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Renzi fermi le gogne mediatico-giudiziarie e l’autolesionistico uso del “politicamente corretto”, o moriamo soffocati

Bisogna rompere questo gioco al massacro per cui fare il sindaco, l’amministratore comunale e regionale o il dirigente pubblico significa essere o un eroe o un pavido.

di Terza Repubblica | 14 Maggio 2016

“Ma chi me lo fa fare?”. Non ha dietro un’indagine demoscopica né il supporto di una ricerca del Censis, ma abbiamo netta la sensazione che questa sia l’espressione che più e meglio illustra lo stato d’animo della maggioranza degli italiani, che fotografa sociologicamente il Paese. E con la quale la politica deve decidersi a fare i conti, smettendo di ignorarla nella malriposta speranza di riuscire ad esorcizzarla.

All’apparenza siamo di fronte ad una domanda, perché c’è il punto interrogativo, ma in realtà essa contiene già la risposta: “non ne vale la pena”. Ed è la conseguenza del combinato disposto tra l’affermarsi di una mentalità collettiva deresponsabilizzante, figlia di una pratica punitiva nei confronti del fare e ancor più dell’intraprendenza, e il diffondersi di una profonda disillusione individuale, tanto nel campo pubblico come in quello privato. Si tratta di un sentimento – questo di arresa di fronte a ciò che si ritiene ineluttabile – che viene da lontano, che ha il suo primo caposaldo nella caduta verticale della credibilità della classe dirigente generata da Tangentopoli e dall’affermarsi del concetto di “casta”, ma che è poi letteralmente esploso negli anni della grande crisi, quando anziché mettere in campo una reazione al declino si è, al contrario, alimentata una furia punitiva e giustizialista che non poteva che generare disaffezione. Ci riferiamo non soltanto alla gogna che è stata riservata alla classe politica e a talune componenti del ceto dirigenziale (per esempio, quello delle banche) – soggetti che, sia chiaro, si sono spesso e in modo crescente meritati di essere presi a calci nel sedere – ma anche alla logica sempre più stupidamente burocratica che presiede ad ogni atto della vita quotidiana, alla totale deprivazione di qualità che riguarda ogni centesimo destinato alla spesa pubblica, alla montagna di vincoli e ostacoli che hanno inaridito, più ancora della recessione, gli investimenti privati grandi e piccoli.

Matteo Renzi – ed è il suo più grande merito – tutto questo l’aveva annusato. Aveva intuito che il Paese era bloccato, ingessato da un maldestro uso del “politicamente corretto”. Forse non l’ha saputo esaminare in modo analitico, di sicuro non è stato capace di individuare i necessari anticorpi ma, al contrario di molti altri, aveva capito che il Paese, per risollevarsi, aveva bisogno di una “rupture”. Aveva anche afferrato che, pur avendo il Paese e i cittadini bisogno di sbrogliare la matassa dei lacci e lacciuoli che li paralizzano, la risposta non poteva trovarsi nella ricetta liberista del laisser faire, del liberi tutti, ma in qualcosa che tanto la teoria economica quanto la dottrina politica faticano a definire, e che noi di TerzaRepubblica in questi anni di lavoro di analisi e di proposta ci siamo sforzati di delineare come riformismo liberal-keynesiano. Peccato, però – ed è questo il suo più grande demerito – che Renzi si sia fermato alle suggestioni, mostrandosi incapace di tradurre in un coerente disegno riformatore le pur buone intuizioni. Ed è ancor più un peccato che si intestardisca a non prendere atto che un numero crescente di italiani abbia percepito lo iato che separa le intenzioni dalle realizzazioni e si irriti di fronte ai suoi quotidiani tentativi di scambiare il fumo con l’arrosto.

Prendiamo il tema del rapporto tra giustizia e politica, che Renzi, commettendo un errore esiziale, si ostina a chiamare “questione morale”. Pensando di fermare l’emorragia del consenso, afferma pubblicamente che “sì, c’è una questione morale nel Pd, è inutile negarlo”, senza capire che essendo segretario di quel partito, egli non può fermarsi a metà del guado – lì, dopo un po’, si annega – ma deve spiegare la dimensione sistematica del problema, sia che si tratti di casi di arricchimento personale (per i quali non basta auspicare l’onestà, ma predisporre procedure di selezione del ceto politico che richiedono un partito più strutturato e pesante, non più leggero come invece va di moda dire) sia che si tratti di responsabilità oggettive in situazioni di complessità normativo-amministrativa (e qui deve avere il coraggio di procedere alla semplificazione procedurale, anche a tutela dei suoi amministratori, centrali e locali) sia infine che si tratti, come purtroppo spesso accade, di forzature di una magistratura inquirente dedita ai teoremi e alla ricostruzioni giornalistiche (e qui occorre fare la riforma della giustizia e mettere in campo una capacità politico-culturale di sconfiggere il circuito mediatico-giudiziario che da un quarto di secolo ammorba il Paese).

Bisogna rompere questo gioco al massacro per cui fare il sindaco, l’amministratore comunale e regionale o il dirigente pubblico significa essere o un eroe (fare pur sapendo di esporsi al fuoco delle accuse infamanti) o un pavido (non fare nulla, non assumersi alcuna responsabilità, per evitare di finire ala gogna). Ovvio che i primi siano pochi e sempre meno, che i secondi abbondino e che in questo quadro trovi terreno fertile il malaffare. Della serie o non rischio (immobilismo, tempi biblici, deresponsabilizzazione) o se rischio lo faccio per interesse privato (furto, concussione, clientelismo).

E bisogna rompere questo maledetto cortocircuito anche per un altro motivo fondamentale, che induce pure i privati, anche l’ultimo dei cittadini, a fare altrettanto: ad aggirare le regole, a evadere le tasse e ogni altro adempimento oneroso, a non pagare in modo sistematico i debiti. Non solo. Il clima di sfiducia, il “chi me lo fa fare, non ne vale la pena”, spinge gli imprenditori a non investire e persino i consumatori a rinunciare alle spese di natura straordinaria.

Renzi, se vuole tornare alla luna di miele con gli italiani, se vuole riconquistare i consensi che gli furono tributati alle elezioni europee, deve ricominciare daccapo. Riponga l’arma impropria della rottamazione generazionale e impugni quella della rottura con tutte le pratiche del masochismo italico. Lasci stare le polemiche con i pentastellati – che, come nel caso dell’assurda decisione di mollare il sindaco di Parma, Pizzarotti, si fanno male da soli – e parli un linguaggio di verità al Paese, dicendo che senza smontare la mostruosa macchina dell’autolesionismo nazionale che da un quarto di secolo ci costringe al declino la ripresa economica, sociale e morale non arriverà mai.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, banche, classe dirigente, classe politica, consenso, consumatori, conti, cortocircuito, crisi, elezioni, grande crisi, lavoro, magistratura, matteo renzi, merito, natura, pd, questione morale, recessione, renzi, riformismo, rottamazione, selezione, speranza, spesa pubblica

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