Non sappiamo ancora quali potranno essere le reazioni del mondo politico italiano, in particolare della sinistra, alla nuova direttiva europea su orario di lavoro e flessibilità, ma era inevitabile che la candidatura e poi l’elezione di Pietro Ichino nel partito democratico operassero una frattura nelle logiche di quel partito sulla questione lavoro. Ciò non tanto per le sue posizioni come contrapposte e contrapponibili a quelle dell’attuale governo o a quelle della sinistra antagonista, che sulla questione in qualche modo dava l’impronta all’azione governativa, o quanto meno ne condizionava fortemente i comportamenti, anche quelli del ministro Damiano. Piuttosto invece per quel minimo di provocazione che Ichino è solito inserire nella polemica e nella proposta. Stavolta ha invitato governo, opposizione e sindacato e rimuovere un tabù, l’art. 18. Ma il tabù rimane e pare che sia proprio un bel tabù.
In sostanza l’illustre giuslavorista ha solo riproposto le sue ben note tesi, così avversate a sinistra e del tutto trascurate nell’azione del governo Prodi, a proposito del quale non ha esitato a definirlo come “l’esperienza disastrosa della quattordicesima legislatura”, ed ha disegnato alcuni contenuti di una nuova opposizione all’attuale governo, molto diversa da quella del suo partito. Siccome il pd, sostiene Ichino, è nato per voltar pagina rispetto alle posizioni conservatrici della vecchia sinistra, occorre fare da qui in avanti dei passi decisi in direzione di un modello di rapporto di lavoro a tempo indeterminato per tutti, ma più flessibile, in sostanza riproponendo l’idea lanciata a suo tempo da Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Un quadro legislativo corretto entro cui far avanzare questa riforma impone un ridimensionamento dell’art.18, senza nessuna retroattività, ma che dovrà limitarsi a rappresentare, per i lavoratori assunti da qui in avanti, solo una garanzia contro i licenziamenti discriminatori, disciplinari o per rappresaglia, ma per quanto riguarda i motivi economici e normativi occorrerà introdurre una tecnica protettiva diversa, di tipo nord-europeo.
C’è da scommettere che le reazioni non si faranno attendere. Al momento in cui viene scritta questa nota ancora non è entrato in campo il sindacato e la sua organizzazione maggioritaria, ma all’interno del pd c’è già un senso d’insofferenza: meno misurato in Tiziano Treu, che giudica l’iniziativa sbagliata nei tempi e nei contenuti, più circostanziato nella forma, ma tranchant nella sostanza, quello di Cesare Damiano che riconosce la libera cittadinanza delle opinioni personali, ma la politica che il partito deve costruire dovrebbe essere rispettosa del programma, che non parla di art. 18.
La questione lavoro è solo una delle linee di divisione che agitano il pd al suo interno, che sono tante e scaturiscono il più delle volte dal retaggio delle componenti e connessi interessucci particolari. Anche da osservatori esterni, ma interessati, non resta che augurarsi che Ichino e gli uomini come lui sappiano invece riportare il dibattito sugli interessi generali.
Silla Cellino

Gentili Signori,
Vedo con piacere che in Italia si comincia a parlare di “Lavoro”.
Come tutti sappiamo, il lavoro italiano ha rendimento negativo, significativo il fatto chela Fiat fa costruire le sue macchine in Polonia.
Gli Italiani hanno preso il Lavoro come un diritto incondizionato, aiutati dai “progressisti” che ci hanno portato allo sfacelo.
L’articolo 4 della costituzione definisce il Lavoro come un diritto al quale lo stato deve provvedere, ma parla anche di un Dovere del Cittadino di eseguirlo con efficienza.
Se il lavoro non rende non può essere pagato; colpevole lo stato che non sa crearlo nel modo giusto, ma anche del Cittadino che non lo esegue con diligenzsa.
Ho sentito un certo Epifani dire che una azione di questo Governo diminuirebbe gli stipendi di 1500 € in pochi anni.
Peccato che questo signore non sa che i soldi non piovono dal cielo ma vanno guadagnati. Se gli Italiani vogliono giustizia, comincino a risparmiare e nello stesso numero di anni creare un lavoro che riporti il nostro PIL a valori accettabili.
C’è già quacuno che parla di riformare il Welfare portandolo ai modelli che in altri paesi ha fatto rimanere il PIL a valori accettabili !
Sergio