Non per vocazione, semmai per (pluridecennale) esperienza: di fronte ad un nuovo appuntamento referendario sento irrefrenabile un rigurgito di insofferenza e di sdegno.
Non ho ancora digerito; anzi, non ho mai digerito le prese di giro del Parlamento che all’indomani dei referendum sulla giustizia (1987) e di quelli per l’abolizione di tre ministeri e del finanziamento pubblico dei partiti (1993) ha adottato soluzioni legislative in contrasto con la volontà della maggioranza degli elettori.
Che cosa è diventato nel tempo il referendum abrogativo di cui all’art. 75 della Costituzione? In primis, una passerella per politici: non importa se alle prime armi e in cerca di notorietà o – in quanto arnesi di lungo corso – con l’idea di rinvigorire l’immagine e rimpolpare – non disdegnando vigorose pennellate di demagogia – i consensi; in secundis, un esercizio (si badi, solo un esercizio) di democrazia, dopodiché la ricreazione è finita e il boccino torna in mano ai timonieri.
Con questa consapevolezza delusione e cinismo hanno, per ciò che mi riguarda, soppiantato il desiderio di partecipare.
Quel che c’è di buono è la combinazione del tutto casuale con la mini-raffica di referendum del 12-13 giugno prossimi: il disappunto astensionista, qui, combacia praticamente con ciò che avrei in ogni caso deciso di fare.
Sull’acqua proprio in queste pagine ho già detto (e ribadisco) il mio pensiero: si alla gestione dei privati. Per ‘privati’ non intendendo, oltretutto, le società miste dove il capitale delle municipalità mantiene il controllo, bensì i privati veri, senza più soldi pubblici in parcheggio nelle quote del capitale sociale delle imprese di gestione, a sostenere posti per politici trombati o in pre-pensionamento (e quindi, in realtà, la legge attuale è da modificare). Se qualcuno pensa che il controllo pubblico sia ininfluente o marginale, lo capisco. Infatti, in questo Paese, la pubblica amministrazione è stata allevata a mettere le mani in pasta più che a controllare l’utilizzo di beni pubblici o di rilevanza pubblica. Orbene, è l’ora che le si insegni e che impari, con le buone o con le cattive.
Sul nucleare spendo anche meno parole. Dopo l’errore che ho personalmente compiuto tanti anni fa sull’onda emotiva del disastro di Cernobyl, mi adeguo senza fiatare alla razionalità dell’idea secondo cui non è opportuno privarsi a priori della opportunità di ricorrere anche a questa fonte di energia. Una esclusione assoluta e definitiva è il risultato politico che vogliono – e non ne fanno mistero – i sostenitori del quesito referendario e a me non sta bene. Non sono un nuclearista ma non sono neppure contro l’energia nucleare.
Quanto al legittimo impedimento, qui mi trovo lontano persino anni luce da certuni: per costoro, l’abrogazione della leggina è il target di tutta la campagna referendaria, cui gli altri quesiti (e segnatamente quello sul nucleare, che promette sulla carta molto appeal) servono da stampella per il raggiungimento del quorum. C’è una preda importante – tanto di più dopo i risultati di Milano e Napoli – da cacciare, che però non è la mia. Non è benevolenza, ma indifferenza alla battuta di caccia. Così, a me, della leggina sul legittimo impedimento (che pure non mi piace) non importa un fico secco.
Dunque non andrò a votare “NO” e resisterò senza difficoltà alle sirene degli interessati ‘professionisti’ della democrazia, degli smaliziati imbonitori che fanno appello alle mozioni del cuore, dei guru della parola suggestiva e motivante, quelli che dicono che comunque bisogna partecipare, che bisogna andare a votare e propongono svariate e bizzarre motivazioni. Si sparano insulsaggini a iosa, via via che le date del 12-13 giugno si avvicinano: ho persino ascoltato che bisogna andare a votare in nome di coloro che si sono sacrificati per conquistare agli italiani il diritto di voto e questa è perfino una mistificazione perché difetta il nesso con l’istituto del referendum abrogativo. Nell’occasione, è semmai il caso di ribadire che proprio l’art. 75 della Costituzione – secondo cui (comma 4) “La proposta soggetta a ‘referendum’ è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi” – afferma la fisiologia della non partecipazione al voto, la quale per l’effetto che la norma ricollega alla mancata partecipazione della metà degli aventi diritto assume essa stessa la natura di espressione di voto.
Aggiungo che per coloro che, tanto per fare un esempio a caso, tenessero assolutamente alla abrogazione della legge sul legittimo impedimento senza volere alzare il quorum dei primi tre referendum, è a loro disposizione l’opportunità di chiedere una sola scheda (nella fattispecie, la quarta) lasciando perdere le prime tre. Faranno magari innervosire i Presidenti di seggio e i loro coadiutori – perché il loro lavoro si complicherà leggermente – però è loro diritto.
In ogni caso, io mi accompagnerò idealmente ai qualunquisti di destra e di sinistra, agli amanti del week end lungo e del surf, ai perfidi sostenitori dell’atomo assassino e agli oscuri ed egoisti fautori dell’”acqua privata” oltre che – beninteso – agli strenui difensori del Cavaliere. E’ una compagnia disarticolata e non sempre piacevole, ma che ci posso fare? Essendo convinto che al raggiungimento del quorum vinceranno senz’altro i si, desidero contribuire al non verificarsi del presupposto. Anche se, perorando la soluzione balneare, dovrò forse abbandonare la schiera dei cinici per finire – in quella anche peggiore – dei malvagi.
Paolo Marini

il referendum è stato svuotato di valore dai cosiddetti padri della repubblica (clericale e partitocratica) che vollero il quorum. Volta volta i politicanti della Suprema Corte e delle Camere hanno dato man forte a prevenire o tappare le eventuali falle.
Il referendum è uno strumento che come tutti gli strumenti può essere usato bene o male, da soggetti che ci piacciono o che non ci piacciono, ma svuotarlo di valore come si sta cercando di fare da un po’ di tempo a questa parte, rappresenta un punto importante perso dal normale cittadino. E penso che se non si fa parte della casta non è da persone accorte agevolare il fenomeno. Quindi votiamo, SI o NO ma votiamo.