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RIFORMA DELLE ISTITUZIONI E CONFUSIONE MENTALE

Riforme condivise, ma da chi? Le sole forze presenti in Parlamento non rappresentano la società italiana nel suo complesso e nella sua complessità: sono il prodotto di un bipolarismo artificiale imposto con leggi elettorali furbe. di Felice Besostri

di Felice Besostri | 8 Aprile 2010

Non credo che la riforma delle nostre istituzioni, a cominciare dalla forma do governo, debba essere al primo posto dell’agenda politica, quando le crescenti diseguaglianze, l’impoverimento della stessa classe media e l’insicurezza su futuro proprio e dei figli e nipoti colpiscono e assillano la maggioranza degli italiani. Il segnale è stato dato dal crescente astensionismo e dal voto per liste anti-partitiche, quando non anti-politiche, delle ultime regionali. Tuttavia c’è un teatrino della politica con le sue regole: chi si volesse sottrarre al confronto entrerebbe nel tritacarne mediatico come un conservatore dell’esistente senza un’idea e un progetto di riforma. Quindi si discuta anche di riforme delle istituzioni e di emendamenti alla Costituzione senza preconcetti del tipo “La Costituzione non si tocca”. Quando il veto proviene da formazioni politiche che hanno contribuito a violentarla con le modifiche alle leggi elettorali e dei metodi di scelta dei vertici esecutivi, PD e IdV compresi, non si è credibili: e la credibilità è la prima cosa da ristabilire nei rapporti tra classe politica ed elettori.
Dunque riforme condivise, ma da chi? Le sole forze presenti in Parlamento non rappresentano la società italiana nel suo complesso e nella sua complessità: sono il prodotto di un bipolarismo artificiale imposto con leggi elettorali furbe. Tuttavia, proprio perché le riforme istituzionali non sono la priorità, non si giustifica il ricorso a un’assemblea costituente, peraltro di dubbia costituzionalità e di difficile praticabilità. L’allargamento del dibattito sulle riforme si può ottenere coinvolgendo i consigli regionali, che hanno un più alto grado di pluralismo politico, il CNEL, previa una sua ricomposizione e le Università, con speciale riferimento alle facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche ed Economia. Un prerequisito è indispensabile che si sappia di cosa si debba discutere, che è altrettanto importante del chi debba discutere.
Sul punto la confusione ai vertici politici e sui mezzi di comunicazione è totale. Si parla di riforma in senso presidenzialista indifferentemente riferendosi al presidenzialismo, al semi-presidenzialismo e all’elezione diretta del Primo Ministro. Qualsivoglia studente universitario, che si presentasse agli esami di Diritto Costituzionale o di Diritto Pubblico Comparato con questa confusione in testa, sarebbe invitato a ripresentarsi dopo aver studiato di più e meglio. Per chiarezza si dovrebbe sgomberare il campo dall’elezione diretta del Primo Ministro: se l’unico stato che l’ha adottata ,Israele, l’ha abbandonata dopo pochi anni significa che non funziona ovvero ha bisogno di un parlamento composto da figuranti scelti direttamente dal Primo Ministro. Il porcellum,con le sue liste bloccate e l’indicazione del capo politico della lista o coalizione di liste, ha già prodotto tutti i danni che poteva, non merita di essere rafforzato: un Primo Ministro non è un Sindaco d’Italia. L’alternativa resta tra presidenzialismo e semi-presidenzialismo, purché si chiarisca, che si tratta di presidenzialismo statunitense e semi-presidenzialismo francese e non di presidenzialismo venezuelano o di semi-presidenzialismo russo. Ogni progetto di riforma deve avere, almeno, chiaro quali obiettivi si propone e quali difetti eliminare: non è sufficiente dare maggiori poteri al vertice del potere esecutivo come giustificazione: Gran Bretagna, Spagna e Germania hanno primi ministri forti con una forma di governo parlamentare e senza una loro elezione diretta. In Italia il problema maggiore è rappresentato dalla inefficienza (voluta) del Parlamento, perché il Governo gode di una formale maggioranza schiacciante nelle due Camere. Le Camere non hanno una dignità politica riconosciuta, perché composte da nominati e non da eletti e per di più, nel caso del Senato, con una presidenza, che non ne tutela la funzione, perché prona a ogni desiderio del Primo Ministro. Presidenzialismo vero significa netta separazione dei poteri, quindi un Presidente forte con un Parlamento autorevole, ognuno con la propria legittimazione popolare. Il presidente negli USA non può sciogliere il Congresso, che può avere una maggioranza politica diversa o addirittura avversa. Se si vuol ridare dignità al parlamento italiano una riforma presidenziale è meglio di una semi-presidenziale, che escluda ogni forma di coabitazione, come è quello francese dopo le riforme sarkoziane: coincidenza di durata di presidente e parlamento ed elezioni presidenziali, che precedono e condizionano quelle legislative. In Italia mancano altre condizioni, che rendono equilibrato il presidenzialismo statunitense, quali un sistema informativo indipendente dal potere politico e una forte società civile, malgrado le lobby. Tali condizioni sarebbero assenti anche con una forma di governo semi-presidenziale, quindi tanto vale scegliere il male minore, cioè quello che meno mortifica il parlamento.
Il presidenzialismo è, inoltre, la forma di governo, che meglio garantisce l’unità nazionale in una forma di stato federale o con fortissime autonomie, come è il caso italiano dopo la riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione nelle XIIIa Legislatura. Le Regioni italiane hanno maggiori competenze legislative dei Länder tedeschi e nelle materie di legislazione concorrente In Italia non c’è un principio equivalente a quello tedesco per cui “Bundesrecht bricht Landesrecht”, cioè il diritto federale prevale su quello regionale. In Germania i Länder non possono, come in Italia, attentare all’unità nazionale costituendo tra loro organi comuni senza necessità di una approvazione statale. Nel semi-presidenzialismo il Governo ha bisogno della fiducia parlamentare e quindi il presidente, ancorché eletto dal popolo, è condizionato dalla sua maggioranza, al massimo grado se è una maggioranza di coalizione. Se presidenzialismo e federalismo sono all’ordine del giorno non ha senso ridurre il bicameralismo, come tutti sarebbero d’accordo. In uno stato federale le due Camere hanno poteri differenziati, ma non ce ne una più importante dell’altra. Prima di iniziare a discutere di testi di riforma si dovrebbe chiedere alla maggioranza di PdL e Lega chiarezza, cominciando l’opposizione a porre dei paletti, non sull’esito finale, ma proprio sull’avvio della discussione: se sul tavolo ci sono presidenzialismo e federalismo si facciano scelte coerenti e non pasticci, che vanno bene soltanto alle nomenklature dei partiti

Felice Besostri (www.leragioni.it)

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