La Rai è nella bufera. Dal punto di vista economico, perché le prospettive, nell’arco di due anni, sono catastrofiche, dal punto di vista politico perché la situazione è pessima con l’opposizione di centro sinistra continuamente sul piede di guerra. Eppure gli ascolti vedono l’azienda pubblica prevalere alla grande sul principale competitore privato. Le spiegazioni sono diverse, a seconda di chi le fornisce. Per il centro sinistra è in atto da parte del centro destra un tentativo di liquidare la Rai a tutto vantaggio di Mediaset, per il centro destra invece l’azione che viene portata avanti serve solo a contenere i costi per rendere all’azienda efficienza economica. La realtà è diversa. La Rai soffre di un male congenito a cui finora non si è voluto mettere rimedio: la dipendenza totale e assoluta dalla politica, sia essa di centro destra o di centro sinistra. E’ questo il vizio d’origine che impedisce all’azienda, che ha grandi professionalità e competenze, di competere liberamente sul mercato anche in termini di efficienza economica. Gli esempi che si possono fare sono molteplici. Ne citiamo alcuni che ci sembrano fra i più eclatanti. In Rai non viene mai licenziato nessun dirigente giornalistico. Nei giornali, lo vediamo spesso, i direttori si succedono senza particolari problemi. La legge permette il licenziamento dei dirigenti. Anzi gli alti stipendi, e le altrettanto alte liquidazioni, hanno il loro fondamento proprio nel fatto che questa figure professionali possono essere mandate via dalla sera alla mattina. In Rai invece quando un direttore viene rimosso resta in azienda a riscuotere tranquillamente il suo stipendio e a non fare niente. A volte poi viene addirittura reintegrato, dalla magistratura, con la motivazione che la rimozione si configura come un provvedimento punitivo. Così una testata ha il direttore nominato e quello reintegrato. Fra direttori e vice direttori parcheggiati, oggi in azienda, ci sono circa 140 persone che, quando guadagnano poco, prendono 2/300mila euro all’anno. In Rai lo strapotere del sindacato unico dei giornalisti, controllato in toto dalla sinistra, è assoluto. A differenza di ogni altra azienda a livello mondiale non esiste un monte ore per i permessi sindacali. I permessi vengono concessi a piè di lista, vale a dire sempre. Come se non bastasse ai sindacalisti che svolgono le funzioni sindacali sono pagate, dalla Rai, trasferte e rimborsi spese come se fossero in servizio. Durante gli scioperi è la stessa azienda che taglia i telegiornali, indipendentemente dal numero dei giornalisti di quella testata che hanno aderito alla protesta. In altre parole, a titolo di esempio, se in un telegiornale nessuno scioperasse, il telegiornale non andrebbe ugualmente in onda. L’ingerenza della politica, a tutti i livelli, è assoluta. Sul piano nazionale, per quello che riguarda il governo, sul piano locale per quello che riguarda le regioni. Nonostante le buone intenzioni più volte manifestate dai vari Consigli di Amministrazione il numero dei dipendenti aumenta in continuazione, soprattutto nel settore giornalistico. I telegiornali nazionali hanno un numero di dipendenti che è del 30/40 per cento superiore a quello dei corrispondenti privati. La stessa cosa vale nelle sedi regionali, i cui dipendenti sono in numero fisso per tutte le regioni, indipendentemente dalla loro ampiezza. Anche nelle sedi regionali i dipendenti aumentano continuamente. Quando anni addietro partì la terza edizione del Tgr furono fatte delle assunzioni perché doveva essere coperta una fascia oraria più lunga. Ora che la terza edizione è stata ridimensionata, e presto sarà cancellata, non si è pensato di utilizzare il personale in più per le trasmissioni del mattino che sono state notevolmente potenziate ma si è provveduto a nuove assunzioni. E così via. In molte realtà locali, e la cosa presto si estenderà a tutta Italia, le Regioni pagano alla Rai qualche centinaia di migliaia di euro per trasmettere servizi “istituzionali” o di “interesse pubblico”, con ciò incrementando quella dipendenza politica che già oggi è a livelli altissimi. Solo lo spazio impedisce di andare avanti. C’è un rimedio possibile? Solo uno: privatizzare l’azienda. Come Alitalia, anche la Rai non può essere riformata e razionalizzata. In un’ impresa di questo tipo fallirebbe anche Marchionne.
P.

ottimo. non so chi sia p., chiederei un commento a Nicola