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Riflessioni in punta di penna sulla regia de Il Mantello e Amici

di Stefano Mecenate | 23 Marzo 2014

Questa volta, svestiti i panni del critico musicale, mi presento in qualità di regista per provare a raccontare una emozionante esperienza com’è stata quella di mettere in scena due opere tratte da altrettanti racconti di Dino Buzzati.

Questa volta, svestiti i panni del critico musicale, mi presento in qualità di regista per provare a raccontare una emozionante esperienza com’è stata quella di mettere in scena due opere tratte da altrettanti racconti di Dino Buzzati.

La prima, Il Mantello, su musica di Luciano Chailly,  è stata messa in scena per la prima volta nel 1960 al Maggio Musicale Fiorentino e riproposta solo nel 1994 al teatro Massimo di Palermo; la seconda, Amici, libretto e musica di Angelo Bellisario, in prima assoluta.

L’idea di mettere in scena opere su libretti di Buzzati è nata dal desiderio di far conoscere di questo grandissimo artista del XX secolo alcuni aspetti meno noti come appunto il suo rapporto con la musica lirica. Un rapporto che lo vede protagonista di ben cinque opere per le quali ha realizzato non solo i libretti ma, in alcuni casi, anche le scenografie: Ferrovia soprelevata: Racconto musicale in sei episodi, (messa in musica da Luciano Chailly, fu rappresentata la prima volta al Teatro Donizetti di Bergamo il 1º ottobre 1955); Procedura penale, Ricordi, Milano 1959 (musica di Luciano Chailly); Il mantello: opera in un atto, Ricordi, Milano 1960 (musica di Luciano Chailly); Era proibito, Ricordi, Milano 1961 (musica di Luciano Chailly); Battono alla porta, Suvini-Zerboni, Milano 1963 (musica di Riccardo Malipiero), Premio Italia.

Condividere questo progetto con Marcello Lippi, direttore artistico per la lirica del Teatro Verdi di Pisa, è significato iniziare un’avventura ricca di importanti esperienze e di inenarrabili emozioni. Una sorta di “salto mortale” in un universo poco esplorato com’è il mondo di Buzzati lasciandosi pervadere da quelle sensazioni che, uniche, potevano condurmi all’anima dell’Autore per cercare di cogliere gli elementi significativi della sua produzione.

La prima designazione delle due possibili opere da mettere in scena, Il Mantello e Procedura Penale, è stata piacevolmente “sconvolta” dalla proposta pervenuta dal M° Angelo Bellisario*: «Ho un opera inedita in due atti che ho realizzato su un racconto di Dino Buzzati, Gli AMICI». Una scommessa nella scommessa: mettere insieme due lavori, uno “classico” l’altro inedito che parlano di Buzzati! Valutata la qualità della proposta, il primo grosso impegno è stato quello di lavorare all’interno e all’intorno del materiale delle due opere: per Il Mantello, partendo dal racconto per poi approfondire la realizzazione drammaturgica (Teatro Convegno, 1960, regia Enzo Ferrieri), fino alla riduzione a libretto su indicazioni di Luciano Chailly che, spogliato il protagonista, Giovanni, delle parole, riduce il suo cantato ad una serie di mugolii e delle vocalità di quarti di tono da cantarsi come in rantolo, con un Arioso su una serie enneadecafonica (ossia di 19 suoni). Per Amici, invece, si trattava di partire dal nulla poiché ancora mai rappresentata, e quindi dare a  quella musica e a quelle parole un “vestito” adeguato.

Il giovane cast mi era stato affidato direttamente dal direttore artistico, il M° Lippi, e conseguentemente non conoscevo nessuno di loro salvo uno che avevo ascoltato in un’altra delle opere da camera proposte nella stagione; il direttore/pianista anche. Occorreva quindi trovare un punto di incontro tra tutti i protagonisti di questo progetto per giungere ad una conclusione soddisfacente: pensavo, o temevo, di trovare più difficoltà e invece si è creato da subito un clima di  fiducia, entusiasmo e volontà di partecipare attivamente anche oltre le rispettive competenze. Avevamo tutti ben chiaro che, con i ristrettissimi budget a disposizione, solo un forte lavoro di squadra avrebbe consentito di portare a casa un risultato dignitoso; e a noi, in realtà, dignitoso non bastava.

Era necessario dare un corpo ad entrambe le opere: scene, o almeno elementi scenici, costumi, luci erano ingredienti indispensabili, specie per la seconda delle opere, Amici, che contemplava ben sei quadri diversi con location ben distinte tra loro.

In qualità di regista mi sono trovato a studiare come raccontare queste bellissime storie: avevo sempre in mente i rispettivi racconti ed ogni volta che mi trovavo a rileggerli (credo di averlo fatto decine di volte) mi rendevo conto di quanto ognuna di quelle parole fosse scolpita nella pietra per l’importanza e la intensità che si portava dentro. Non potevo umiliarle con una messa in scena approssimata o ridicola, non volevo che quelle emozioni che mi avevano regalato non passassero al pubblico che le avrebbe ascoltate e viste sul palcoscenico.

I pochi mezzi a disposizione non mi permettevano voli pindarici e del resto, come avevo avuto modo di scrivere mille volte in qualità di critico musicale, possono bastare pochi segni incisivi per definire uno spazio, un’emozione, una storia.

La storia de il Mantello, se da un lato era circoscritta dentro una stanza, davanti ad un tavolo, aveva un “prima” e un “dopo” che in qualche modo dovevano essere raccontati. Il prima era il regalo che la Morte aveva fatto al soldato di rivedere per l’ultima volta la madre e il suo desiderio di fare in fretta per raggiungerla così da concedersi un tempo più lungo prima del definitivo distacco; il dopo, era lo strazio di quel distacco e il doloroso, lento allontanarsi dai propri affetti . Dentro questi estremi, gli universi interiori dei personaggi: la mamma, la sorella Rita, la fidanzata Marietta, e Pietro, il fratellino. Ognuno di loro si interfaccia con protagonista, Giovanni, con modalità e linguaggi diversi, ognuno con la propria “anima”.

Sentivo il bisogno di far giungere al pubblico anche questi due momenti e per questo ho chiesto aiuto a Pierpaolo Magnani, esperto in scenografie virtuali: volevo rendere vivo quel cammino “verso” e “oltre” casa e per questo abbiamo ingaggiato il protagonista dell’opera, il baritono spagnolo Javier Landete e un altro cantante del cast di Amici, il tenore Fabio La Mattina, per una serie di riprese video in un maneggio di una località vicina a Pisa che ha messo a disposizione due stupendi cavalli. Vestiti coi costumi di scena, i due “cavallerizzi” sono stati ripresi con diverse modalità così da creare la sensazione sia del viaggio di avvicinamento alla casa che quella dell’allontanamento. Ma, sfruttando l’opportunità, visto che “l’appetito vien mangiando” ho pensato che anche nella storia quelle figure, specie la Morte, potevano essere più significative se rese vive. Altre riprese ci hanno fornito il materiale per il montaggio dei video necessari a seguire i momenti della vicenda, dall’arrivo dei due cavalieri, all’attesa della Morte, alla loro ripartenza… Un lavoro che Magnani ha svolto egregiamente e che, opportunamente incastonato dentro la finestra, unico “occhio” fuori dalla casa, ha saputo svolgere un ruolo significativo nella restituzione delle emozioni.

Il resto della scenografia non era particolarmente gravoso, ovviamente tenuto conto delle possibilità di cui disponevamo: un tavolo, quattro sedie, un mobiletto sul quale poggiare la cornice col ritratto di Giovanni, un cestino con gli attrezzi da cucito… I due quadri, quelli dei “vecchi”, erano invece proiettati sul fondale.

Ma quest’opera contiene, pur nella riduzione per pianoforte dello stesso Chailly, dei cori che sono determinanti per la comprensione: sono la voce dei vecchi, gli incubi di Giovanni, il collegamento con quel mondo di cui il protagonista è già parte anche se ancora presente, col suo corpo, sulla terra. Come risolvere questo problema non potendo usufruire, sempre per motivi di budget, di un coro?

La disponibilità dei cantanti dei due cast mi è venuta incontro, ed un ottimo studio di registrazione ha fatto il resto, ovviamente con il prezioso e insostituibile ausilio del M° Eugenio Milazzo: in “poche” ore di lavoro (poche rispetto a quelle normalmente necessarie per un lavoro così impegnativo) e con la professionalità del responsabile dello studio, quei cori “impossibili” sono diventati un CD che abbiamo gelosamente conservato con varie duplicazioni.

Sempre più esigente e incontentabile (in fondo questa mia mania di perfezionismo che tanto detesto, talvolta mi aiuta a non accontentarmi), ho voluto aggiungere ancora due cose che ritenevo altrettanto importanti all’economia dell’opera, una presente nel libretto, l’altra frutto di una mia scelta. Avevo bisogno di due voci, una maschile l’altra femminile per recitare delle frasi che pronunciavano i due vecchi dei quadri e volevo, al termine dell’opera, quando l’immagine dei due cavalieri si allontana, che qualcun leggesse le ultime righe del racconto di Buzzati, proprio come se, al termine dell’opera, si giungesse al termine della lettura del racconto stesso.

A venirmi incontro, questa volta, un caro amico, regista lui stesso e docente presso il teatro Verdi di Pisa di corsi di recitazione,  Lorenzo Maria Mucci: la sua voce e quella di Sabrina Iannello hanno efficacemente reso ciò che desideravo dire al pubblico.

Una parola, prima di parlare dei cantanti, per i costumi “trovati” nelle magmatiche sale della sartoria fiorentina di Massimo Poli: i suoi preziosi suggerimenti hanno contribuito a scegliere, tra ciò che c’era già pronto (impensabile farne “su misura” per l’occasione), quello più adatto al periodo storico nel quale avevo ambientato la storia. Operazione assolutamente non facile ma che, in un modo o nell’altro, ha trovato un positivo epilogo.

Mentre cercavo, progettavo e costruivo, dovevo anche lavorare con i cantanti per i movimenti scenici e le interpretazioni, lavoro che, vista l’esiguità del tempo a disposizione, dovevo dividere con la preparazione musicale curata dal M° Milazzo. Lavorare in tandem non è il massimo: le prove musicali richiedono attenzione e impongono la ripetizione, talvolta ossessiva, di frasi o addirittura porzioni di frasi; le prove di regia, invece, hanno bisogno di dilatarsi dal singolo gesto alla scena al contesto generale. Eppure, nonostante questo, aver lavorato fianco a fianco con il M° Milazzo è stata una esperienza davvero positiva: in qualche modo, quel cesellare la voce, è servito anche a cesellare il gesto in una sincronia che, in certe occasioni, mi ha davvero impressionato.

Conosciamole queste voci che hanno costituito il cast de Il Mantello: il ruolo della mamma è stato affidato alla mezzo soprano georgiana Sofio Janelidze che, proprio in quei giorni delle prove, era impegnata anche come contessa di Coigny nella produzione del teatro Verdi dell’Andrea Chenier, con tutto quello che una simile coincidenza può significare. Rita, la sorella di Giovanni, era invece stata affidata alla soprano Raffaella Palumbo, solare e disponibile quanto affidabile e precisa, doti che hanno contribuito non poco al successo del suo personaggio (Raffaella sarà anche interprete dell’altra opera, Amici). Marietta, la fidanzata di Giovanni, era invece la cinese Dafne Tian Hui, esuberante quanto decisa a ottenere il meglio dalla sua voce come dall’interpretazione. Il piccolo Pietro, gentilmente “prestato” da una docente di uno dei corsi di recitazione del Verdi, è Elias Morano: un vero artista, intuitivo e attentissimo capace di cogliere ogni suggerimento e trasformarlo in modo personalissimo. Inutile dire che è diventato da subito il beniamino del cast e ci ha seguiti anche quando lavoravamo all’altra opera.

Infine il protagonista, Giovanni, superbamente interpretato, vocalmente come scenicamente dal baritono Javier Landete. Un ruolo estremamente difficile per la scelta fatta da Chailly di toglierli le parole dal cantato: esprimere situazioni e sentimenti unicamente attraverso suoni gutturali è una sfida quasi impossibile ma il giovane Javier, anche a detta del pubblico e della critica, c’è riuscito da maestro.

Su di lui merita spendere una parola in più. Oltre a Giovanni, sarebbe dovuto essere anche Amedeo Corti, un ruolo non da protagonista in Amici anche se di un certo rilievo, mentre il basso/baritono Juan José Navarro avrebbe dovuto interpretare il protagonista della seconda opera, Tony Appacher. Purtroppo, per una brutta caduta poco prima dell’inizio dell’Andrea Chenier dove avrebbe dovuto interpretare il doppio ruolo de il Maestro di Casa e di Mathieu detto Populus, dopo aver tentato di mantenere fede all’impegno preso il lunedì precedente la messa in scena delle due opere ha dato forfait mettendo in discussione la possibilità di realizzare la serata. Con un coraggio che ha sfiorato l’incoscienza, Javier Landete si è offerto di prendere il posto di Navarro imparando in pochissimi giorni anche questo non facile ruolo sia dal punto di vista vocale che scenico dovendosi interfacciare con tutti i protagonisti della storia. A sostituirlo nella sua parte, un altro coraggioso, il baritono Daniele Piscopo che ha lavorato in simultanea sia nello studio musicale che scenico, sfruttando, per quanto possibile, ciò che Javier aveva acquisito nei giorni precedenti.

Questo solo per descrivere non solo lo stato d’animo in cui queste due opere sono nate, ma per esprimere un sentito e grande ringraziamento a questi due professionisti che si sono messi in gioco con due opere praticamente sconosciute e quindi senza alcuna esperienza pregressa che potesse in qualche modo aiutarli.

La genesi di Amici, con queste premesse, non è stata meno sofferta. Qui mi mancava ogni riferimento e, dopo un breve scambio di opinioni (telefonico) con il compositore, il M° Angelo Bellisario, ho deciso di affidarmi unicamente al mio “sentire interiore” per raccontare, per la prima volta, questa amara ed ironica storia. Amici racconta del violinista Tony Appacher che, pur morto, è costretto a soggiornare ancora per un mese sulla terra; non sapendo dove stare, chiede aiuto a coloro che, in vita e alla morte, si sono dimostrati amici: il liutaio Amedeo Corti, il direttore del Conservatorio Mario Tamburlani, la prostituta Gianna ed infine Don Raimondo, suo ex compagno di scuola e sacerdote che gli ha impartito l’estrema unzione prima di accompagnarlo al cimitero. Inutile dire che nessuno lo vuole tra i piedi e che, nei modi più vari, lo allontanano dalle loro case costringendolo a fuggire lontano…

Una storia amara vestita di momenti ironici e sarcastici che si dipana in ben quattro quadri  e due monologhi, tra case e pianerottoli, strade e giardini; come risolverla dal punto di vista scenografico con i soliti problemi di budget?

Per descrivere sul palcoscenico un interno e un esterno casa poteva bastare qualcosa che fosse univocamente riconoscibile, una porta. E porta è stata: da sola, sostenuta da due appoggi a delimitare quel “dentro” e “fuori” che servivano al nostro protagonista. E le case? Non erano tutte uguali: quella dei coniugi Corti non poteva essere come quella di Gianna o come la canonica di Don Raimondo… Occorreva intanto definire gli elementi scenici indispensabili a definirle: un divano, un mobiletto sul quale poggiare qualche elemento caratteristico (anch’esso da “vestire” diversamente in ognuna delle case) e poco altro. Divano sul quale venivano messi teli diversi per le varie circostanze.

Poi andavano distinte le case: ancora una volta le video proiezioni di Pierpaolo Magnani mi sono venute in aiuto proponendo per ognuna delle abitazioni una “parete” affrescata o con carta da parati, mentre per i monologhi di Tony, delle immagini sfumate segnano luoghi reali senza definirli troppo trasformandoli così in “luoghi dell’anima”.

Gli strumenti per raccontare quella storia c’erano tutti: occorreva decidere come raccontarla; le chiavi di lettura, come sempre potevano essere infinite ma quella che mi convinceva di più nasceva dalla consapevolezza che, dentro quel racconto del 1954, ci fosse un Buzzati già disilluso, amareggiato e quindi più cinico anche se ancora non rassegnato. Così, pian piano, sono cresciuti i personaggi di questa storia: la signora Corti e le sue sensazioni legate ad una possibile venuta di Tony, oggetto di ironia da parte del marito Amedeo fin quando non se lo trova davvero di fronte ed è costretto ad affrontarlo nell’imbarazzo più completo, alla ricerca di plausibili scuse per declinare la richiesta dell’amico; il direttore del Conservatorio, Mario Tamberlani, pieno di sé e ipocrita a tal punto da usare il cane come scusa per la mancata ospitalità a Tony… E Gianna, la prostituta: una ragazza acqua e sapone nonostante la professione, pulita dentro e sognatrice, romantica e ingenua quanto basta a renderla un “animaletto impaurito” alla vista di Tony, tutta istinto a tal punto da prendere il morto a “forbiciate” e poi pentirsi di quel gesto per la vittima assolutamente innocuo. Più complessa la figura di Don Raimondo, uomo di fede ma, per motivi non conosciuti, inviso al Vescovo e sotto controllo. Paura, dubbi, sensi di colpa costituiscono i leit motive della scena che lo vede in conflitto con se stesso, con i propri anche legittimi egoismi e poi, pentito, con un dolore profondo e insanabile perché Tony è definitivamente scomparso.

Anche per quest’opera mi serviva un finale “speciale”, qualcosa che raccogliesse davvero il messaggio che avevo trovato nel racconto proprio in quelle emblematiche righe finali che avevo trovato recitate da un grande attore in una riduzione radiofonica.

Ho scelto un’immagine onirica di un fantasma, un’ombra inquietante ma al contempo accogliente; un quadro di Gauguin (Madame la Mort) mi ha dato lo strumento più adatto sul quale quelle parole che avevo letto si stagliavano con drammatica potenza: “Per questo gli spiriti, quando si trattengono sulla terra, non vogliono vivere con noi, ma si ritirano nelle case abbandonate, nelle cappelle sperdute tra le selve, sulle scogliere che il mare batte, batte e lentamente di diroccano…”.

Per le voci, Raffaella Palumbo ha interpretato con grande sensibilità il ruolo della moglie di Corti, Dafne Tian Hui, con un’altra sostituzione “in corsa” ha interpretato, con garbo ed ironia, il ruolo di Gianna; Daniele Piscopo si è preso l’onere di interpretare Amedeo Corti; al baritono Stefano Trizzino il compito di dare voce e volto al direttore del Conservatorio Mario Tamburlani, cosa che ha fatto con grande senso della misura per evitare di scivolare nel grottesco, mentre al tenore Fabio La Mattina l’impegnativo ruolo di Don Raimondo che ha gestito con grande professionalità regalandoci momenti intensi e drammatici senza mai scivolare nel retorico. Ottima anche la performance di Javier Landete che ha saputo dare voce e interpretazione a Tony facendone un personaggio di grande umanità e sensibilità senza mai perdere quel filo di ironia che, in modo sottile, diventa sarcasmo di fronte all’indifferenza e all’ipocrisia dei suoi amici.

Adesso che le luci si sono abbassate su quella serata ( a proposito…. È difficile “inventarsi” le luci quasi in diretta, con meno di un giorno per provarle! Le luci sono importanti nell’economia dello spettacolo, ne determinano una parte significativa del successo e, devo dire, non ho avuto modo di studiarle come dovevo per poterle ottimizzare in entrambe le opere; un’omissione non colpevole che spero di rimediare in una eventuale prossima replica), resta la nostalgia di una bellissima esperienza condivisa con un cast di giovani cantanti che hanno saputo “creare” con me una serata di grandi emozioni dopo avermene regalate altrettante e forse qualcuna in più nei giorni delle prove durante le quali si è cementato, oltre ad un sodalizio professionale, anche una grande intesa a livello umano. Resta anche il rammarico che una simile esperienza e i frutti che ha portato, rischi di essersi chiusa in quella serata al Verdi: sarebbe un peccato e un’ingiustizia; un peccato perché ciò che è stato prodotto ha trovato l’apprezzamento del pubblico e non solo; un’ingiustizia perché tanto lavoro, tanta dedizione, tanto impegno, tanto entusiasmo sarebbero stati “bruciati” in una sola replica…

Un’altra sensazione mi porto dentro, e mi gratifica: quella di aver reso omaggio a Dino Buzzati nel modo migliore che potevo, di averlo proposto a coloro che non lo conoscevano in quella veste, di aver aperto una porta dalla quale altri potranno entrare per esplorare l’universo musicale del compositore bellunese accorgendosi che assomiglia molto agli altri che riguardano le sue diverse attività: pittore, poeta, giornalista, drammaturgo, scrittore. Universi nei quali, se ogni certezza sembra essere esclusa, la speranza trova sempre.

Pubblicato in : Musica

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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