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Renzi vara una manovra finalmente espansiva ma priva di un disegno di politica economica

Non si tratta di una finanziaria strategica, cioè inquadrata in un contesto di politica economica ben definita, né capace di generare pil, al pari di quella precedente. L’editoriale di Terza Repubblica

di Terza Repubblica | 18 Ottobre 2015

Non si tratta di una finanziaria strategica, cioè inquadrata in un contesto di politica economica ben definita, né capace di generare pil, al pari di quella precedente.

Premessa metodologica: in Italia una manovra finanziaria non va mai giudicata per come esce dal Consiglio dei ministri che la vara, ma molto tempo dopo, al termine dell’estenuante tour parlamentare a cui viene sottoposta. Dunque non cascheremo nell’errore di voler dare un voto alla legge di stabilità appena licenziata da Renzi, né tantomeno in quello di entrare nel merito dei singoli provvedimenti, visto il loro alto tasso di volatilità. Tuttavia, il segno della manovra è definito e perfettamente leggibile, e l’unico modo per valutarlo senza pregiudizi di sorta è capire in quale misura esso corrisponde agli interessi strutturali (cioè non momentanei) del Paese.

Il presidente del Consiglio dice – e alcuni analisti gli hanno fatto eco (mica tutti sono gufi…) – che si tratta di una finanziaria finalmente espansiva, all’insegna di una ritrovata fiducia, che aiuterà l’Itala a decollare. E chissenefrega se all’Europa non dovesse piacere, perché il governo tirerà dritto per la sua strada. Certo, è inutile chiedere all’oste se il vino è buono. E Renzi è incline a declamare senza limite alcuno la qualità della sua mescita. Però, su una cosa non bleffa: il segno della manovra non è contenitivo, come quelle degli ultimi anni, bensì, seppur moderatamente, espansivo. Ed è cosa positiva, che gli va riconosciuta, insieme al fatto di averci evitato che scattassero le cosiddette clausole di salvaguardia Ue, come l’aumento dell’Iva. Tutte cose che politicamente spiazzano le opposizioni (comprese quelle interne al Pd, che peraltro si è erano già squagliate come neve al sole sul fronte della riforma del Senato), con la sola eccezione dei (pochissimi) custodi dell’ortodossia europea in versione austerità.

Detto questo, a nostro giudizio non si tratta di una finanziaria strategica, cioè inquadrata in un contesto di politica economica ben definita, né capace di generare pil, al pari di quella precedente. Renzi, naturalmente, sostiene il contrario, e cita gli 80 euro e le riforme da lui realizzate come i fattori che nel 2015 ci hanno portato fuori dalla recessione e che ci consentiranno di arrivare a fine anno ad una crescita dello 0,7% (Renzi dice 0,9% nel Def e ammicca al superamento dell’1%). E, di conseguenza, sostiene che a maggior ragione ci aiuterà a rendere strutturale la ripresa il combinato disposto della totale abolizione, per tutti, di ogni imposta sulla prima casa (5 miliardi il costo), della conferma degli 80 euro in busta paga e dell’innalzamento della soglia del legittimo uso del contante a 3 mila euro (cosa giusta, sia perché ci avvicina alla media europea e sia perché il contenimento a mille euro non ha né ridotto il nero né aumentato l’uso troppo basso del denaro virtuale, ma solo rotto le scatole ai cittadini onesti). Se fosse vera la prima affermazione, sarebbe vera anche la seconda. Ma così non è. Perché quel poco di ripresa che c’è – troppo poca per farci dire che l’Italia è tornata a volare – deriva totalmente da un insieme di fattori esogeni, mai così favorevoli dal dopoguerra ad oggi: tassi tendenti allo zero, una liquidità quasi illimitata, crollo del prezzo del petrolio, cambio euro-dollaro in viaggio verso la parità. Talmente favorevoli che qualcuno ha calcolato che al netto di essi l’Italia sarebbe ancora in recessione. Gli 80 euro ieri e la cancellazione delle tasse sulla casa oggi non sono misure in grado di indurre gli italiani a maggiori consumi (semmai a ricostituire quote di risparmio), né si può uscire da una crisi durata sette anni e che ha spazzato via molti dei paradigmi su cui si era basata l’economia a cavallo del cambio di secolo, agendo sul lato della domanda. Noi liberal-keynesiani lo abbiamo cercato di dire in tutte le lingue, che è solo agendo sugli investimenti e sulla riqualificazione dell’offerta, in molti casi epocale (si pensi al caso Volkswagen e a come sia destinato a cambiare in modo radicale il modo di concepire e produrre l’auto di domani), che si riuscirà ad imprimere alla crescita la velocità necessaria a farci recuperare in breve tempo i 10 punti di pil persi dal 2008 ad oggi e poi ad accorciare le distanze che dagli inizi degli anni Novanta al 2007 abbiamo accumulato nei confronti dei paesi più sviluppati. Ma in questa manovra, a parte alcuni piccoli provvedimenti (come quello sugli ammortamenti) a favore delle imprese, peraltro troppo generici, non c’è la trama di alcun disegno di ridefinizione del nostro capitalismo nel nuovo contesto globale.

Anzi, il pericolo è che accada proprio quello che Renzi ha evocato come motivo di compiacimento: la frenata delle varie locomotive mondiali, dalla Cina alla Germania passando per il Brasile e gli altri paesi emergenti. Perché questo non consentirà all’Italia di prendersi qualche rivincita, bensì di subire i contraccolpi sia di una frenata dell’unica cosa che funziona, l’export, sia di un peggioramento, se non addirittura di un superamento, di quei fattori esogeni che ci stanno tenendo a galla. Chiedete a Draghi se stiamo dicendo sciocchezze.

Insomma, la manovra rischia di essere espansiva solo nelle intenzioni, perché è mal indirizzata. E perché è insufficiente. Infatti, se si vuole sfidare Bruxelles (e Berlino) sul deficit, allora occorre farlo per una cifra che meriti la guerra con i sacerdoti dell’austerità fine a se stessa, e avendo cura di non peggiorare – non per rispettare i parametri europei, ma perché è nostro interesse – il debito. Invece, noi tendiamo ad un disavanzo del 2,2% anziché dell’1,4% previsto dagli impegni assunti con la Ue, ma pur sempre di 4 decimi di punto inferiore a quello del 2015 (2,6%) e di 8 decimi più basso della soglia del 3% che peraltro diversi paesi non rispettano (ma non hanno il debito monstre che abbiano noi). E nella legge di stabilità di interventi ad hoc sul debito non c’è neppure l’ombra.

Come si può ben capire, con queste osservazioni di fondo non c’è neppure bisogno di pescare nel laghetto delle solite critiche (peraltro in molti casi fondate): non c’è spending review, alcune voci sono una tantum, alcune entrate sono aleatorie o sovrastimate. La manovra è, come ha scritto bene Giuseppe Berta, una scommessa sui consumi senza una chiara direzione di marcia. Insomma, l’ennesima occasione perduta, se Renzi vorrà mantenere questa direzione di marcia (ma chi gli farà cambiare idea, visto che è persuaso che si tratti di una genialata sul piano dell’acquisizione del consenso?).

Questo è il nostro convinto giudizio. E pazienza se qualcuno vorrà definirlo “benaltrista”. In fondo è vero, pensiamo che siano ben altre le cose da fare. E non militano nel partito, sempre più vasto, di chi ritiene che dopo anni di immobilismo sia meglio fare una cosa sbagliata piuttosto che continuare a non far niente. Chi si accontenta non gode..

Pubblicato in : EditorialeTag: abolizione, anni, brasile, bruxelles, capitalismo, cina, consenso, consiglio dei ministri, cose da fare, crisi, draghi, euro, finanziaria, fine anno, germania, governo, italia, manovra, merito, misure, pd, presidente del consiglio, provvedimenti, recessione, renzi

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