
Il dibattito sulla cosiddetta reindustrializzazione della Toscana ha preso le mosse dal Manifesto elaborato da Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto. Molti sono stati gli interventi e tutti hanno portato elementi utili non solo commentando quel testo, ma riflettendo sul modello di sviluppo della Regione per il quale si ritengono cruciali i prossimi cinque anni. Ovviamente non si possono indicare linee credibili per un effettivo rilancio se non in un quadro europeo e tendenzialmente globale.
Il punto di partenza da cui muovere è proprio un modello che appare ispirato a tendenze profondamente diverse da quelle che sembrano oggi dominanti. La Toscana è stata tradizionalmente – osservano i tre estensori di un testo di ordine scientifico, da tradurre in politica – un’economia molto aperta agli scambi internazionali. Da inesperto qual sono di questioni economiche, non mi addentrerò nei temi portanti che il manifesto sottolineava. I processi di deindustrializzazione hanno interessato del resto non solo la nostra regione. Le imprese toscane – vi si ribadisce – “sono di piccola e piccolissima dimensione e operano in filiere dipendenti da altre imprese.”
Agli sconvolgimenti prodotti dal Covid si sono aggiunte le oscillanti decisioni in materia di dazi enunciate o attuate dall’imprevedibile Trump. Le difficoltà hanno provocato, soprattutto nel settore manifatturiero, uno spostamento di marca difensiva verso attività che presentassero minori rischi. Anziché una generale spinta ad affrontare le innovazioni necessarie e un convinto ricambio generazionale si è accentuato uno spostamento dei consumi dai beni ai servizi, accrescendo i rischi di una “terziarizzazione povera”, quando invece sarebbe necessario scegliere decisamente una “distruzione creatrice”, animata da una forte riconversione e da lungimiranti investimenti nelle nuove tecnologie, in ambito ecologico e infrastrutturale.
Non mi occupo dello stadio di realizzazione sia a livello regionale che comunale delle risorse derivate dal PNRR. É essenziale rendersi conto che il governo regionale deve spingere per una politica economica che guardi al futuro e mitighi l’ottica moderata che tuttora fa prevalere l’attenzione per interessi piccoli e immediati. “Dobbiamo puntare – si dice nel Manifesto – ad attività nel manifatturiero e nei servizi a più alto valore aggiunto, il che significa ad alti salari e alta produttività”. Viene riposta nel turismo una radicata fiducia e in genere nelle varie forme di industrializzazione leggera che erano in sintonia in un mercato ristretto.
I temi che ricorrono come giaculatorie in ogni discorso in questa fase di transizione dagli esiti misteriosi che stiamo attraversando investono le possibilità nuove offerte dall’Intelligenza artificiale, il rilancio dei distretti industriali, la crescita di punti di forza quali la farmaceutica, le scienze della vita, la robotica. Per citare i più evocati.
Lo stesso Marco Buti nel presentare il contributo a tre ha messo in luce che spetta in primo luogo alle imprese ipotizzare o delineare i vantaggi che l’IA può indurre nell’ economia in generale, quali sono le strettoie e i vincoli che hanno ostacolato le volontà innovatrici. E la Regione deve riflettere sullo snellimento del labirinto burocratico che rallenta e impiglia. Le categorie d’altro canto non si limitino a protestare, ma chiariscano come intendono accorciare e modernizzare la catena del valore tortuosa e farraginosa.
Le sollecitazioni del Manifesto mi ha fatto tornare in mente il vivace confronto che si avviò negli anni Settanta, a partire da un’analisi della situazione esposta con piglio critico in un saggio di Paolo Cantelli e Leonardo Paggi (“Strutture sociali e politica delle riforme in Toscana”, 1973,“Critica marxista”, XII, 1973, 5) che ebbe una grande risonanza e toccò questioni generali. Schematizzando: le visioni alternative che si confrontavano erano incentrate su due opzioni. Da un lato si sosteneva la validità, tipica della Toscana, delle dimensioni distrettuali, ciascuna delle quali specializzata e improntata da una rilevante complementarità delle risorse presenti in una certa area e l’attività industriale in esse prevalente e in grado di realizzare una solidale convergenza sociale.
Oggi ci si chiede fino a che punto una comunità locale possa resistere e avere incidenza in uno spazio globale. Nicolò Bellanca ha posto in più sedi come possano resistere funzioni feconde di “comunità di vita” in un paesaggio in cui sono logorati o annullati i confini e sensi di identità. Dall’altro lato si rimarcava l’allarme derivante dalla crisi o dall’assenza della grande industria capace di competere e rispondere alla lunga all’illusoria vitalità alimentata più o meno implicitamente dall’ideologia del “piccolo è bello”. Era da superare un’idea della Toscana che enfatizzasse il ruolo del turismo, dell’attrazione estetica e di una agricoltura tesa più all’accoglienza che ad un salto della produttività.
Le grandi firme, in primo luogo della moda, e le iniziative di ordine artistico culturale non avrebbero garantito attendibili certezze ed equilibrata espansione. La rivista “Politica e società” ospitò un ricco dibattito che non approdò a conclusione univoche sul piano politico-amministrativo. Le eredità del passato pesavano come miti inevitabili. “Turismo moda e cultura – scrisse l’indimenticato Giuliano Bianchi – sono attività provviste di ‘appeal’ e chissà che non riescano, prima che se ne avvedano politici e studiosi, a eccitare l’immaginazione di un romanziere” (cfr. “Maturità precoce: una modernizzazione a rischio” in “La Toscana” della “Storia d’Italia””, Einaudi 1986). E chiuse il saggio con un interrogativo provocatorio: “Turismo, moda cultura? Chissà…”. Il romanzo ricavabile dalle cronache non è apparso. Non mancano spunti quotidiani per chi volesse cimentarsi con un’improba fatica. Passi in avanti si sono fatti nel comprendere che la ricetta era euforica e tradizionalista, ma in misura insufficiente, episodica, priva di una coerenza sistematica. E forse era impossibile fare di più.
Gli interrogativi che oggi emergono rammentano le domande inquietanti di allora in un panorama ben più drammatico e in via di tumultuoso cambiamento. Nell’ambito della ricerca biomedica e in genere in ambiti tipici della variegata identità (parolaccia!) toscana passi in avanti si sono avuti e significativi avanzamenti. Non saprei tracciarne un bilancio. Fino a che punto si sono realmente formate unioni comunali in grado di superare il tradizionale scarto tra città e campagna?
L’urbanistica, che con i suoi limiti sognava un governo teso a dare omogeneità alle aree vaste, malgrado il moltiplicarsi di una complicatissima legislazione no ha colto i suoi fini. I cosiddetti centri storici sono diventati in gran parte centri commerciali di transeunte consumo anziché fulcro di un panorama plurale dotato di una sua equilibrata vitalità abitativa. Anche circa le infrastrutture si prolungano diatribe interminabili. Basterà citare le contese in cui sono coinvolti l’aeroporto di Peretola o l’ammodernamento del percorso della Tirrenica, al centro di irrisolte tensioni e prive dei fondi statali necessari. È vero che è sempre stato difficile parlare univocamente di Toscana quando continuano a coesistere almeno tre Toscane. Il che di per sé non è un male se si fossero davvero concretizzati rapporti di un’efficace armonizzazione.
Isole di eccellenza che figurano trionfalmente nel fitto elenco dei siti Unesco non bastano a configurare un futuro coeso in una Regione che dovrebbe fare delle sue diversità risorse comuni e non godibili smisuratamente da chi considera la Toscana un resort straordinario per evadere dalle tragedie che feriscono il mondo. I nipoti “vogliono una politica – ha ammonito Mauro Grassi – che sostenga chi rischia. Non solo in economia ma in tutte le attività umane. E che parli di opportunità e non solo di pericoli per il futuro”. Dopo il 1989-1991 è cambiato un mondo. Non è stato distrutto un Muro.
Il sistema politico è precipitato in una crisi, in uno sfaldamento impressionante. Le Regioni sono considerate pezzi di una scacchiera di poteri in antagonismo tra loro. In Toscana il Pd non ha saputo articolarsi nell’ “inregionamento” di cui parlò Cesare Luporini. Ben lontano com’è dal “riformismo rivoluzionario” proposto da Achille Occhetto: categoria da non collocare tra i funambolismi semantici che imperversano in un’incessante campagna elettorale.
Roberto Barzanti
(da Solo Riformisti)

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