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Rifiuti e trasporti urbani: impresa o ideologia?

L’efficienza non va d’accordo con le pregiudiziali ideologiche e con interessi elettorali e di potere dei partiti, anche di quelli appena arrivati.

di Redazione Pensalibero.it | 29 Gennaio 2018

La crisi dei rifiuti e l’incombente bolla dei trasporti urbani della Capitale, pongono più in generale la questione del pubblico che fa impresa. Mestiere difficile, perché le finalità generali sono diverse da quelle private, ma non impossibile, se i manager sono capaci e gli amministratori distinguono il legittimo indirizzo politico dal ruolo operativo. L’efficienza, però, non va d’accordo con le pregiudiziali ideologiche e con interessi elettorali e di potere dei partiti, anche di quelli appena arrivati.

Un’azienda enorme come l’Atac di Roma è già all’ultima spiaggia, anche se non può fallire e dovrà essere commissariata, ma continua a chiudersi nell’elegante dimensione detta “in house”.

Potrebbe cercare una (difficile) soluzione di mercato, ma è sgradita a politica e sindacati che fanno resistenza, perché richiederebbe cure da cavallo, pur inevitabili.  Meglio i debiti.

Contro l’ingresso di un socio privato, magari anche le Ferrovie, da Milano-Casaleggio è arrivato il veto. In questo caso la scelta politica è contro la democrazia diretta: pur di non indire il referendum radicale sulla privatizzazione, si sta rinnovando il contratto con Atac. Meglio gestire migliaia di dipendenti, il 25% dei quali dichiara di essere disabile, e rassegnarsi ad un terzo di bus che non esce in strada, e se esce si rompe.

Il caso Brescia è – all’opposto – quello di rifiuti che rendono nel tempo miliardi, e trasporti urbani che possono essere aiutati in sinergia. Grazie ad una scelta politica a favore del termovalorizzatore più premiato del mondo, il Comune ha chiuso bilanci d’oro, ha diminuito la Tari, ha riscaldato mezza città con la monnezza non differenziabile e si è persino regalato una metropolitana: un cerchio che si chiude virtuosamente.

Scelta politica, dicevamo, diversa da quella di Roma che, pur avendo finalmente sepolto la più grande discarica d’Europa, non vuole termovalorizzatori, e deve baloccarsi con 4700 tonnellate al giorno di immondizia, 1,7 milioni anno, e contemporaneamente rischia di essere travolta dai debiti miliardari di un’azienda trasporti che deve coprire un’area grande come due province lombarde. L’effetto domino è devastante: cittadini che aspettano eternamente il bus, in mezzo ai rifiuti.

Quello che si prepara è insomma un disastro finale su entrambi i fronti, che l’attuale amministrazione ha aggravato, sommando rotazione continua del management e guida politica eterodiretta.

Senza una visione complessiva dei servizi pubblici, è certo che i trasporti – in una città tanto grande – sono un problema che ammazzerebbe anche il miglior privato, perché il businnes è davvero diabolico, dipendendo da sovvenzioni e biglietti, che gli utenti evadono in percentuali paurose.

I rifiuti, invece, costituirebbero un ciclo virtuoso e persino potenzialmente lucroso se si capisse che tutto, anche l’ultimo rifiuto, può essere valorizzato. Ma non va così, e i proclami sui rifiuti zero (opzione respinta in tutta Europa) e la differenziata promessa al 70% (è oggi sempre al 40% di Marino) sono utopie spostate nel tempo.

E allora? Campo libero al turismo della monnezza, cercando qualcuno che a caro prezzo se la prenda, possibilmente non Regioni a guida PD o Pizzarotti di Parma cacciato via anche per questo.

Su 1,7 milioni di tonnellate anno, circa il 52%, in assoluto 884 mila tonnellate, devono viaggiare: vicino (Lazio) e lontano (57 mila in Austria), per non parlare delle 146 mila di organico che vanno in Friuli. In sostanza, questo non voler termovalorizzare in casa (solo 60 mila tonnellate nell’inceneritore Acea di proprietà), regala vantaggi economici altrui, riempiendo ferrovie ed autostrade (qualche volta anche navi che fanno il percorso inverso dei migranti) di inquinamento itinerante.

Un termovalorizzatore da 300 mila tonnellate costerebbe 300 milioni, ma si spendono ogni anno 200 milioni (su un totale Tari di 670), di cui 63 di trasporto, per piazzare l’immondizia altrove.

E l’inquinamento? Si fa in fretta a parlare di termovalorizzatori, ma l’inquinamento? Ebbene tutti

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, crisi, democrazia, europa, mercato, milano, mondo, pd, referendum, rifiuti, roma, sindacati, soluzione, trasporti

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