
(fonte Wikimedia Commons)
I grandi della filosofia consideravano quella d’opinione, la prima incontestabile e inviolabile libertà per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro cultura, intelligenza o condizione sociale.
Sapevano che sarebbe stato insensato escludere gli ignoranti da questo diritto, posto che il più lungo cammino della storia dell’umanità erano proprio gli ignoranti ad averlo percorso, senza attentare al futuro del pianeta e dell’umanità.
E arrivando incolumi dopo svariate decine di millenni, hanno già dato prova di intelligenza che gli istruiti forse daranno in futuro; sempre che il futuro riescano a conservarlo !
Socrate, Platone, Aristotele e Pitagora, non sapevano cosa sarebbe successo dopo di loro, grazie alla loro filosofia e matematica, ma intuivano che gli ignoranti docilmente asserviti al creato come ogni altra specie vivente, mai e poi mai avrebbero potuto creare danni irreparabili al Pianeta e all’Umanità.
Mentre c’era il serio rischio che gli istruiti, facendo cattivo uso del sapere diventassero asservitori della natura arroganti, presuntuosi, sfruttatori e avvelenatori. E generando in questo modo sconvolgimenti climatici assassini ingovernabili.
Insomma di buone ragioni per fidarsi più degli ignoranti che dei loro stessi discenti ne avevano a vagonate.
Tant’è che 25 secoli dopo, “i so tutto io della scienza”, vanno in giro a contestare le opinioni degli ignoranti, come se loro fossero depositari esclusivi di verità evangeliche.
Gli istruiti a casaccio, con la loro smisurata presunzione, invece di combattere i problemi che loro stessi hanno generato, vanno a contestare “le opinioni dei contadini”, dimostrando una maturità culturale da scaricatori di porto. E mi perdonino gli scaricatori.
Lamberto Ferdinandi

«I perdenti, come gli autodidatti,
hanno sempre conoscenze più vaste
dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere
una cosa sola e non perdere tempo a
saperle tutte, il piacere dell’erudizione è
riservato ai perdenti. Più cose uno sa,
più le cose non gli sono andate per il verso giusto».
– Umberto Eco –
“Numero zero”