L’abilità dialettica e le battute non bastano più. Renzi è in difficoltà. O riesce a fare un salto di qualità oppure l’azione convergente della magistratura, dell’opposizione, per lo più interna, e di quanti non vogliono cambiare niente finirà per sfiancare l’Esecutivo. Il governo non corre il rischio di cadere ma di arrivare senza fiato all’appuntamento del 2018. In Parlamento la maggioranza, nonostante i numeri risicati, è più che sicura. C’è in molti deputati la consapevolezza che questa, per loro e per varie ragioni, sarà l’ultima legislatura, c’è il soccorso dichiarato del gruppo di Verdini, c’è il soccorso nascosto ma anche più efficace di Berlusconi che resta in campo non per vincere, a questo ormai credono solo i gonzi, ma per impedire ad altri nel centrodestra, che potenzialmente ha sempre più voti del centrosinsitra anche in versione edulcorata, di poter impensierire Renzi. E Renzi ovviamente ricambia il favore facendo fare al Cavaliere quello che al Cavaliere in fondo è sempre interessato, cioè gli affari, suoi ovviamente. La vicenda Telecom, con Cattaneo al vertice, Vivendi e Mediaset è lì a dimostrarlo. No, il governo corre il rischio di perdere la maggioranza nel Paese. Per impedirlo Renzi deve giocare le sue carte sul terreno economico. Dando cioè una frustata ad una economia che, nonostante condizioni esogene estremamente favorevoli, la politica espansiva della BCE, il calo del prezzo del petrolio, la sostanziale parità con il dollaro, non riesce a decollare. Per trovare le risorse da investire ci sono solo due modi, un drastico taglio della spesa pubblica o lo sforamento dei parametri europei. Meglio il primo del secondo. Far ripartire l’economia è essenziale. Non è che gli altri Paesi facciano faville ma le loro percentuali di crescita sono migliori delle nostre. Agire su questo terreno, per il Governo, è essenziale ma non sufficiente. Bisogna anche cambiare le regole del gioco e con queste il clima politico del Paese. Le riforme istituzionali messe a punto non sono il massimo. Presentano diverse criticità ma sono comunque meglio, molto meglio, di niente. Sulla strada della loro definitiva approvazione c’è il referendum del prossimo ottobre. Un’occasione importante dalla quale potranno scatuirre anche conseguenze politiche altrettanto importanti. Può essere infatti l’occasione per rimescolare le carte dei e nei partiti, e soprattutto nel PD che nei fatti è l’unica vera forza politica rimasta sulla scena. E’ di tutta evidenza che il PD attuale è completamente superato. Non è più il PD pensato alle origini, e infatti la maggioranza dei padri fondatori se ne sono andati, ma non si è nemmeno trasformato in qualcosa di nuoco. Questo PD non può tornare al passato, deve completare il suo processo di trasformazione. Il referendum istituzionale che vedrà da una parte chi vuole cambiare e dall’altra la Camusso, Monsignor Galantino, Magistratura Democratica o più semplicemente le “anime belle” che puntano sempre al meglio, può essere l’occasione giusta. Il Partito della Nazione è un’espressione infelice e non realizzabile. Troviamogli un altro nome. Ma dopo il referendum andiamo al voto anticipato nella primavera del 2017. Quel voto sarà comunque uno spartiacque. Se le riforme saranno confermate si potrà chiudere questa lunga fase di transizione iniziata nel 1992 e nascerà davvero una nuova Repubblica. Se le riforme noin saranno confermate si tornerà semplicemente al ’92 e tutto ricomincerà daccapo.
Renzi sotto scacco
La partita, per il Premier, si sta facendo dura. Serve un colpo d’ala o prevarranno i soliti noti, con in testa la Camusso, monsignor Galantino e Magistratura Democratica. Una ricetta.

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