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Renzi, attenzione che il vento populista del Front National rischia di soffiare anche in Italia

di Terza Repubblica | 13 Dicembre 2015

Hanno ragione quegli osservatori – Bill Emmot, per esempio – che hanno detto come l’ascesa del partito di Marine Le Pen fosse prevedibile ben prima della strage terroristica di Parigi del 13 novembre, e che dunque essa è figlia anche e soprattutto di molte ragioni – le stesse che la rendono un fenomeno europeo e non solo francese – del tutto estranee alla paura per le azioni sanguinarie dell’Isis. Il riferimento è alla capacità della destra nazionalista d’oltralpe di intercettare gli umori ribollenti di un’opinione pubblica, e del ceto medio in particolare, impoverita dalla crisi economica, impaurita per i flussi incontrollati dell’immigrazione, angosciata dalla globalizzazione di cui gli sono stati evocati i potenziali danni e non le sicure opportunità da cogliere. Insomma, frustrati nelle aspettative sul futuro, delusi dalla pochezza della politica dei partiti a vocazione di governo e dall’inconsistenza dell’Europa, oltre che spaventati dagli attacchi terroristici, i francesi hanno votato – almeno al primo turno, ma siamo pronti a scommettere che al secondo turno per il Front National non sarà la debacle che molti pronosticano – per chi ha saputo parlar loro con le parole d’rodine che in questo momento si vogliono sentir dire. E pazienza se quel linguaggio è intriso di populismo, di becero e antistorico nazionalismo – equivalente del localismo leghista di casa nostra – e offre ricette inconsistenti, di stampo peronista. Il merito non è della signora Le Pen, il demerito è di Hollande, di Sarkozy, e più in generale della classe dirigente europea che, malata di “presentismo”, non ha saputo dare risposte riformiste, pragmatiche, capaci di cogliere gli epocali processi di trasformazione in corso all’ansia di certezze che pervade  la società francese come quella italiana e di tutta Europa.

Ora, però, il tema è: si tratta di un fenomeno tutto francese o destinato a ripetersi anche altrove? In realtà, un mix di anti-politica, anti-Europa e anti-immigrazione – tre motivi di scontentezza ormai consolidati che adesso si saldano con la paura di attacchi terroristici e più in generale di dover osservare impotenti l’avanzata jihadista – si è già visto prendere forma in Danimarca, Svezia, Olanda, Polonia, Regno Unito con riflussi elettorali a destra, mentre in Spagna e Grecia la ribellione contro i partiti istituzionali ha assunto connotati di estrema sinistra. In Italia, sbagliando, prima si è pensato di essere immuni dal virus, e poi di vederlo confinato nella sola Lega di Salvini. Ma non è così. Il soggetto italiano che più risponde alle caratteristiche che hanno portato alla vittoria lepenista in Francia è il Movimento 5 stelle. E non è un fenomeno marginale, perché è già alla soglia della vittoria elettorale. Non è un caso che chi descrive il quadro politico riveniente dalla nuova legge elettorale voluta da Renzi, lo tratteggia con il Pd e i grillini al ballottaggio a contendersi la vittoria finale e dunque aggiudicarsi il ricco (e assurdo) premio in seggi. Dunque, il vero emulo della Le Pen non è Salvini – anche, ammesso e non concesso, che regga fino al momento del voto il patto con Berlusconi – ma Grillo (o chi per esso, poco importa, come dimostrano tutti i sondaggi), che già è forte e che potrebbe fare bingo se dovesse riuscire ad intercettare pienamente il fenomeno neo-nazionalista in corso in Francia e in tutto il Vecchio Continente. Ma come per la ducetta francese, il merito non è del comico nostrano, ma è demerito dei gruppi di governo, vecchi e nuovi.

Qui Renzi, che pure è stato bravo ad aver incarnato e praticato una discontinuità tanto necessaria quanto improrogabile e di aver dato una risposta democratica e di governo a spinte populiste che avrebbero potuto già da un pezzo rompere gli argini, deve essere capace di fare un’analisi scevra dall’autoreferenzialità, se vuole evitare di vedersi travolgere dall’ondata proveniente dall’altra parte delle Alpi. A Renzi serve fare sostanzialmente due scelte, che sono poi due facce della stessa medaglia: evitare di cadere nella trappola di voler rincorrere i populisti e cambiare registro nell’impostazione programmatica del suo governo. La prima discende da due semplici valutazioni: per quanto s’impegni, Grillo sarà sempre più efficace di lui come populista; la sua sarebbe un’inutile rincorsa, visto che, come abbiamo detto, non sono i populisti a vincere ma i leader e i partiti di governo, conservatori o riformisti che siano, a perdere. E da questa considerazione si ricava la ragione della seconda scelta che Renzi è chiamato a fare, quella di ripensare la cifra programmatica della sua proposta di discontinuità rivolta al Paese. Basta con gli 80 e i 500 euro, i salvataggi degli investitori in titoli bancari in nome di una presunta “emergenza umanitaria” e altri provvedimenti similari pensati in chiave di acchiappo del consenso. Dia agli italiani una politica economica meno buonista e più incisiva, di largo respiro, tesa a rilanciare gli investimenti e ad abbassare il debito pubblico con un grande “piano Marshall” di rilancio del Paese che passi attraverso la conversione di una larga fetta della spesa pubblica corrente in investimenti in conto capitale, attraverso la messa in gioco del patrimonio pubblico, attraverso uno  smagrimento della funzione assistenziale dello Stato con relativo cambiamento strutturale della Pubblica Amministrazione, attraverso una semplificazione radicale dell’articolazione del decentramento amministrativo, attraverso una riforma organica della giustizia, penale e civile. E offra la serietà di questo grande piano all’Europa per acquisire quella credibilità e autorevolezza, che oggi ci mancano, per indicare all’eurosistema la giusta strada del cambiamento, anziché abbaiare e non mordere come accade ormai da troppi anni a Bruxelles e perfino a Francoforte (nonostante Draghi).

O fa così, o corre il rischio che la sua riforma del sistema elettorale gli ritorni sulla faccia come un clamoroso boomerang e al ballottaggio previsto dall’Italicum, come gli ha spiegato molto bene Claudio Petruccioli in un’interessante intervista su Italia Oggi, alla fine i populisti doc lo battano. Per lui pazienza, ma per l’Italia sarebbe un disastro, un esito esiziale di questa Seconda Repubblica bis.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 5 stelle, amministrazione, anni, berlusconi, bruxelles, classe dirigente, consenso, conto capitale, crisi, crisi economica, danimarca, danni, debito pubblico, draghi, euro, europa, francia, francoforte, futuro, globalizzazione, governo, grecia, immigrazione, intervista, italia

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