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Questi fantasmi dell’Unar

di Giuseppe Mele | 7 Settembre 2015

L’Ufficio governativo, che ha censurato un presidente di partito d’opposizione come la Meloni, l’Unar (Ufficio Nazionale Antisdiscriminazioni Razziali), è un’istituzione fantasma dentro un dipartimento spettrale, le Pari Opportunità.

L’Ufficio governativo, che ha censurato un presidente di partito d’opposizione come la Meloni, l’Unar (Ufficio Nazionale Antisdiscriminazioni Razziali), è un’istituzione fantasma dentro un dipartimento spettrale, le Pari Opportunità. Invece di Unar, bisognerebbe dire Acli, l’associazione cattolica che gestisce dal 2012, il call center dell’Ufficio, assorbendone quasi tutto il budget di 2 milioni. Invece di PO, bisognerebbe dire conferenza Stato Regioni che distribuisce alle associazioni del terzo settore 19 milioni contro il femminicidio, e 6 milioni, sotto dicitura antischiavismo, a quelle che danno ricovero alle exprostitute. A parte le associazioni, il budget del dipartimento, di 32 milioni, se ne va in numeri verde, call center e siti web, dedicati all’emergenza infanzia, allo antistalking, all’antitratta, e quindi alle imprese che li gestiscono. Non c’è da meravigliarsi. Quando nacque, nel 2000, l’ufficio antirazzismo europeo pensava di sviluppare attraverso i suoi omologhi nazionali soprattutto campagne mediatiche di sensibilizzazione contro l’antisemitismo. L’ufficio in quanto tale poteva anche ridursi solo ad una casella postale elettronica. Invece nel recepimento della direttiva comunitaria n. 43, la legge 39\2002 ed il Dl 215\2003 pensarono più in grande dando grande dignità al nuovo Unar. Era l’epoca della ministra per le PO Prestigiacomo, importante nome dell’empireo berlusconiano e nipote di un ex governatore siciliano. Cui successe un altro nome femminile forzista, meno blasonato ma non meno grande, quello della ministra salernitana Carfagna. Paradossalmente, la destra è stata la prima a sostenere le donne in politica; e le donne di destra al potere, quasi impuntate a smentire le prevedibili accuse antisociali, quelle che hanno concretizzato le maggiori aperture. Per tutti gli anni 2000, la Lega al governo presenta interrogazioni parlamentari per chiudere l’Unar, trovando un muro nelle donne meridionali dell’alleato più forte. Sotto Berlusconi, l’Unar vive i suoi anni d’oro, si gonfia oltre la quarantina di collaboratori, gestisce 700 istruttorie, ma, da ufficio pubblico, diventa anche un semipartito, in lotta contro il governo che lo ha coltivato. Non c’era manifestazione di piazza contro governo, giustizia, leggi che non trova il suo sostegno, a fianco di tutti i residui para e post comunisti, preti dell’eterno dissenso, nomadi, zingari, rom, sinti, Casamonica inclusi. Offre sostegno legale a tutti gli stranieri inquisiti, convinto che il razzismo sia onnipresente, anche se non appare, in quanto “a geometria variabile”. Accusa ogni protesta anti immigratoria di voler fare degli extracomunitari “leprotti per i cacciatori”. Poi tutto ciò, le bandiere, i manifesti, i convegni formali e informali, i consiglieri aggiunti stranieri negli enti locali – si sgonfia. Nell’estate di tre anni fa, il governo Monti eliminò de facto l’Unar e ridimensionò le PO da Ministero a Dipartimento, riducendone il budget a soli 11 milioni. Senza cura per l’appena avvenuta strage di cinesi di Firenze, la ministra Fornero sotto la minaccia del taglio del 10% del personale pubblico, licenziò il direttore Unar Monnanni (o meglio, non rinnovò il contratto a lui ed a metà dell’ufficio). Sia ben chiaro, nessuno ha fatto male a nessuno. ». Lo staff Unar si è ridotto prima a 25 membri poi a 13 sotto un anonimo dirigente molto giovane e silente. I non dipendenti della Presidenza del Consiglio, sono tornati alle amministrazioni di partenza. L’ex direttore, il giornalista Monnanni, “estraneo all’amministrazione pubblica”, passato nella sua vita dagli Ipab romani al Formez, dagli incarichi del Minesteri e dal Telefono Azzurro alle Pari opportunità, da sempre per grazia ricevuta, espertissimo ora di infanzia, ora di sociale, ora di giovani, ora di immigrazione come fossero unica cosa, pianse per il licenziamento in diretta, dopo 3 anni di direzione Unar. Le lacrime non scorsero invano; lavora sempre alle PO ed il ministero gli scrive attribuendogli il sesso femminile (Alla Monnanni). Certo, è passato dai 110mila euro l’anno, di quando lavorava con il governatore Marrazzo ai 25mila odierni. Tanto valeva, assumerlo che costava meno soldi e tempo. Anche il suo collega antropologo Vulpiani, altro esperto istituzionale di razzismo, xenofobia, immigrazione e dintorni, grazie ai 12 anni passati da missionario laico in America Latina, è stato solo declassato da direttore ad esperto; rientrato tra le tante consulenze del governo Monti con 60mila euro come «project leader incaricato di coordinare i gruppi di lavoro e supervisionare le pari opportunità, indagini previste per l’azione di sistema”. Le PO, oggi, sono affidate ad un’anonima deputata mantovana PD proveniente da quelle provincie che il premier vorrebbe (e non riesce ad) eliminare. I 32 milioni di budget passano sotto il naso PO, tranne forse i 150mila euro destinati ad aumentare il numero delle donne dirigenti pubbliche. L’inascoltata Consigliera di Renzi per le PO galleggia sull’affogamento di temi molto diversi tra loro, dai diritti delle donne, a quelli dei gay, dai diritti civili allo schiavismo, dall’antirazzismo alla discriminazione religiosa, assieme a tante dirigenti, impiegate, segretarie, Ermenegilda, Luisa, Monica, Paola, Piera, Emanuela, Raffaella, Paola, Tiziana, Rossella, Alessandra. Al governo renziano i temi PO non piacciono, tanto meno alle nuove prime donne che puntano a cose più rilevanti. Dall’Unar salutano Maria Gabriella, Daniela, Paola, Germana, Marina, Antonietta, Sonia, Ada, Alessandra, Daniela, Francesca, Nadia, Paola, tra lettere d’incarico dirigenziale a titolo gratuito e le mancate nomine di esperti, dirigenti e magistrati previsti per legge. Gli stessi fautori dell’Unar che hanno tuonato contro il ridimensionamento ammettono che in un decennio ha combinato ben poco, ennesimo centro di spesa opportunamente indirizzata. Da questo mondo di spettri è venuta la censura, che il governo non ammetterà come propria. Non crede mica ai fantasmi.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, berlusconi, censura, euro, extracomunitari, firenze, giovani, governo, governo monti, immigrazione, lavoro, lega, manifestazione, meloni, mondo, monti, pd, presidenza del consiglio, razzismo, renzi, soldi, sostegno, stranieri

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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