Diceva un grande personaggio “la politica e’ l’arte del possibile”. Si potrebbe pensare subito ad Andreotti, visto che per noi il compromesso e’ una seconda natura. No, chi lo disse era Von Bismark, il cancelliere di ferro prussiano.
L’ingarbugliata vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica, dopo le varie iniziative dei presunti kingmakers, si e’ conclusa nel modo piu’ scontato, cioe’ con lo status quo per salvaguardare l’interesse dei partiti e dei grandi elettori.
I partiti ad un anno dalle elezioni, non volevano bruciarsi in un governo a maggioranza risicata, che sarebbe stato costretto a scelte dolorose in questa difficile situazione. Sono consapevoli di quanto successo in Germania e Gran Bretagna dove rispettivamente dopo le impopolari ma necessarie politiche di Schroeder, la Merkel e’ stata al potere per 17 anni; ed il laborista Brown per gestire la crisi finanziaria del 2008 ha consegnato il governo ai conservatori per almeno 15 anni.
I grandi elettori, confermando il presidente uscente, senza rischi di elezioni politiche, hanno salvato i seggi per almeno un anno.
Le ragioni che avevano fatto nascere il governo Draghi sono ancora presenti: il maxi-debito pubblico, l’alta pressione fiscale (43%), tasso di nativita’ negativo, bassa produttivita’ ecc.. A questo si sono aggiunti i costi della pandemia, l’inflazione, aumento tassi d’interesse, aumento record costo energia. La nostra situazione e’ cosi’ drammatica che i 27 Paesi dell’UE hanno deciso di assegnare all’Italia il 25% del totale del fondo speciale per la ripresa economica post-pandemia Next Generation EU. Questo vuol dire che l’Italia in queste condizioni costituisce un chiaro e presente rischio per l’Eurozona e tutto il progetto europeo.
Una barca in avaria galleggia, ma in una tempesta senza un timoniere (Draghi) e carburante (fondi EU), affonda. E’ da questa consapevolezza da parte di tutti che il governo Draghi trae la sua giustificazione e la sua forza. La politica e’ Draghi-dipendente e questo non e’ un segno di buona salute per la nostra democrazia, il sistema politico e’ diventato anormale, ma non da oggi.
Il primo governo della legislatura nasce da un contratto notarile in cui due partiti, che hanno in comune solo la loro radice populista e manifesti elettorali incompatibili, si accordano per dividersi il potere. Il secondo nasce con l’accordo dei signori Grillo, Conte, Casalegno e Zingaretti, cioe’ senza un eletto al Parlamento. Il terzo con ultimatum di Mattarella: Draghi (un pensionato) o elezioni.
Questo governo di quasi unita’ nazionale e’ costretto a trovare un minimo comune denominatore e questo non puo’ essere che le riforme che ci chiede l’Europa per rilasciare i fondi. Avere una P.A. e Giustizia piu’ veloce, una nuova legge su Concorrenza e Mercati, piu’ infrastrutture sono riforme che non hanno un colore politico, ma colmano lacune storiche.
In questa ottica, i pericoli per il goveno Draghi non provengono dai partiti, ma da un settore dell’economia che seppure incide per il 5-10% del PIL ha un potere politico enorme e sproporzionato: quello che fa affari con lo Stato, o meglio lo infinocchiano, privatizzando i profitti e socializzando le perdite. A questa categoria appartengono societa’ ed enti a partecipazione pubblica, grandi costruttori, i concessionari di servizi pubblici. Il loro business model e’ di avere rapporti diretti e privilegiati con la politica per avere la leggina ad hoc, per farsi vendere (privatizzazione) aziende di stato acquistandole a debito per poi spolparle come Telecom oppure societa’ cash-cow, miniere d’oro come Autostrade. Favori economici in cambio di finanziamenti a politici, partiti e loro “centri studio” sono un male che esiste in tutto il mondo da sempre ma in Italia e’ piu’ radicato anche per il ruolo dei giornali in mano a chi ha bisogno dello Stato. In un mondo ideale, forse quello a cui aspira Draghi, vige la meritocrazia e la trasparenza, per cui la gestione dei servizi pubblici viene assegnata con gare internazionali, si vendono aziende e beni dello Stato a chi porta capitali freschi, la selezione dei dirigenti e’ affidata ad agenzie specializzate, i giornali non sono sovvenzionati dallo Stato e la RAI non appartiene al Ministero del Tesoro ma ad una fondazione.
Questo Presidente del Consiglio e’ il meglio che possiamo avere oggi, accontentiamoci, al suo posto avremmo potuto avere un tipo alla Franceschini, ministro della Cultura che ha proposto l’acquisto da parte dello Stato di una villa storica a Roma per oltre 500 milioni di Euro, usando i fondi europei. Cosi’ i nostri concittadini europei, compresi romeni e bulgari, avrebbero dovuto regalarci dei soldi da passare ad una nobile famiglia romana. Roba da Medio-Evo.
Benedetta Speranza

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