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“Rilanciare l’Europa”: così parlò il nuovo asse Roma-Berlino

Il nuovo asse Roma-Berlino non nasce per “rilanciare l’Europa”: nasce per renderla vassalla a Trump e spostarne l’asse politico ancora di più a destra. Il 23 gennaio 2026 Meloni e Merz si sono presentati come la coppia “pragmatica” con un pacchetto chiarissimo: accondiscendenza a Trump, corsa al riarmo, chiusura sull’immigrazione, retromarcia sulla transizione verde. Ormai è questa la dottrina delle destre e del neofascismo europeo in linea con i voleri del padrone americano. L’appeasement, cioè l’accondiscendenza e il servilismo verso gli USA, lo chiamano “dialogo”. E lo vendono come scelta adulta: meglio trattare con Trump che aprire uno scontro, anche quando apertamente ti calpesta.

di Enrico Rossi | 25 Gennaio 2026

Il nuovo asse Roma-Berlino non nasce per “rilanciare l’Europa”: nasce per renderla vassalla a Trump e spostarne l’asse politico ancora di più a destra.

Il 23 gennaio 2026 Meloni e Merz si sono presentati come la coppia “pragmatica” con un pacchetto chiarissimo: accondiscendenza a Trump, corsa al riarmo, chiusura sull’immigrazione, retromarcia sulla transizione verde. Ormai è questa la dottrina delle destre e del neofascismo europeo in linea con i voleri del padrone americano.

L’appeasement, cioè l’accondiscendenza e il servilismo verso gli USA, lo chiamano “dialogo”.

E lo vendono come scelta adulta: meglio trattare con Trump che aprire uno scontro, anche quando apertamente ti calpesta.

È la politica estera ridotta a tecnica di sopravvivenza da lacchè: non scegliere, non disturbare, sperare che l’uomo forte si distragga o che dopo averla sparata grossa faccia almeno mezzo passo indietro per attribuirsene i meriti. L’Europa rinuncia in questo modo alla propria autonomia e sovranità, viene praticamente umiliata e distrutta come soggetto politico, proprio come vuole Trump e come anche loro ritengono sia giusto.

Nessuno può dimenticare la dichiarazione di Meloni alla Camera, tanto infame quanto rivelatrice del suo pensiero: “l’Europa del Manifesto di Ventotene non è la mia Europa”; non è sua l’idea di un’”Europa libera e unita”.

Poi c’è la corsa al riarmo, impacchettata come “difesa europea”. Meloni annuncia l’adesione dell’Italia all’accordo multilaterale sui controlli all’export di armamenti con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Significa più armi, più commesse, più intrecci industriali.

E mentre la parola “pace” campeggia nei comunicati, si firma per la filiera della guerra.

È il solito capolavoro lessicale, la solita mistificazione della realtà: chi arma il mondo è “realista”, chi chiede investimenti sociali diventa “ideologico”. 

Terzo pilastro è l’immigrazione: “difesa dei confini esterni”, rimpatri.

È vero, non siamo alla caccia all’uomo di stampo nazista come sta facendo Trump ma su tratta di differenze dentro la stessa linea di fondo.

L’Europa è un continente che invecchia e ha bisogno di lavoro, ma vuole solo lavoratori senza diritti e senza volto, tenuti finché servono, usati come capro espiatorio quando conviene e poi rispediti a casa loro.

L’Europa-fortezza: comoda per la propaganda e utilissima per tenere basso il salario, perché la paura è un ottimo contratto collettivo. 

Infine, il pezzo più grottesco di questa destra povera di idee, miope e rancorosa: la transizione verde trasformata nel colpevole universale.

Meloni dice che la transizione green “ha finito per mettere in ginocchio le nostre industrie”, e Merz annuisce. 

Qui il trucco è semplice: invece di correggere una transizione che in certi settori ha colpito più i lavoratori che gli extra-profitti, si sceglie la scorciatoia di smontare vincoli, rinviare scadenze, ribattezzare l’ecologia come “ideologia”.

Poi si racconta che sarebbe “difesa dell’industria”. Difesa di chi, esattamente?

Intanto la Sicilia è lo specchio crudele dei cambiamenti climatici contro cui si dovrebbe lottare.

Mentre si contano i danni dell’ennesima ondata di maltempo arrivano le note di “vicinanza” di Meloni e del suo governo alle comunità colpite. 

La lacrimuccia istituzionale non si nega a nessuno; le scelte strutturali invece sì, lasciando che il surriscaldamento della terra cresca e che sia pagato dalla povera gente.

Anche qui perfettamente in linea con l’ideologia negazionista e gli interessi del padrone americano.

Come ciliegina, Meloni se ne esce persino con il Nobel per la pace a Trump. L’ha detto davvero: “spero che potremo candidarlo”. 

Non è una battuta: è un programma politico e culturale che sancisce la validità la legge del più forte, la violazione dei principi liberali in politica interna e del diritto internazionale in quella estera.

Una svolta neofascista mondiale che Meloni spera venga premiata, e con cui è evidentemente in piena sintonia.

La conferma di queste affinità elettive di Meloni e Merz col padrone americano viene proprio dal Board of Peace”: il comitato fascio-affarista fondato da Trump a Davos. 

Trump lo lancia come cabina di regia, con progetti di ricostruzione e governance disegnati sopra la testa dei palestinesi, e più in generale come strumento alternativo all’ONU nelle controversie internazionali.

Lo statuto è scritto per consacrare il suo comando: il “chairman” autorizzato ad agire per conto del Board, a scegliere e rimuovere Stati membri, a designare il successore, e perfino a fissare una quota d’ingresso da un miliardo. 

Altro che organizzazione multilaterale: è un direttorio, con la pace ridotta a franchising (entri se paghi e resti solo se obbedisci).

Ma qui, per l’Italia, lo strappo è anche costituzionale. Meloni stessa parla di “problemi costituzionali” e richiama l’articolo 11: la cessione di sovranità può avvenire solo in condizioni di parità, non dentro un organismo costruito su una gerarchia personale. 

Eppure la linea resta “di apertura”: cioè restare agganciati anche quando il quadro è incompatibile, perché non si vuole contrariare Washington. Un altro colpo alla Costituzione che i neofascisti al governo non hanno scritto e non hanno mai digerito e ancor meno amato.

A mio avviso, è proprio su questo fronte, sulla difesa della Costituzione, che possiamo e dobbiamo sconfiggere questo progetto reazionario che sconquassa e le basi della nostra convivenza e la dignità del nostro Paese.

Enrico Rossi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Enrico Rossi

Enrico Rossi è un politico italiano, presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020. È membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) dal 26 gennaio 2015; dall’ottobre 2019 è vicepresidente del gruppo socialista al CoR. Sindaco di Pontedera dal 1990 al 2000, assessore regionale alla Sanità dal 2000 al 2010. Nel 1999 viene chiamato a Roma da Walter Veltroni per assumere l’incarico di vice responsabile nazionale dell’area economica dei Democratici di Sinistra.

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