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Raccontare per raccontarsi. Incontri con autori di raccolte di racconti

di Stefano Mecenate | 16 Luglio 2012

CALEIDOSCOPIO la collana di narrativa della Felici editore dedicata agli autori esordienti, propone una interessante panoramica di raccolte di racconti, genere fino a non molto tempo fa poco gradito da pubblico e critica ma che sembra tornato alla ribalta grazie alla presenza di autori di fama che ne hanno recuperato l’uso e la funzione.

Come emblematicamente suggerisce Umberto Galimberti: “Con Jung l’ “umanesimo” è sospeso al filo sottilissimo dell’Io che narra di sé, perché, invece di lasciarsi ingannare dal Racconto, Jung domanda che cos’è il Racconto. Una domanda terribile perché assedia l’invulnerabilità del sapere. Che io sia “costruito” è la stessa storia del mio racconto che lo dice. Quindi io non sono costruito se non per un oblio della mia genesi”.

Incontriamo alcuni di questi autori per parlare con loro del significato dei loro lavori.

Cominciamo con un veterano, il giovanissimo ottuagenario avvocato Corrado Rainaldi che con Caleidoscopio ha già pubblicato due raccolte di racconti, I nuovi racconti del mezzo toscano e Altre Toghe.

«Scrivere racconti significa inevitabilmente aprire le porte delle memoria e lasciare che il proprio vissuto e quello di coloro che, per motivi diversi, abbiamo incontrato nella nostra vita, decantato da quella contingenza che lo rendeva “ingombrante” e troppo personale, diventi pretesto e strumento per raccontare una storia universalmente fruibile.  Con I nuovi racconti del mezzo toscano, ad esempio,  ho inteso offrire al lettore “pillole” di emozioni che ho conosciuto personalmente o ho condiviso con altri; racconti brevi, circoscritti e raccontati a bassa voce quasi individualmente con il lettore davanti ad un camino acceso o ad un bicchiere di buon vino rosso. Altre Toghe, invece, nei due racconti che contiene, è un più lungo e per certi versi sofferto cammino nella memoria per descrivere l’ambivalente suggestione della mia professione nei suoi risvolti più paradossali e umanamente originali. Due storie che, in modo diverso, raccontano le molteplici sfaccettature dell’animo umano, le sue inevitabili contraddizioni, i suoi grotteschi epiloghi quando la ragione ne perde il controllo. Un lavoro impegnativo quest’ultimo perché maggiormente scava nel mio vissuto in relazione all’ambiente circostante: ferite mai rimarginate di un passato dal quale ho imparato molto e che ha avuto la bontà di “abbonarmi” molte possibili punizioni, limitandosi, in una sorta di benigna fiducia, a suggerirmi nuove e più opportune strade che, in verità, non sempre ho percorso diligentemente, reiterando errori, omissioni e…trasgressioni».

Dunque, per Rainaldi il racconto come elaborazione di fatti reali, proprio come citava Piero Chiara:

“Le storie che racconto sono manipolazioni di fatti in parte da me vissuti, o in parte da me conosciuti direttamente oppure indirettamente. Il mio autobiografismo non è che l’utilizzazione di una vasta casistica immagazzinata dalla memoria. Naturalmente quel che manca a raggiungere l’effetto narrativo, lo aggiungo. Nessuna realtà è buona per sé”.

Da Rainaldi ad una autrice che nella sua opera seconda, ha scelto di misurarsi con i racconti quali straordinari strumenti per fotografare i volti di un’umanità ricca di fascino pur nella sua assurda contradditorietà. Cristiana Bruni, con Yakamoz, ci presenta in ventisei racconti, uno per ogni lettera dell’alfabeto, storie quotidiane che il destino si diverte a legare con fili talvolta sottili e impalpabili tanto che i protagonisti non se ne rendono conto, talaltra con canapi robusti e ingombranti.

« L’idea di scrivere un libro di racconti – ci dice l’Autrice – mi è venuta un po’ per caso. Sono rimasta affascinata dall’esito della selezione dell’Accademia svedese che ha scelto la tur­ca YAKAMOZ, il riflesso della luna nell’acqua, come parola più bella del mondo. Ho pensato alla bellezza di tante parole e al bisogno di racchiuderne alcune in una raccolta alfabetica».

Certo, scrivere racconti è rischioso ed impegnativo: nel breve svolgersi di poche pagine la storia deve balzare fuori, conquistare il lettore, avvincerlo e trattenerlo nella lettura…

«Sapevo che la struttura narrativa del raccon­to non è tra le preferite da molti lettori e molti editori. Ho letto le pagine di Marco Malvaldi, che nel suo “Il gioco delle tre carte”, scrive: “A M. era difficile che piacessero i racconti. Il continuo cambio di atmosfera non riusciva a convincerlo…” è una sensazione che talvolta ho provato anch’io, anche leggendo alcuni dei racconti più belli scritti da autori famosi, come Alice Munro e lo stesso Tabucchi. Ep­pure, non ho saputo resistere alla tentazione di fare…»

Quali chiavi di lettura propone ai sui lettori?

«Almeno tre diverse possibilità di lettura. La prima, quella più pigra, più adatta alla lettura serale,  è quella meramente alfabetica. I titoli dei racconti sono com­posti dalle iniziali dell’io narrante, che si esprime o attraverso il nome proprio, o attraverso l’aggettivo che lo qualifica. La seconda, più complessa e laboriosa, è quella cro­nologica. Ogni racconto ha una data di riferimento, che non è quella in cui è stato scritto, ma quella in cui si svolge la storia che il racconto narra e che può costituire una buona base di raccordo fra più racconti, a prescindere dall’ordine alfabetico. La terza, da veri esperti della lettura, è quella della concatenazione dei testi. Se il lettore sceglierà questa terza forma, potrà ad esempio scoprire che “Assesso­re” è collegato a “Bamboccione”; che “Carabiniere” è collegato con “Zaira”, che a sua volta è collegato con “Xilofago” e “Ristoratore”; che “Ristoratore” è collega­to con “Scrittrice” e “Yakamoz” e così via. A volte, la stessa storia è vissuta da più personaggi e narrata da ciascuno di loro dal proprio punto di vista e dalla propria prospettiva. Succede così che la ragazza morta di overdose, di cui non sapremo mai il nome, sarà narrata dal “carabiniere” e dal “volontario”, e sarà stata conosciuta, da viva, solo dalla moglie del “qualunquista” che non si è fermato a darle un passaggio. Le storie che narro in questi brevi racconti sono tut­te storie vere o “romanzate”, ma tratte da episodi reali, di cronaca e di vita vissuta. Come sempre, la realtà supera l’immaginazione e la penna di uno scrittore, seppure dilettante, non può far altro che documentare quello che la realtà ha già scritto».

C’è invece chi, come Giuseppe Iandolo, memore dei propri trascorsi teatrali, sceglie la strada del surreale per raccontare il “drammatico” quotidiano che ci circonda. Nella sua raccolta Tra il telefono e il cielo ed altri racconti, ambientati in una Napoli odierna eternamente in bilico tra farsa e tragedia, si ritrovano gli echi della  voce di Eduardo De Filippo e la sua amara ironia. L’Autore  usa il napoletano non solo come lingua madre di molti dei personaggi di queste storie ma come imprescindibile strumento per entrare nel cuore e nello spirito  degli stessi. Sono, al contempo, gente comune e straordinaria nelle loro grottesche vite sospese tra l’irreale e il profondamente quotidiano. L’Autore non indugia nell’iconografia partenopea ma descrive con sapiente dosaggio di ingredienti, l’assurdità della nostra società e i paradossi che genera in quella che siamo abituati a chiamare vita e che invece, sempre di più, somiglia ad un preoccupante delirio dove l’individuo è sempre più solo e lontano da ogni possibile equilibrio.

«L’espressività del napoletano – ci dice Iandolo – è fondamentale nell’equilibrio di questi racconti dove il vero è ammantato in un contesto volutamente enfatizzato affinché risulti evidente l’assurdità di ritenere “normale” ciò che invece è aberrante. Il senso di solitudine, quella che da sempre si definisce “incomunicabilità”, attraversa con diverso gradiente la nostra società risparmiando solo (ma fino a quando?) le persone più semplici che ancora trovano la maniera di dialogare e condividere le loro emozioni. Ma anche tra loro, specie per le fasce di età più tarde, questa solitudine si fa angoscia e delirio come del resto avviene negli altri ceti e nelle età più giovani raggiungendo vette parossistiche e inquietanti. In questi racconti ho cercato di raccontare una realtà, ahimè, comune a tutto il nostro Paese: ho preso Napoli perché è la mia città, anche se da anni vivo in Toscana, e perché, in qualche modo, è emblematico esempio di come l’individuo possa esprimere, in contesti analoghi, comportamenti completamente diversi in ragione della propria libertà interiore e delle proprie capacità di reagire ai condizionamenti e alle suggestioni. Ho volutamente realizzato questi racconti quasi come sceneggiature teatrali proprio per dare maggiore risalto alla dialettica interna ad ogni personaggio e a quella tra i personaggi: proprio come accade nella realtà, inconsapevolmente ogni giorno recitiamo la nostra commedia improvvisando su un canovaccio messo a disposizione dal Destino, la nostra parte e cercando di farlo nel miglior modo possibile».

Chi sceglie la via del grottesco e del paradosso è anche Aldo Cavalli, laureato in fisica, che ha lavorato al Centro di Ricerche CISAM e ha insegnato per alcuni anni presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa e all’Accademia Navale di Livorno. Con il suo Racconti alla deriva, favole per bambini che si adattano perfettamente agli adulti e favole per adulti che anche i bambini possono leggere e comprendere, ci propone una serie di racconti serrati, talvolta spigolosi, sempre anti retorici eppure struggenti e dolcissimi anche quando l’amarezza e il disincanto sembrano prendere il sopravvento. Sono storie che insegnano a difendere la mente dal consumismo e dall’omologazione grazie a piccoli grandi eroi dotati di ironia, saggezza, coraggio e, soprattutto, onestà intellettuale.

«Li ho scritti principalmente per me – ci dice Cavalli – per riflettere su ciò che ho visto e ho vissuto, per cercare un senso al tempo che passava inesorabilmente. Poi, scrivendoli, ho visto che potevano avere un senso anche per gli altri, e questa scoperta mi ha aperto un diverso orizzonte rispetto a queste piccole storie che la mia mente produceva con apparente facilità. Mi sono reso conto che dentro quel gioco di metafore e paradossi, il lettore trovava la realtà che anch’egli viveva: non solo quella locale che descrivevo prendendo spunto dai luoghi dove vivo (Marina di Pisa, ndr), ma quella più “universale” a dimostrazione che il mio microcosmo somigliava molto al macrocosmo della nostra società. Così questi racconti sono diventati messaggi condivisi con tanta altra gente che magari non conosce Marina di Pisa o il mio cane Drago, ma sente pressante il peso di un mondo “alla rovescia” dove le regole etiche e sociali sono ribaltate e dove l’uomo è schiavo di meccanismi perversi che lo obbligano a regole assurde…».

Vorrei concludere questa ricognizione tra autori di racconti con due citazioni che mi hanno particolarmente colpito, forse perché, come i loro autori, sento profonda l’esigenza di crescere non accontentandomi mai di ciò che credo di aver imparato.

“Non dobbiamo leggere per dimenticare noi stessi e la nostra vita quotidiana, ma al contrario, per impossessarci nuovamente, con mano ferma, con maggiore consapevolezza e maturità, della nostra vita”.  Hermann Hesse

“L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio nulla”.  Italo Calvino

Pubblicato in : Invito alla lettura

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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