
Siamo entrati negli ultimi tre giorni di campagna elettorale per il referendum confermativo sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti.
È il momento in cui, tradizionalmente, il confronto dovrebbe farsi più intenso, più chiaro, più capace di parlare ai cittadini.
E invece il clima resta tiepido, quasi sospeso.
Pochi dibattiti, scarsa partecipazione, un interesse che fatica a decollare.
Eppure, proprio in queste ore finali, sono arrivate parole che meritano di essere ascoltate con attenzione.
Quelle di Claudio Martelli, già ministro della Giustizia negli anni più difficili della Repubblica, quando insieme a Giovanni Falcone cercava di costruire la Superprocura nazionale antimafia.
Martelli ha ricordato un passaggio che oggi suona sorprendentemente attuale.
“All’epoca – ha dichiarato con sottile ironia in un’intervista a ‘La Stampa’ – la magistratura sosteneva, come accade oggi per la riforma della separazione delle carriere, che l’istituzione di una Superprocura sarebbe stato il primo passo per sottomettere i pubblici ministeri al potere esecutivo. Poi hanno fatto a gara per entrare a farne parte”.
Parole che riportano alla memoria una stagione nella quale ogni tentativo di riforma della giustizia veniva accompagnato da timori analoghi a quelli che oggi animano il dibattito.
La storia, a volte, non si ripete. Ma certamente si assomiglia.
Martelli va oltre.
“La magistratura – ha aggiunto – non può comportarsi come un contropotere e trovo fuori luogo lo sciopero contro la riforma, come lo fu allora contro la Superprocura”.
È una presa di posizione netta, che riapre una questione di fondo: il ruolo della magistratura nel sistema istituzionale.
Indipendenza non significa separatezza assoluta dal resto dello Stato.
Autonomia non significa contrapposizione permanente alla politica.
Il punto centrale resta sempre l’equilibrio tra i poteri.
E proprio entrando nel merito della riforma, Martelli offre una chiave di lettura che merita di essere discussa senza pregiudizi ideologici.
“Faccio mie le osservazioni del procuratore generale della Cassazione, che non vede il rischio di sottomissione del pubblico ministero al governo. L’eterogenesi dei fini potrebbe far sì che la riforma esalti i poteri del pubblico ministero”.
È un argomento che ribalta uno dei timori più diffusi tra i critici della riforma.
Non una magistratura indebolita, ma – paradossalmente – un pubblico ministero rafforzato.
Un’ipotesi che dovrebbe indurre a una riflessione più approfondita, lontana dagli slogan.
Negli ultimi giorni di campagna elettorale il confronto avrebbe bisogno proprio di questo: meno contrapposizione e più memoria.
Perché la storia delle riforme della giustizia italiana insegna che molte innovazioni, inizialmente osteggiate, sono poi diventate patrimonio condiviso.
La Superprocura antimafia è una di queste.
Allora fu contestata con gli stessi argomenti che oggi vengono utilizzati contro la separazione delle carriere.
Oggi nessuno ne metterebbe in discussione il valore.
Ecco perché il referendum dovrebbe essere l’occasione per un confronto maturo, capace di tenere insieme passato e futuro.
Non una resa dei conti tra politica e magistratura.
Ma una scelta consapevole sull’assetto della giustizia nel nostro Paese.
Se questo non accadrà, il rischio è che anche negli ultimi tre giorni prevalga il rumore delle polemiche sul peso delle idee.
E sarebbe un’occasione perduta.
Cesare Mannucci

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