono scaricate sulle spalle di una generazione successiva di contribuenti, in quanto la durata dell’incentivazione finirebbe fatalmente per dilatarsi di almeno un decennio.

Ci sono, dunque, ottime ragioni per impedire lo svolgersi del piano. Ma, come spesso accade, non è la razionalità economica o politica a fermare o provvedimenti sbagliati: è, o almeno potrebbe essere, un cavillo contabile non-così-marginale. A quanto riferisce Reuters, a frenare sarebbe il Tesoro, preoccupato dalle conseguenze di lungo termine di titoli di debito (ovvero della cessione dei crediti) che, sebbene formalmente esterni al perimetro della Pubblica Amministrazione, sono di fatto emessi da essa e garantiti dallo Stato. Nel breve questo può avere poca rilevanza, ma nel lungo periodo lo stock di debito (o il flusso di spesa nel caso della cessione dei crediti) accumulato fuori bilancio potrebbe finire nel mirino di Eurostat. In effetti, il sempre più frequente ricorso a trasferimenti diretti (ma forzosi) tra privati, in luogo dell’intermediazione governativa, sta determinando il potenziale insorgere di un gap contabile significativo in tutta Europa. Un tema su cui prima o poi Eurostat dovrà ragionare seriamente.

Per ora, non vi è alcuna iniziativa in vista, ma dato l’orizzonte più che ventennale degli Zanonato-bond è meglio che un paese gravato da un debito superiore al 130 per cento del Pil stia molto attento a non assumere esposizione eccessiva. D’altronde, lo stesso approccio adottato in Spagna – dove i bond pro-rinnovabili entrano a pieno titolo nel novero del debito pubblico – ha prodotto conseguenze imprevedibili e costose, con cui i contribuenti iberici oggi sono alle prese.

Se questo ennesimo pasticcio deve fermarsi per ragioni contabili, benissimo così, purché si fermi.

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