Lo stato di precarietà della situazione finanziaria degli enti di area vasta e l’aggravamento ipotizzato, soprattutto nella prospettiva dell’esercizio in corso, stanno avendo progressiva conferma
Se lo avesse detto il ragioner Fantozzi si sarebbe sicuramente espresso così: “La legge di riordino delle Province è una cagata pazzesca!”. Ma siccome i toni sono quelli austeri e un tantino ieratici degli uomini di diritto e di legge della Corte dei Conti hanno sentenziato in quest’altra maniera: “La riforma ha generato una situazione di criticità (per certi versi emergenziale) relativa alle risorse che mette a rischio i servizi di primaria importanza”. E questa volta non siamo noi di Pensalibero a dirlo, lo abbiamo detto da troppo tempo (oltre un anno) inascoltati su queste colonne che la legge che porta il nome dell’ex sindaco di Reggio Emilia, il ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio era stata approvata con troppa fretta per rincorrere la protesta di piazza amplificata dai megafoni di Beppe Grillo e dei parlamentari del Movimento Cinque Stelle che puntava l’indice contro la “casta” dei presidenti, degli assessori e dei consiglieri provinciali “rei” con le loro indennità di carica di “mandare in fallimento” comuni, province, regioni e perchè no anche lo Stato. Per mesi abbiamo detto che togliere gli stipendi degli organi di funzionamento di queste oltre 100 amministrazioni provinciali italiane avrebbe prodotto dei modestissimi e irrisibili risparmi sulla spesa corrente. Ancora una volta lo vogliamo ribadire, non eravamo e non siamo a priori contro la riforma delle vecchie amministrazioni provinciali e della loro assurda e asfissiante burocrazia (male endemico che colpisce tutte le periferiche dello Stato sino ai dispositivi di legge emanati da Governo e da i due rami del Parlamento) ma al contrario sostenevamo che la riforma doveva essere approvata con più calma e non sull’onda dell’emotività e dagli echi roboanti della piazza incazzata e doveva essere accompagnata da una legge di semplificazione amministrativa in linea con i tempi e con la civiltà 2.0 di internet, ma soprattutto per generare dei veri risparmi di gestione doveva affrontare il tema della riduzione del personale della pubblica amministrazione al pari di quello che succede nelle aziende private italiane alle prese con i piani di emergenza e di salvataggio industriale in tempi di crisi profonda. E allora visto che tutto questo non è stato fatto e ascoltato? E allora i numeri della relazione della Corte dei Conti ci danno ora ragione come a delle querule e inascoltate Cassandre. “Senza l’adozione di “interventi necessari, la forbice tra risorse correnti e fabbisogno per l’esercizio delle funzioni fondamentali – si legge nella Relazione sugli andamenti della finanza territoriale inviata nei giorni scorsi al Parlamento – allo stato delle cose, tende ad una profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l’intero comparto”, scrivono i magistrati contabili in merito agli effetti del riordino funzionale e istituzionale della riforma Delrio. Ma non è tutto: secondo i giudici contabili, “lo stato di precarietà della situazione finanziaria degli enti di area vasta e l’aggravamento ipotizzato, soprattutto nella prospettiva dell’esercizio in corso, stanno avendo progressiva conferma, considerata la fase avanzata della gestione 2015 e la mancanza di novità sul fronte dell’attuazione del riordino” avviato con la legge 56 del 7 aprile 2014. A cosa si riferisce in particolare la Corte dei Conti? “Alle ricadute sulle gestioni finanziarie interessate, generate dall’anticipazione degli effetti finanziari relativi ai tagli di spesa disposti dalla legge di stabilità 2015, rispetto all’alleggerimento della spesa corrente che sarebbe dovuto conseguire al trasferimento degli oneri del personale a seguito della riallocazione delle funzioni non fondamentali”. A poco sono serviti secondo i magistrati contabili i timidi tentativi del Governo di correggere la manovra finanziaria per far quadrare i bilanci di previsione delle neonate Città metropolitane e dei nuovi enti intermedi di secondo livello che hanno sostituito le rimanenti vecchie Province. I buoi sono ormai scappati dal recinto e quindi non c’è troppo da stupirsi come abbiamo scritto nelle settimane scorse se il sindaco della città metropolitana di Milano, Giuliano Pisapia ha deciso provocatoriamente di mettere in vendita il palazzo della Prefettura di Corso Monforte per far fronte al buco di oltre un milione e mezzo del bilancio dell’adiacente Palazzo Isimbardi sede della vecchia e storica risorgimentale Provincia meneghina guidata da Massimo D’Azeglio.

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