• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

RIFLESSIONI DOPO MARCHIONNE.

Anche se Marchionne (o meglio quel che egli rappresenta) avesse tutte le pecche di questo mondo, siamo poi così certi che l’affermazione che la produttività del lavoro in Italia sia la più bassa del mondo industriale sia falsa? E che egli non denunci invece un problema reale?
Di Gim Cassano

di Gim Cassano | 8 Novembre 2010

Le polemiche seguite all’intervista dell’amministratore delegato di FIAT a “Che tempo che fa?”, possono costituire l’occasione per cercare di avviare un ragionamento d’insieme sul nostro sistema produttivo, sul ruolo che vi esercita il mondo del lavoro, e per valutare alcune linee d’indirizzo per una sinistra che si proponga di incidere sulle trasformazioni.

Le reazioni, molto bipartisan, della politica alla conversazione avuta con Fazio sono state prevalentemente caratterizzate da fastidio ed irritazione; se Marchionne non ha certo detto cose gradite alla Sinistra, non per questo è stato tenero con la Destra ed il Governo, ai quali rimprovera una politica inconcludente (ovviamente, dal suo punto di vista); per molti aspetti si può dire che il senso del suo ragionamento non differisca molto da quello di quei centristi che, come Tabacci, rimproverano a questa destra piuttosto quel che non ha realizzato delle sue promesse che non l’aver seguito indirizzi sbagliati in quel poco che ha fatto.
Ed il sottolineare come il Paese non cresca, non sia competitivo, non attragga investitori esteri, se non è un peana per la sinistra e per il sindacato, è comunque una durissima critica da parte del più importante gruppo industriale italiano nei confronti di un governo autodefinitosi come attento agli interessi del mondo imprenditoriale e come il governo “del fare”.

I commenti a sinistra non hanno saputo o voluto cogliere questo aspetto, che non è di poco conto, e si sono limitati a criticare pesantemente quanto delle affermazioni di Marchionne si riferisce alla questione delle relazioni industriali e del gap di competitività tra l’Italia e gli altri Paesi industriali. Perdendo così un’ottima occasione per replicare affrontando seriamente una questione cruciale e cercando di rappresentare l’idea di una Sinistra che, senza dimenticare le proprie ragioni costitutive, voglia dedicarsi alla ricerca di una possibile via d’uscita dalla crisi.
In buona sostanza, facendo leva su due dati di fatto reali (e cioè col porre in evidenza l’enorme massa di aiuti di Stato ricevuti nel passato da FIAT, il che avrebbe dovuto indurre il suo a.d. ad una maggior cautela, e con l’evidenziare la pretesa unilaterale di imporre il proprio modello di rapporti in fabbrica), le affermazioni di Marchionne sono state viste in blocco come affette da una sorta di vizio di origine tale da farle considerare irricevibili; in particolare ciò si riferisce all’aver dichiarato che in Italia la FIAT non riesca a fare utili, che la produttività del lavoro in Italia sia la più bassa tra i Paesi industrializzati, e che l’Italia non attiri più investimenti stranieri; affermazioni che, non solo a sinistra, sono state accolte come un oltraggio all’orgoglio nazionale.
In altre parole, si è fatta un’argomentazione sillogistica del tipo: dato che hai preso ingenti aiuti di Stato, non hai il diritto di lamentarti e dovresti mostrare una maggior considerazione nei confronti del Paese; pertanto le tue affermazioni non ci toccano.

Non è discutibile il fatto che FIAT abbia ricevuto gli aiuti di Stato che puntualmente vengono ricordati. Il che, casomai, attiene alla natura del capitalismo italiano, sempre pronto a reclamare (ed attingere a) protezione ed assistenza pubblica in funzione di considerazioni di interesse generale, salvo poi dimenticarsene ove questo non coincida con quelli particolari.
E probabilmente l’affermazione che in Italia FIAT non faccia un Euro di utile è una esagerazione (in una multinazionale, strutturata su aziende formalmente autonome operanti in decine di Paesi, con rapporti finanziari, di fornitura di tecnologia e di know-how, commerciali, estremamente articolati e complessi tra le une e le altre, è facile affermare che qua si guadagna e là si perde, o viceversa: basta considerare o perimetrare in un modo o nell’altro le ragioni di scambio tra casa madre ed unità produttive).
Ma, anche se Marchionne (o meglio quel che egli rappresenta) avesse tutte le pecche di questo mondo, siamo poi così certi che l’affermazione che la produttività del lavoro in Italia sia la più bassa del mondo industriale sia falsa? E che egli non denunci invece un problema reale?
E’ evidente che la rimozione di queste domande, che gran parte della Sinistra opera, presuppone un salto logico, come se la credibilità o meno di un’asserzione non dipenda dall’asserzione in sé, ma dalla figura di chi la pronunzia.

Atteggiamenti di tal genere misurano la distanza tra una Sinistra ancorata ad una quasi rituale ripetizione di parole d’ordine ed una Sinistra che si proponga di affrontare i problemi, ove questi esistano e siano reali.
Il che presupporrebbe quantomeno il preventivo verificarne la sussistenza, ed accettare il confronto, anche duro, sulle questioni complessive della produttività e della competitività, che dovrebbero essere invece percepite come cruciali ragioni di sopravvivenza dell’apparato industriale italiano e fondamento di ogni possibilità di sviluppo. Ovviamente, se non è sostenibile che il problema sia riducibile unicamente a questioni di tempistica, disciplina ed assenteismo, non è neanche sostenibile il negare a priori la rilevanza di tali aspetti, riguardo ai quali sarebbe cosa utile ragionare su dati e statistiche articolate ed incrociate con fattori ed eventi esterni, e non solo su dati medi annui.

A scanso di equivoci, dico subito di concordare con quelle analisi che individuano nello svilimento morale ed economico del fattore lavoro uno dei guasti all’origine della crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni, che non ha carattere congiunturale o ciclico, ma sistemico e culturale: è saltato un modello di organizzazione della società e dei rapporti tra le diverse economie del pianeta.
Ed aggiungo, come ho già scritto, che una società aperta non può ammettere la sussistenza di luoghi “chiusi” e separati dalla società, di istituzioni totali nelle quali i diritti individuali, civili e sociali vengano cancellati perché così vuole la logica dell’istituzione: che si tratti di carcere, caserma, ospedale, famiglia, ed ora anche fabbrica, le regole interne non possono esser dettate dalla logica del più forte, né da quella unilaterale di chi la governa.
Ed è compito della politica, e dello Stato, intervenire per definire e far rispettare, ovunque, le sfere dei reciproci diritti individuali, civili e sociali, con particolar riferimento alla tutela della parte più debole. Se così non fosse, il diritto di famiglia non sarebbe mai stato innovato, i manicomi sarebbero ancora quel che erano 50 anni fa, la caserme sarebbero ancora quelle alla cui porta aspettava Lili Marlene, e così via.
Ed il luogo di lavoro, che è quanto qui ci riguarda, e dove si passa solitamente più tempo di quello che sia possibile dedicare a se stessi o alla famiglia, non può ritornare ad essere un luogo scandito da metodi, regole, tempi, nei quali la modernità significhi solo una maggior raffinatezza e spersonalizzazione negli strumenti di controllo: l’antico “tempista” non c’è più, ma è sostituito da procedure complesse e rigide, la cui presunta oggettività è difficilmente controllabile e discutibile. E, a questo proposito, azzardo l’ipotesi che sia proprio questa presunta e non controllabile “oggettività” a concorrere al deterioramento di rapporti ed alla non condivisione di obbiettivi all’interno dei grandi complessi industriali.
Alla radice di questo modo di veder le cose, sta il presupposto, a volte anche apertamente dichiarato da alcuni, che in una società ed in un’economia di mercato il lavoro vada considerato come una “merce”, e non la prima fonte della dignità di una persona, lo strumento che, in una società aperta, debba assicurare, oltre che il soddisfacimento dei bisogni elementari, anche la mobilità sociale e la realizzazione delle aspirazioni individuali.

Ma, ove non si voglia finire per condividere nei fatti questa affermazione, se cioè si vuole che il lavoro debba mirare anche al soddisfacimento di esigenze che trascendono i bisogni più strettamente essenziali (che peraltro per molti restano largamente scoperti) e se si vuole che ciò possa riguardare tutti, è necessario che non si perda di vista il fatto che, se il lavoro può e deve essere uno degli strumenti per assicurare questi fini in termini di utilità sociale, ciò richiede che ne sia salvaguardato e promosso il suo contenuto produttivo.
Convenendo cioè sul fatto che scopo del lavoro, alla fin fine, è quello di concorrere a realizzare in quantità e qualità adeguata beni, servizi, conoscenze, necessari ed utili alle esigenze materiali ed immateriali della collettività.
Ora, se il responsabile di un grande gruppo industriale denuncia una sistematica situazione di bassa produttività rispetto ai Paesi concorrenti, credo che sia cosa non solo utile, ma doverosa per una sinistra moderna, andare a “vedere”, anziché rimuovere la questione autorassicurandosi sì nelle proprie certezze, ma rendendo così un pessimo servizio al Paese, a quegli interessi che vorrebbe rappresentare e, alla lunga, anche a se stessa.
Dopodichè si potrà anche concludere che il problema non sussiste; ma non è cosa nè razionale né convincente il negarlo a priori. E, dato che numerosi indicatori, e di fonte non sospetta, convergono nell’evidenziare il fatto che, se le retribuzioni italiane sono basse in rapporto ai Paesi industriali nostri concorrenti, la produttività del lavoro è da noi ancora più bassa, è evidente che un problema esiste.

Ammesso questo, si può poi discutere di tutto: se le responsabilità di una bassa competività del sistema-Paese stiano nella carente azione di indirizzo e di programmazione da parte dello Stato, in una inadeguatezza infrastrutturale e normativa, in una insufficiente innovazione tecnologica del prodotto e dei sistemi produttivi, nella rigidità di rapporti interni alla fabbrica, nella introduzione di “regole” fondate su procedure la cui presunzione di oggettività non è verificabile o controllabile, o ancora nella mancanza di senso di responsabilità nei confronti dei contenuti produttivi del lavoro.
E credo che sia del tutto fondato il sospetto che a determinare il gap del sistema-Italia non manchi alcuna di queste concause.
Una Sinistra (ed un sindacato) moderno non possono negare che, se tra i loro compiti c’è quello di affrontare il modo di assicurare sul piano economico e su quello dei diritti la dignità,del lavoro, ciò richiede anche il non perder di vista la necessità di assicurarne e rafforzarne il contenuto produttivo.

Ciò si rende ancor più necessario in un’economia come la nostra, che non subisce solo la concorrenza di modelli sociali di organizzazione che, fondati su culture assolutamente diverse dalla nostra, hanno ormai superato la fase del basso livello tecnologico accoppiato all’uso larghissimo di manodopera retribuita al minimo biologicamente possibile: i cinesi non costruiscono più dighe e canali con decine o centinaia di migliaia di portatori di ceste di terra. Nell’economia cinese l’adozione delle moderne tecnologie si è oramai generalizzata, in presenza di diritti e retribuzioni il cui tasso di crescita è molto più lento di quello della produzione. Ed è pia illusione immaginare che i cinesi possano operare modifiche del cambio tali da frenarne sostanzialmente la capacità espansiva: alti tassi di crescita sono loro indispensabili per assorbirne la fortissima disponibilità di manodopera; e d’altra parte, il sistema inizierà a stabilizzarsi solo quando ciò sia avvenuto. Tant’è che, nel timore di veder “ridurre” il tasso di incremento del PIL a livelli che da questa parte del mondo verrebbero considerati come un “boom”, il governo cinese segue con determinazione una politica di incremento della spesa pubblica in investimenti ed infrastrutture.
E’ evidente che noi, come sistema-Paese singolarmente preso, non possiamo sognarci di competere sul piano dei costi con quei Paesi che da emergenti sono ormai emersi: la competizione nei confronti di Cina, India, Brasile può esser condotta unicamente da un sistema-Europa che sia complessivamente in grado di proporre contenuti culturali, metodi, qualità, ricerca, tecnologia, fantasia.
Ma, nell’ambito del sistema-Europa noi siamo poco competitivi anche nei confronti di Paesi, come la Germania, dei quali tutto si può dire tranne che in essi alle basse retribuzioni si associ la mancata tutela dei diritti del lavoro, dell’ambiente, della sicurezza. E’ rispetto a questi Paesi dobbiamo riuscire a tenere il passo: il che significa riuscire ad abbinare qualità, efficienza organizzativa, innovazione di prodotto e di sistemi, e produttività del lavoro.
Occorre avere ben presente come il nostro gap su questi punti è ampiamente preesistente alla crisi degli ultimi due anni, come attestano i bassissimi tassi di crescita, sempre inferiori a quelli dei nostri competitori, per un lunghissimo periodo antecedente alla crisi.

A questa situazione il sistema produttivo può far fronte ove si creino condizioni ambientali tali da assicurare l’abbinamento di quei fattori che qui sopra sono stati citati. Il che significa che occorre superare la logica tradizionale per la quale la conflittualità viene vista come il rapporto tra due parti delle quali l’una si occupi essenzialmente di tutelare gli aspetti economici e normativi del lavoro, e l’altra essenzialmente dei suoi aspetti produttivi.

L’alternativa, piaccia o meno, è la prosecuzione pressoché irreversibile di un declino oramai avviato.
Che si cerca di contenere senza poterlo arrestare con le pratiche di delocalizzazione (almeno da parte di quelle imprese che sono in condizioni dimensionali, organizzative, finanziarie per poterlo fare) di quote sempre più importanti della propria attività in altri Paesi, e riservando al sistema-Italia la testa e la coda del ciclo produttivo: la ricerca e l’organizzazione, ed il trading. O ancora, ricorrendo a fette crescenti di produzione realizzate in outsourcing locale, appoggiate ad aziende che solo formalmente sono autonome, e presso le quali non vengono trasferite solo fasi del ciclo produttivo, ma anche conflitto sociale e salariale, sicurezza, ambiente. Si tratta di aziende nelle quali la tutela di diritti e condizioni di lavoro lascia sovente a desiderare, compresse come sono da contratti-capestro e da condizioni di pagamento unilateralmente imposte, e sulle quali si scarica il grosso delle esigenze di flessibilità dell’impresa da cui sostanzialmente dipendono, nonché buona parte dei rischi di oscillazione dei costi di materie prime ed energia.

In presenza di riarticolazioni e complessità delle conflittualità del tutto nuove e proiettate su una scena che non è più solo nazionale, la questione del recupero di competitività complessiva del sistema-Italia si presenta come una grande questione di interesse generale. Se è vero che la produttività del lavoro ne è solo uno degli aspetti e delle concause, non per questo una sinistra che voglia proporsi come credibile alternativa di governo può esimersi dall’affrontarla insieme alla rivalutazione del lavoro, sul piano economico e dei diritti, e su quello culturale.
Ed allora, occorre che una sinistra ed un sindacato moderno ed attenti alle trasformazioni della realtà industriale non restino estranei a questo dibattito ed a queste problematiche, il che comporta un approccio del tutto nuovo al grande tema della conflittualità. Che oggi si presenta in termini estremamente più articolati e complessi di quanto non fosse nella società e nell’economia di solo qualche decennio fa.
E deve saper affrontare la questione della tutela del lavoro in termini nuovi e complessivi, senza limitarsi alla difesa statica dell’esistente; il che nelle attuali condizioni economiche e sociali, non può che esser azione puramente difensiva e con poche chances di influire sulle trasformazioni.

Partendo da questi concetti si possono impostare argomenti di riflessione, terreno di possibili battaglie per la modernizzazione del sistema produttivo del Paese. Tra questi, mi sembra che l’attenzione vada rivolta ad alcuni aspetti:

1- E’ possibile sviluppare una cultura della programmazione orientata a definire scelte ed indirizzi di politica industriale attenti all’innovazione di prodotto e di tecnologia? Ed a prendere in considerazione le esigenze infrastrutturali collegandole in sistemi interconnessi tali da promuovere l’efficienza complessiva del Paese ed il miglioramento della qualità della vita: mobilità di merci, persone ed informazioni lungo ed attraverso la penisola e nelle grandi aree metropolitane, comunicazioni, informatizzazione, logistica, portualità?
2- Come si può immaginare di tutelare i consumatori (il che vuol dire, in definitiva, tutti gli italiani) dal taglieggiamento che in alcuni settori chiave monopoli ed oligopoli oramai privati compiono nei confronti di famiglie ed imprese, con tariffe e livelli di prestazione distantissimi dagli standards europei: le prime all’insù, i secondi all’ingiù?
3- E’ ammissibile che le esigenze di flessibilità produttiva dell’impresa industriale e commerciale vengano risolte da una pratica del lavoro precario che abbina al vantaggio (o svantaggio, a seconda che se ne usufruisca o la si subisca) della limitata durata del rapporto di lavoro quello del minor costo retributivo e contributivo? In altre parole, non sarebbe logico (e sarebbe una logica di mercato) che alla minor durata del contratto di lavoro debba associarsi una maggior retribuzione ed una maggior contribuzione? Perché il risultato pratico è quello di aver inventato il precariato a basso costo e, quando va bene, a tempo indeterminato.
4- Non sarebbe doveroso intervenire a tutelare le imprese che vivono dell’outsourcing della grande industria da forme contrattuali e condizioni di pagamento che il più delle volte sono unilateralmente imposte, assicurando la revisione automatica dei prezzi al mutare delle principali voci di costo, condizioni di pagamento accettabili, forme più agevoli di accesso alla giustizia civile? Non si può fingere di non sapere che anche questa è una forma di tutela del lavoro, nel momento in cui l’outsourcing è per la grande impresa, oltre che uno strumento di flessibilità operativa, anche il modo per trasferire all’esterno e sotto la responsabilità altrui conflitti interni, questioni di sicurezza e di ambiente. E, in caso di crisi, queste imprese ed i loro dipendenti si trovano il più delle volte senza alcuna tutela giuridico-contrattuale o sindacale.
Penso che una sinistra moderna debba seriamente interrogarsi al riguardo.

Gim Cassano (Alleanza lib-lab)

Pubblicato in : Primo piano

Info Gim Cassano

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Antonio di Meco su Fermare le macchine per salvare la democrazia
  • Angioletta Massimino su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Angioletta Massimino su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Luca Bagatin su Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega
  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti