Una tempesta in un bicchier d’acqua per finire gattopardescamente “col tutto cambi per lasciare tutto come prima”. Non proprio tutto perché ora a scegliere il presidente della provincia non saremo più noi cittadini ma i sindaci eletti nei nostri comuni. E nessun risparmio in vista, presidenti e consiglieri continueranno a percepire un’indennità di funzione per partecipare alle sedute del consiglio provinciale. Ma non finisce qui: i nuovi enti intermedi in ordine con i conti potranno assumere anche nuovo personale. Il “can can” di annunci governativi e di polemiche e dibattiti nelle aule della Camera e del Senato si riduce quindi “all’italiana” al voto “solenne” di Palazzo Madama che ha dato il via libera all’articolo 28 delle riforme costituzionali, con il quale sopprime dall’articolo 114 della Carta l’indicazione delle Province come parte dell’articolazione territoriale della Repubblica. Neanche Tommasi di Lampedusa sarebbe stato capace di concepire un biazantinismo del genere. Cioè: un ramo del Parlamento, il Senato, cancella dalla Costituzione la parola «Province», l’altro ramo, la Camera, invece, prevede le nuove elezioni nell’ente con tanto di oneri contributivi e permessi retribuiti per i consiglieri. Tutto qui? No, è stato anche stabilito che a settembre l’esecutivo di Palazzo Chigi emanerà un provvedimento per specificare le competenze amministrative che lo Stato dovrà trasferire alle Province, che otterranno anche alcune funzioni delle Regioni. Riorganizzazione delle funzioni da completare entro il 31 dicembre 2014, per permettere alle Città metropolitane e alle nuove Province di entrare a regime dal 1 gennaio 2015 avendo ben chiaro chi fa che cosa, senza pregiudicare l’erogazione dei servizi ai cittadini e senza inutili duplicazioni. “Se il Governo ci avesse ascoltato quando lanciavamo l’allarme sul rischio di mandare a monte tutta la riforma delle Province e delle Città metropolitane a causa dei tagli insostenibili ai bilanci, avremmo risparmiato mesi e oggi saremmo davvero pronti a partire. Prendo atto che finalmente è stata compresa la necessità di tenere insieme le riforme istituzionali con le manovre economiche, e non posso che augurarmi che nei prossimi atti del Governo questa scelta sia attuata nel concreto”. Lo dichiara il Presidente dell’Upi, Alessandro Pastacci, al termine della riunione della Conferenza Stato Città , tenutasi al Ministero dell’Interno, nel corso della quale è stato ufficialmente comunicato dal Governo la volontà di operare, prima di applicare i tagli della spending review alle Province, un monitoraggio dettagliato dello stato dei bilanci, per verificare l’impatto delle manovre sui servizi erogati. “Nessuno – ha detto Pastacci al Ministro Alfano e ai Sottosegretari Bressa, Bocci e Baretta presenti alla riunione – vuole consegnare ai sindaci che andranno alla guida delle Province in autunno, enti in disequilibrio, o peggio, in dissesto. Ne’ è sensato pensare di spostare funzioni e servizi ad altri enti, con il rispettivo personale, se non ci sono risorse adeguate per coprirli. Tra l’altro, ormai non si tratta più di tagli ai bilanci ma della sottrazione di risorse proprie delle Province per coprire la spesa pubblica centrale. In tutto nel 2014 si tratta di 1,6 miliardi, risorse che utilizziamo per la manutenzione e gestione del 70% della rete viaria nazionale o per interventi necessari a rendere le scuole superiori non solo più belle, ma anche più accoglienti e sicure. Rivedere questi tagli è essenziale per raggiungere l’obiettivo, che ormai ci siamo posti tutti, di consentire che la riforma delle Province e delle Città metropolitane non produca caos o disservizi ai cittadini. Resta il tema della chiara riorganizzazione delle funzioni delle Province: vogliamo sapere come le Regioni intendono continuare ad assicurare i servizi sui territori, nel rispetto dei tempi che impone la legge. Entro il 31 dicembre 2014 – ha detto- il processo deve essere completato, per permettere alle Città metropolitane e alle nuove Province di entrare a regime dal 1 gennaio 2015 avendo ben chiaro chi fa che cosa, senza pregiudicare l’erogazione dei servizi ai cittadini e senza inutili duplicazioni. Non vorremmo – ha concluso Pastacci – che invece che riordinare le funzioni tra Province e Comuni, si assistesse alla nascita di ennesime agenzie e società regionali”. Allora come si comprende dalle esternazioni del Presidente dell’Unione delle Province italiane si cerca di rimediare in corsa il pasticcio creato dalla riforma varata in fretta e in furia (come diciamo da mesi nella nuova “era renziana 2.0”) e dettata più che da una esigenza reale di risparmio e semplificazione amministrativa dalla necessità mediatica della politica o di una parte di essa di gettare in pasto all’opinione pubblica una moralistica volontà di mettere fine agli stipendi d’oro degli “eletti dal popolo” sacrificando l’anello debole della catena politica che dai comuni arriva sino alla presidenza della Repubblica. Si è colpita la Provincia sicuramente l’ente meno sentito e che scalda poco i cuori degli elettori in cabina elettorale. Ora mancano tre letture (tre votazioni) di Camera e Senato affinchè la legge venga approvata in via definitiva. Non vorremmo adesso che la “polvere” dei pasticci e degli errori finisse sotto il tappeto. Che il “pavimento” non è stato pulito bene ce ne siamo accorti con le vicende della provincia di Lodi dove si ipotizzava di eleggere a presidente della nuova provincia uno dei migliori amici del vicesegretario nazionale del PD Lorenzo Guerini, un sindaco della bassa già vicepresidente della provincia eletto a maggio in un piccolissimo comune con soli 25 voti. E guarda caso le elezioni delle nuove province sono state spostate da settembre a metà ottobre per dare più tempo ai partiti di trovare accordi sensati e nell’interesse delle comunità e non camarille e papocchi da far sembrare dei dilettanti le vecchie volpi grigie della Prima Repubblica.
Cesare Mannucci

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