
Tutti i Paesi dovrebbero destinare maggiori risorse alla ricerca scientifica, capace di garantire una speranza di vita più lunga e dignitosa e una migliore qualità dell’esistenza per milioni di bambini e anziani nel mondo. Eppure assistiamo a un continuo aumento delle spese militari. I Paesi membri della NATO sono chiamati a destinare una quota significativa del proprio PIL alla difesa comune, spesso anche per rispondere alle pressioni degli Stati Uniti. Si parla di sicurezza, ma il risultato è un imponente investimento globale in armamenti, mentre la ricerca fatica a trovare fondi adeguati. Non è semplice raccogliere risorse per la scienza quando una parte consistente dei finanziamenti pubblici viene assorbita dall’industria bellica, tra le più avanzate e potenti al mondo, soprattutto negli Stati Uniti. Eppure se sostenuta in modo strutturale e lungimirante la ricerca potrebbe compiere progressi straordinari, accelerando la scoperta di cure per malattie rare che oggi restano incurabili e offrendo speranza a chi soffre. In questo scenario appare contraddittorio anche l’atteggiamento di chi invoca rigidamente la difesa dei confini, come l’attuale ministro dei Trasporti italiano, mentre uomini, donne e bambini arrivano via mare in cerca di salvezza. In un Paese di circa sessanta milioni di residenti, numeri relativamente contenuti non sembrano costituire un pericolo reale né un costo insostenibile. Eppure, in nome della sicurezza continuiamo a destinare ingenti risorse agli armamenti. Non è forse imbarazzante che i Paesi membri delle Nazioni Unite debbano spesso fare affidamento su donazioni private per finanziare la ricerca scientifica, quella che salva vite invece di distruggerle? Pensiamo all’Italia: quale segnale potente sarebbe stato se il Governo avesse deciso di moltiplicare i fondi raccolti dalla Fondazione Telethon attraverso la Legge di Bilancio, sostenendo con forza la ricerca sulle malattie genetiche rare. Non conosciamo nel dettaglio il costo di un moderno cacciabombardiere, ma possiamo facilmente immaginare il potenziale distruttivo di un simile investimento. Con la stessa cifra si potrebbero finanziare progetti di ricerca capaci di cambiare il destino di milioni di bambini e anziani colpiti da patologie gravi. La questione, in fondo, è tutta qui: continuare ad alimentare la spirale della guerra o scegliere con decisione di investire nel bene comune rappresentato dalla ricerca scientifica. È una scelta politica, ma prima ancora morale. E riguarda il futuro di tutti noi.
Angelo Santoro

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