
C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci ogni volta che un’elezione registra un’affluenza drammaticamente bassa: quanto è distante la rappresentanza politica dai cittadini? Non è una questione di legittimità formale. Se le regole sono state rispettate, chi viene eletto è a tutti gli effetti un parlamentare e ne esercita legittimamente le funzioni. Il problema è un altro: quanto può sentirsi rappresentata una comunità quando a scegliere il proprio rappresentante è soltanto una piccola parte degli aventi diritto al voto? Prendo spunto dalle recenti elezioni suppletive a Reggio Calabria, dove Fabio Roscioli è stato eletto con un’affluenza intorno al 22% degli aventi diritto. Formalmente, tutto è regolare. Ma la politica non può fermarsi alla formalità delle procedure. Una democrazia non è fatta soltanto di regole: è fatta anche di partecipazione, fiducia e riconoscimento. L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”. Il parlamentare, dunque, non rappresenta soltanto il collegio nel quale è stato eletto, né esclusivamente il partito sotto il cui simbolo si è candidato: rappresenta la Nazione. Ma che cosa significa oggi rappresentare una Nazione nella quale una quota crescente di cittadini non va più a votare? È questo il nodo che la politica dovrebbe affrontare. Da anni assistiamo a una progressiva disaffezione dal voto. Le ragioni sono molteplici e sarebbe semplicistico attribuirle tutte alla politica. Ma sarebbe altrettanto difficile negare che una parte della responsabilità ricada proprio sulla distanza crescente tra cittadini e istituzioni, sulla sfiducia nei partiti e sulla sensazione che il voto individuale incida sempre meno sulla scelta delle persone chiamate a rappresentarci. Ed è qui che emerge un’altra questione: i cittadini scelgono davvero i propri parlamentari? Oppure scelgono una lista, un simbolo o una coalizione, lasciando poi ai partiti la decisione su chi occuperà i seggi? La libertà del voto è certamente garantita. Ma la libertà di scegliere tra le alternative proposte non esaurisce necessariamente il problema della qualità della rappresentanza. Un cittadino può essere libero di votare e, allo stesso tempo, percepire di non aver avuto la possibilità di scegliere direttamente la persona alla quale affidare la propria rappresentanza. Non significa mettere in discussione la legittimità di chi viene eletto. Significa interrogarsi sulla rappresentatività. Ed è una distinzione fondamentale: confondere legittimità e rappresentatività rischia di impedire qualsiasi discussione seria. Un parlamentare eletto secondo le regole è legittimato a esercitare il proprio mandato. Ma una democrazia dovrebbe preoccuparsi anche di fare in modo che il maggior numero possibile di cittadini abbia voglia di partecipare alla scelta di chi li rappresenterà. Altrimenti rischiamo un paradosso: istituzioni perfettamente legittime sul piano giuridico, ma sempre più lontane dalla società che dovrebbero rappresentare. Per questo anche la legge elettorale diventa una questione centrale. Non dovrebbe essere una legge costruita dalla maggioranza di turno per massimizzare il proprio vantaggio contingente, ma una regola del gioco il più possibile condivisa, discussa con l’opposizione e pensata per durare oltre la legislatura nella quale viene approvata. Si può discutere di collegi, preferenze, soglie, sistemi maggioritari o proporzionali. Le soluzioni possono essere diverse. Ma il principio dovrebbe essere comune: una legge elettorale dovrebbe favorire, non scoraggiare, il rapporto tra elettore ed eletto. Il punto, dunque, non è soltanto stabilire chi viene eletto. È capire come restituire ai cittadini la sensazione di essere realmente protagonisti della scelta. Perché se continuiamo a ridurre la partecipazione democratica a un semplice adempimento formale, rischiamo di abituarci a un’idea pericolosa: che sia sufficiente essere stati eletti, indipendentemente da quanti cittadini abbiano partecipato alla scelta, per poter dire di rappresentare una comunità. La rappresentanza politica non è soltanto una questione di numeri e procedure. È anche un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per questo, se fossi il candidato eletto in una consultazione caratterizzata da un’affluenza tanto bassa, mi porrei seriamente il problema delle dimissioni. Non perché la mia elezione sarebbe necessariamente illegittima, ma perché prima ancora di chiedermi se ho il diritto di occupare quel seggio, mi chiederei se ho ricevuto dalla comunità che dovrei rappresentare un mandato politicamente abbastanza forte da sentirmene davvero rappresentante. È una provocazione, naturalmente. Ma forse è una provocazione necessaria. Perché le suppletive in Calabria non dovrebbero interessarci soltanto per sapere chi ha vinto e chi ha perso. Dovrebbero interessarci per ciò che raccontano del rapporto, sempre più fragile, tra cittadini e istituzioni. Un parlamentare può certamente dire: “Sono stato eletto e rappresento la Nazione”. Ma una democrazia che vuole rimanere viva dovrebbe avere il coraggio di aggiungere una seconda domanda: quanti cittadini hanno scelto di essere rappresentati da me? Se la risposta è una percentuale sempre più piccola dell’intero corpo elettorale, il problema non è soltanto dell’eletto. È di tutti noi.
Angelo Santoro

Lascia un commento