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Rappresentanza proporzionale? Si grazie, anzi no

Il ritorno al proporzionale con radicamento alla nazione dei partiti ed al territorio degli eletti é l’unico percorso virtuoso che può restituire senso e direzione ad un paese allo sbando alla ricerca camuffata o in spasmodica plateale attesa di un “capo”. Il contrappasso della storia o la nemesi di essa è terribile e puntuale. Fu smantellato quel sistema che pure aveva modernizzato l’Italia avviandola su un percorso di responsabilità e di progresso civile, economico, politico, istituzionale imputando alla rappresentanza proporzionale del paese la frammentazione del Parlamento, la faziosità delle forze politiche, la conseguente instabilità dei governi e l’inettitudine incipiente della sua classe dirigente pubblica e privata che si predisponeva a mettere in cascina fieno per il proprio tornaconto sottraendolo alla nazione.

di Antonio Corvino | 28 Giugno 2026

In un mondo polarizzato parlare di proporzionalità  è un controsenso.

O no?

Che poi cos’è la rappresentanza senza consapevolezza del proprio essere, del proprio destino, della volontà di perseguirlo o cambiarlo quel destino?

Senza la percezione della coscienza di sé come individui e come collettività.

Il ritorno al proporzionale con radicamento alla nazione dei partiti ed al territorio degli eletti é l’unico percorso virtuoso che può restituire senso e direzione ad un paese allo sbando alla ricerca camuffata o in spasmodica plateale attesa di un “capo”.

Il contrappasso della storia o la nemesi di essa è terribile e puntuale.

Fu smantellato quel sistema che pure aveva modernizzato l’Italia avviandola su un percorso di responsabilità e di progresso civile, economico, politico, istituzionale imputando alla rappresentanza proporzionale del paese la frammentazione del Parlamento, la faziosità delle forze politiche, la conseguente instabilità dei governi e l’inettitudine incipiente della sua classe dirigente pubblica e privata che si predisponeva a mettere in cascina fieno per il proprio tornaconto sottraendolo alla nazione.

Alla discussione ed al confronto si contrappose il decisionismo; alla mediazione la prevaricazione; al potere legislativo si impose la presunta e propagandata virtù  della volontà dell’esecutivo…

Alla programmazione dello sviluppo economico del paese, al progresso della società e alla crescita delle persone, la visione privatistica dell’economia, la privatizzazione dell’industria e dei servizi.

La protezione del capo, la contiguità  con il potere politico, l’appartenenza ai partiti si sostituì alla ricerca del bene comune.

L’ossequio alla discussione, l’appiattimento al confronto, la prebenda e la rendita al rischio.

Parallelamente il paese scivolava verso l’ignoranza contrabbandata per legittima seppur vana difesa o gloria degli ultimi i quali se ne vestirono come fosse l’abito con cui celebrare la loro festa ovviamente con la sapiente regia di chi su quella vanagloria soffiava come il vento di tramontana sul mare già  in tempesta che aveva travolta ogni coscienza civile ed ogni responsabilità sociale.

E la nazione smetteva di studiare, di crescere di essere un puzzle di comunità responsabili e integrate per trasformarsi in una indistinta contrada del villaggio globale a sua volta trasformatosi in un caravanserraglio sempre più violento.

Il paradosso talmente evidente da apparire lapalissiano consiste oggi, nel pieno del marasma e in piena tempesta autoritaria e suprematista, nell’invocare timidamente e con voce afona il ritorno virtuoso alla rappresentanza proporzionale. L’unica in realtà che può rimettere sul giusto binario una rappresentanza deragliata e preoccupata a destra e a manca di affermare primazie, o leadership come si dice nell’attuale mefitico esperanto, contro altre primazie tutte protese ad affermare il potere personale del capo e dei gruppi allo stesso fedeli.

Affermarne la salvifica importanza in un contesto economico, sociale, politico, istituzionale degradato al punto che il cosiddetto “popolo” quello che un tempo cercava dignità, visibilità, responsabilità e progresso individuale e collettivo, oggi chiede sussidi, protezione, sicurezza contro il diverso e l’immigrato (avendo dimenticato il suo passato remoto e recente), e privilegi sotto forma di bonus, sconti, evasioni ed elusioni sia pure in termini straccioni contro i suoi stessi simili e componenti della medesima comunità.

“La social catena” è stata spezzata inseguendo il facile e deresponsabilizzante slogan dell’uno vale uno e dell’interesse di individui e categorie affermato al di sopra di quello degli altri.

La cultura è stata irrisa.

La scuola distrutta, la sanità smembrata e le istituzioni consegnate ai signori della politica.

Prevalgono “le sorti magnifiche e progressive” ovviamente false ed inesistenti di questo paese ridotto ad un accumulo di macerie su cui dominano i signori della finanza ipercapitalista.

Vi in effetti è un ulteriore contrappasso della storia o nemesi di essa: la decomposizione sociale, lo scivolamento economico verso la polarizzazione tra ricchezza e povertà endemica, la ricerca di un recinto dove trovare protezione a discapito degli altri.

È la nuova normalità.

Il lavoro, lo studio, il confronto, la responsabilità, la solidarietà sociale, la compassione sono diventate la cartina di tornasole dell’anormalità, della additata e ridicolizzata diversità. In una parla dell’intelligenza.

Non è un caso ma solo la stridente evidenziazione dello scivolamento inarrestabile che ci sta trascinando giù che l’unica voce autorevole e dissenziente sia quella della Chiesa. Come Leone Magno anche Leone XIV a mani nude e forte della sacralità del suo messaggio si contrappone nella solennità dei suoi paramenti all’avanzata dei nuovi barbari che razziano e distruggono e invoca la santità dell’uomo contro la violenza dei potenti auto nominatisi padroni del mondo. Ahimè al di là di rare eccezioni, il presidente del consiglio spagnolo peraltro sottoposto a verifiche capestro di (in)dubbia provenienza, il presidente brasiliano Lula, non si sentono voci potenti e libere a difesa dell’umanità. Nel mondo ed in Italia.

Le voci che arrivano alla percezione dei cittadini parlano di interessi miopi, di visioni parziali, di correzioni a salvaguardia di qualcosa e di qualcuno laddove vi sarebbe bisogno di un urlo senza sfumature capace di affermare il diritto sovrano  e calpestato di un popolo ridotto a coacervo di gente alla disperata ricerca di sopravvivere piuttosto che di disegnare e perseguire il proprio riscatto.

In tale contesto il ritorno ai valori della rappresentanza proporzionale della società lungi dall’essere un misero espediente contro la famelica prevaricazione degli epigoni del fascismo restaurato e reinterpretato sulla scena mondiale dal più pericoloso suprematismo che invoca la benedizione di un qualche Dio, deve diventare un imperativo civile radicato nella responsabilità etica e morale di un popolo che non potrà mai abiurare la sua storia.

La rappresentanza proporzionale rappresenta l’ultima barriera contro la vittoria della democratura, dittatura, suprematismo, chiamatela come volete, perché essa fraziona il potere e costringe alla discussione ed al compromesso e mette ai margini la prevaricazione riportando al centro il popolo chiamato ad esprimersi laddove la rappresentanza politica ed istituzionale non trovino la strada per un’intesa condivisa.

Non è roba da poco.

È una vera e propria rivoluzione che rimette al centro il pensiero e l’interesse collettivo coltivato dai padri costituenti.

È il segno distintivo di una società finalmente conscia e consapevole della deriva su cui sta velocemente precipitando.

Non la scorciatoia per limare premi di maggioranza o grattare le incrostazioni che hanno compromesso  il rapporto tra politica e società.

Insomma un’occasione per riaffermare i fondamentali della democrazia… e ritrovare fiducia nel futuro.

Ammesso che si sia ancora in tempo.

Antonio Corvino

Pubblicato in : Editoriale

Info Antonio Corvino

Di origini pugliesi, napoletano di formazione è un scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Già Direttore Generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, ha organizzato, in tale veste, dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, con il concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti.

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