C’è una considerazione preliminare da fare sulla riforma della Costituzione sulla quale saremo chiamati ad esprimerci attraverso il referendum d’autunno.
Riguarda il come si è arrivati alla sua approvazione in Parlamento: a colpi di passaggi da un fronte all’altro, dopo che le elezioni del 2013 avevano dato appena un quarto dei voti al partito dell’attuale presidente del consiglio e la maggioranza in una sola Camera, grazie al premio assicurato da una legge elettorale dichiarata incostituzionale.
In questi giorni, negli Stati Uniti, Donald Trump cerca in tutti modi di ottenere la candidatura alla presidenza dal partito repubblicano. Alle primarie ha ottenuto più voti degli altri candidati (39%), ma non abbastanza per essere sicuro dell’investitura alla Convention. La situazione nel suo partito è difficile, non più che in Italia. Trump sta alzando la voce per “ridurre alla ragione” i suoi avversari interni. I quali sostengono che tocca a Trump muoversi per primo, cioè prendere l’iniziativa. Perché? Per il semplice motivo che avendo ottenuto “solo” il 39% dei consensi alle primarie, significa che ha convinto meno della metà degli elettori del suo partito. Dunque, si dia da fare per convincere gli altri, o, quanto meno, per convincerne almeno uno più della metà.
Ora, mettiamo a confronto quanto accade negli Stati Uniti, con le incredibili vicende italiane. Da noi, per modificare la Costituzione, è prevista una maggioranza qualificata. Cioè più ampia di quella necessaria per approvare una qualsiasi legge. Sulla base del consenso ottenuto dal PD alle elezioni questa maggioranza non c’era. Senza considerare che la riforma costituzionale nel programma con cui il PD si era presentato a chiedere i voti non figurava. Eppure, non c’è stato, da parte dei “riformatori” nemmeno il minimo tentativo di convincere nel merito delle riforme apportate: solo manifestazioni di arroganza e disprezzo per il dissenso. Voti con dibattiti strozzati in ogni modo in Parlamento, minaccia di ricorso a nuove elezioni, consensi cercati e ottenuti da deputati e senatori che tradivano il loro mandato. E, come dibattito, affermazioni indimostrate e che non ammettevano repliche del tipo “gli italiani aspettano da 70 anni”, “chi si oppone difende i vecchi interessi”, “se la riforma venisse bocciata il governo andrebbe a casa” e, infine, il colpo del KO: “chi non vota insieme a me, gufo è!”.
Se non fossimo dei patiti di una concezione assai diversa della politica, intesa, cioè, come civile confronto di idee, attitudine alla comprensione delle altrui ragioni, disponibilità al compromesso, ci sarebbe da replicare: “meglio gufo che becchino”: becchino, cioè, delle buone regole della democrazia che richiedono il rispetto di tutte le idee, a cominciare da quelle di chi dissente. Ma ci limitiamo ad auspicare un ritorno alle ragioni della buona e saggia politica: che i fautori delle riforme costituzionali la smettano di offendere i dissenzienti. Provino piuttosto a convincerli. E viceversa, ovviamente.

ineccepibili considerazioni!