Si aggiunge di un nuovo capitolo alla raffazzonata riforma degli enti intermedi voluta a tutta forza e in tutta fretta dal governo nei mesi scorsi.
Dipendenti delle Province in rivolta, occupazione delle sedi in tutta Italia. Si aggiunge di un nuovo capitolo la raffazonata riforma degli enti intermedi voluta a tutta forza e in tutta fretta dal governo nei mesi scorsi e, come facilmente da queste colonne ipotizzato durante il tortuoso iter di approvazione, i primi nodi vengono al pettine. E’ scattata infatti nei giorni scorsi la protesta dei dipendenti, preoccupati di perdere il posto di lavoro al termine della complessa e mal definita fase di trasferimento di competenze e di risorse umane delle vecchie amministrazioni provinciali ai comuni e alle regioni. E dalla spontanea protesta degli impiegati e funzionari delle province si somma anche la voce ufficiale della rappresentanza politica al vertice della storica e importante istituzione. “Gravissima situazione del personale delle Province. Nessuno scenario definito. Aspetteremo di conoscere le decisioni che il Governo prenderà nel maxi emendamento depositato in Senato. Certo, nei territori la situazione è critica: per il personale delle Province non si apre uno scenario definito ne’ si stabilisce un percorso chiaro. Gestire cosi l’attuazione della riforma delle Province e delle Città metropolitane è davvero impossibile”.Lo ha detto il Presidente dell’Upi Alessandro Pastacci, intervenendo nella conferenza unificata dove Regioni, Province e Comuni erano chiamati a dare un parere sulla Legge di stabilità, parere che ovviamente non è stato reso. “Il Governo metterà quello che vuole nel maxi emendamento, certo, in una situazione di normale dialettica, le novità non dovrebbero uscire da decisioni unilaterali ma da un confronto tra tutte le istituzioni. In questo momento siamo nella totale incertezza e mancanza di punti di riferimento. Voglio ribadire – ha concluso Pastacci – che oltre alla gravissima situazione legata al destino del personale delle Province e delle Città metropolitane, resta, con il taglio di 1 miliardo, l’emergenza sui servizi essenziali, dalla gestione e manutenzione di strade e scuole agli interventi sull’ambiente, che questa manovra mette a rischio già a partire dal 1 gennaio prossimo”.A scatenare la preoccupazione dei dipendenti provinciali come si diceva è l’emendamento governativo alla legge di stabilità che, per spingere all’applicazione effettiva della riforma Delrio, taglia drasticamente gli organici provinciali a partire dal 1° gennaio: il taglio è misurato sulla spesa, e prevede il dimezzamento nelle Province “normali” e la riduzione del 30% in quelle destinate a trasformarsi in Città metropolitane e, con un correttivo dell’ultima ora, in quelle montane e confinanti con Stati esteri (Verbano-Cusio-Ossola e Sondrio), ma è facilmente traducibile in posti: 19.339, secondo l’Unione delle Province italiane, su 43.498 dipendenti a tempo indeterminato oggi al lavoro. Al conto, poi, vanno aggiunti tutti i titolari dei contratti a termine che sono sopravvissuti finora, e che al momento sono destinati a cadere con il cambio d’anno.Per gli «esuberi», come si affretta a sottolineare Giorgio Santini (Pd), relatore al Senato della manovra 2015, la prospettiva non è il licenziamento perché «dal primo gennaio scatterà un percorso di mobilità e per due anni conserveranno il posto di lavoro». Dopo due anni, però, se la mobilità non ha avuto successo portando l’interessato a un altro posto di lavoro nella Pubblica amministrazione, «scatteranno le regole in vigore che prevedono che i lavoratori prendano l’80% dello stipendio»: 80%, va aggiunto, che deve essere calcolato sul trattamento economico fondamentale, cioè sullo stipendio base “pulito” da tutte le voci aggiuntive. Da Santini arriva poi un’apertura sul problema dei dipendenti a tempo determinato, per i quali «bisognerà fare una proroga forse con il milleproroghe», anche se fino a ieri l’ipotesi di un nuovo decreto di fine anno è sempre stata smentita dal Governo.Le misure sul personale, si diceva, servono nelle intenzioni del Governo a spingere verso l’attuazione una riforma, quella scritta nella legge 56/2014, che finora è rimasta solo sulla carta. Una prima mossa, fin dalla legge di stabilità originaria approvata due mesi fa dal Governo, è stata quella dei super-tagli, che chiedono alle Province un miliardo nel 2015, due nel 2016 e tre a partire dal 2017. Quasi 900 milioni (862,3, sempre secondo i calcoli targati Upi) arriverebbero proprio dalla riduzione del personale, ma c’è un problema: in base all’impostazione della riforma il personale dovrebbe seguire le funzioni trasferite agli altri organi di Governo, ma finora gli Osservatori regionali non hanno deciso nulla e anzi in qualche caso, come per esempio in Lombardia, le Regioni hanno annunciato di voler lasciare la geografia delle competenze esattamente com’è oggi.Di qui le preoccupazioni del personale, che teme di cadere trovarsi schiacciato fra i vecchi enti, chiamati allo «svuotamento» previsto dalla riforma, e le amministrazioni di destinazione, dalle cancellerie dei tribunali a Regioni e Comuni secondo l’emendamento, i quali hanno già i loro problemi a gestire la situazione finanziaria attuale e non mostrano ad oggi alcuna intenzione di accogliere nuovo personale.In tutto questo si inserisce poi la situazione dei vincitori di concorso, cioè degli aspiranti dipendenti pubblici che hanno passato in questi anni le selezioni indette dalle Pubbliche amministrazioni e ora rischiano di veder occupati i pochi spazi assunzionali che ci sono dai dipendenti in arrivo dalle vecchie Province. Una beffa, dopo attese durate anche anni e allungate dai limiti progressivi introdotti al turn over, che ha già scatenato una mobilitazione online con migliaia di adesioni.

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