Nel 2022, il tempo vola e manca meno di quanto si pensi, il Mercato Comune Europeo compirà 65 anni. L’Unione Europea al confronto è ancora giovane. La sua forma attuale è appena adolescente. Nulla di più noioso che ripercorrerne le vicissitudini dai primi vagiti, quando nel 1952 nacque la CECA (Comunità del carbone dell’acciaio), poi venne ventilato l’Euratom e nel 1953 fallì la CED (Comunità europea di difesa), uccisa in culla dalla Francia nazionalista. Niente di più malinconico che ricordare passo passo il transito dall’Europa dei Sei a quella dei Dodici, poi dei Diciotto sino all’odierna: 28-1? Sì, no, forse. Con o senza la Gran Bretagna e i suoi secolari problemi con l’Irlanda e il Commonwealth? Come che sia, l’ “Europa” è per ora una somma algebrica, remota dai propositi del tempo che fu. Lontanissima dagli ideali dei fondatori, da Jean Monnet a Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi… Ma quando essa sorse le rovine della guerra erano ancora sotto gli occhi e i governanti capivano qual era la strada da imboccare: senso dello Stato e responsabilità comunitaria furono tutt’uno. La dirigenza uscita dal travaglio della guerra si afferrava al passato remoto, conscia che lì sono le fondamenta del presente: Carlo Magno, la Porta di Treviri, Roma,… la diffusione del cristianesimo, che impiegò mille anni a superare verso est i confini dell’Europa occidentale, mentre doveva difendersi dall’avanzata islamica da sud e dalla penisola iberica, liberata dopo sette secoli di dominazione. Cose notissime ma che forse oggi sfuggono anche a parecchi “politici” persino al governo, tenuti a filtrare la quotidianità attraverso le spesse lenti della Storia.
Come Pipino, nato vecchio morto bambino?
Così com’è l’“Europa” dei 28-1 (tra Brexit, Italexit, sovranismi seborgici, infatuazioni neonazionalistiche e tuffi nel passato antidiluviano) è il capovolgimento della realtà che incombe. È il rovescio della stupenda favola di Giulio Gianelli, la “Storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino”. Riassumiamo per i pochi che non la conoscono. “Pipino” è la trasfigurazione di una pipa che in una notte di luna assume fattezze umane dal destino segnato. Nasce sessantacinquenne, anziano per i tempi, con saggezza proporzionata alla barba già bianca e lunghissima. Mentre i romanzi di formazione del Sette-Ottocento avevano percorso via via le esperienze dall’infanzia alla maturità e alla senescenza, con guizzo geniale Gianelli muove dalla sapienza propria della Vecchiaia verso l’ingenuità del bambino, perché, lo si veda dalla nascita alla morte o viceversa, alla fin fine l’“uomo” è uno: un percorso segmentato, segnato da ascese e cadute, di quadri bianchi e quadri neri. Il cattolico Gianelli fa intendere che la bontà originaria è innata, come la “docta ignorantia”. Genuinità e spontaneità sono sentimenti “naturali” che per manifestarsi non hanno bisogno di sistemi filosofici né di enciclopedie delle arti e delle scienze. Sono congenite. Gianelli, però, non ha nulla a che vedere con Jean Jacques Rousseau. Non deplora gli uomini, la loro supposta pravità, né meno ancora le leggi degli Stati.
La parabola di Giulio Gianelli
Pipino muove i suoi primi passi nella natura, non per negare l’uomo, bensì per “vedere” (che è altra cosa dal “guardare”) la bellezza del Creato. Come noto, la favola di Pipino è un “romanzo” autobiografico. Mai davvero celebre, Gianelli fu quasi sul punto di divenire noto. Ancor oggi è ignorato da tanti sussiegosi repertori della letteratura. Ebbe tre gravi pecche: la sfortuna domestica, le malattie, la sua libertà di artista. Per di più il 7 ottobre 1879 nacque a Torino, che non è terra tenera con i poeti, semmai verso gli “artieri”: aperta a un Giosue Carducci, refrattaria ai propri scrittori (ne seppe qualcosa Edoardo Calandra, apprezzato dal napoletano Benedetto Croce più che dal suo Vecchio Piemonte). Precocissima, la morte falciò Gianelli quando aveva appena trentacinque anni. La “Storia di Pipino” visse di fama propria. Ma solo come un “motto”, un modo di dire, senza riferimento all’autore. Infatti il libro, uscito nel 1911, fu presto dimenticato e venne ristampato solo nel 1993, proprio quando l’Europa odierna stava prendendo forma maggiore. Gianelli, rimase una figurina pallida, relegata nel novero degli scrittori minori tra Otto e Novecento, nel pulviscolo di crepuscolari, in una nicchia coperta da ragnatele accanto a quelle ormai sempre più impolverate del canavesano Guido Gozzano e del romano Sergio Corazzini.
Abbandonato a due anni dal padre, ingegnere, che partì da Torino per l’Argentina senza più dare notizie di sé, orfano di madre a quattro anni, cresciuto in collegio col sussidio di benefattori, da quando ebbe tredici anni Gianelli si guadagnò a fatica la retta di un pensionato e gli studi. Campò come poté, tra umiliazioni, stenti, fame nera e amicizie caldissime con poeti come Giovanni Cena e Nino Oxilia, autore nel 1909 dell’estemporaneo inno goliardico musicato da Giuseppe Blanc “Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza”, poi abusato da chi al potere arrivò vecchio e zeppo di programmi raffazzonati. Alternando raccolte poetiche di qualche successo, come “Mentre l’esilio dura”, e lunghe degenze in ospedale, afflitto da una forma di tubercolosi all’epoca inguaribile, dopo la pubblicazione di “Gli Intimi vangeli” nel 1908 Gianelli andò a Roma per concorrere con Giovanni Cena, Sibilla Aleramo e l’insuperata Maria Montessori alla campagna per l’alfabetizzazione e l’incivilimento della popolazione dell’agro romano. Era l’esordio dell’amministrazione guidata da Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d’Italia. Quella non era una battaglia ideologica, di mangiapreti contro clericali. Era una “missione”, come quella che nel 1884 aveva veduto a Napoli fianco a fianco per risollevare le sorti dei colerosi il radicale Felice Cavallotti, le suore di carità e il Re Umberto I. Quella era l’Italia. La stessa che fronteggiò la catastrofe del terremoto di Messina e Reggio Calabria: centomila morti. Una sciagura oggi inimmaginabile, Non si sa come l’Italia odierna, gonfia di appelli a chiudersi in se stessa, saprebbe e potrebbe fronteggiare. Da Messina Gianelli tornò a Roma recando con sé due bambini, Mario e Ugo Morosi. Li affidò al collegio del Nazareno e ne seguì le sorti anche dopo la comparsa della madre, sopravvissuta alla catastrofe.
Nella favola di “Pipino nato vecchio e morto bambino” Ughè , “il piccolino”, e Mariù, “il pensatore”, accompagnano “Biddicchiu Pipino” (Giulio stesso) in una successione di “quadri” allegorici che fanno della “Storia” un libro appena un gradino al di sotto del tanto più famoso “Pinocchio” di Collodi. Particolarmente allusivi sono la visita a Paidopoli, cioè la città dei bambini, e l’allarme verso un conflitto devastante incombente. “A 25 anni la guerra non fa paura” scrisse Gianelli nel 1911. Era lo stato d’animo destinato a durare sino al 1915-1918, quando essa si mostrò in tutti i suoi orrori. Ma ormai Gianelli non c’era più. Dopo molti ricoveri e un’operazione chirurgica dall’esito infausto morì il 27 giugno 1914: il giorno prima del mortale attentato di Sarajevo, che fu detonatore della Grande Guerra: tre spari, due vittime (Francesco Ferdinando d’Asburgo e sua moglie Sofia), quattordici milioni di morti…
Garibaldi, Novicow e Pellico profeti dell’ Europa in pace
L’Europa unita e pacifica era già allora un sogno maturo. Aveva alle spalle il pensiero del massimo filosofo europeo, Immanuel Kant, che dedicò i suoi ultimi anni a vaticinare la “Pace perpetua”. Mentre tanti illuministi del tempo suo predicavano la distruzione di torni e di altari (finì con la Grande Paura, gli emigrati, le stragi, il Terrore, la “legge dei sospetti”, l’avvento di Napoleone, vent’anni di guerre ininterrotte e almeno cinque milioni di morti…), Kant additò agli uomini la Legge morale e il Cielo stellato. Altra cosa dalla “nazione” di Fichte (“i tedeschi sopra tutti”) e l’esaltazione del “genio del mondo” di Hegel, padre putativo di Karl Marx e di quanto ne seguì.
Quindici anni dopo il crollo di Napoleone e due lustri dopo il fallimento dei moti costituzionali in Spagna, a Napoli e in Piemonte, Giuseppe Mazzini fondò la “Giovine Europa”: una “setta” che nei suoi propositi doveva suscitare ovunque insorgenze, moti, tirannicidi. Al confronto risulta molto più pacato e attuale Giuseppe Garibaldi, pur con tutte le contraddizioni del suo temperamento e delle vicissitudini che ne scandirono la vita. Se una volta scrisse che “la guerra è la vera vita dell’uomo” (non era pensiero suo proprio ma citazione di un motto altrui), il 9 settembre 1867 propose al Congresso della pace organizzato a Ginevra la sua convinzione più autentica: “Tutte le nazioni sono sorelle; la guerra tra loro è impossibile: tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un Congresso (…) La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione (…) La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra”. Nel 1870 sognò anche di istituire nella sua nativa Nizza l’areopago per la soluzione pattizia delle contese interstatuali. La “missione” di una città internazionale non era ergersi a centrale di affaristi apolidi ma promuovere la fratellanza universale. C’era più “filosofia della storia” sotto il suo curioso berretto e il suo poncho che sotto la calvizie di tanti studiosi da biblioteca. Del resto, nel 1860, proprio all’indomani della brillante e decisiva vittoria sull’esercito borbonico al Volturno (2-3 ottobre) il Generale scrisse l’appello famoso all’Unità dell’Europa, ripetuto nei decenni seguenti. Utopia? Forse. Ma venne condivisa da chi sapeva guardare lontano: anzitutto scongiurare la “guerra”, che “fa male”, come sanno bene i militari, proprio perché alla fin fine tocca anzitutto a loro prendersela sulle spalle.
L’Europa è approdata alla pace nel 1945 dopo due Grandi Guerre precipitate in Guerre Mondiali. Ha vissuto settant’anni di quiete interna (a tacere di movimenti terroristici di varia denominazione, in parte spontanei e in parte eterodiretti) anche grazie alla sua debolezza politico-militare. Questa però per alcuni è stata sorgente di lungimiranza, per altri di inguaribile frustrazione. L’intuizione che occorresse andare oltre l’illusoria sovranità dei singoli Stati fu chiara all’inizio del Novecento. Se ne fece interprete Giacomo Novicow in “La missione dell’Italia” (1902). Lo ripeterono Luigi Einaudi, Giovanni Agnelli, Attilio Cabiati e altri nel corso della Grande Guerra, quando la Federazione europea venne contrapposta all’illusione della Lega delle Nazioni propugnata dal presidente americano Wilson, che nascondeva sotto il tappeto la “dottrina Monroe”, cioè il disegno di dominio universale degli Stati Uniti d’America.
Con altrettanto vigore gli stessi ideali vennero riproposti nel corso della fase agonica della seconda guerra mondiale. Da lì arriva l’Unione Europea odierna. Le sue istituzioni possono piacere poco. Nondimeno nel volgere di pochi giorni quattrocento milioni di cittadini scelgono i propri rappresentanti in un Parlamento sovrano. È un caso unico al mondo. Un esperimento senza precedenti nel fantasmagorico laboratorio della storia. Come tutti gli esperimenti anche questa “Europa” può riuscire bene o può fallire. L’esito, però, non dipende da un Mago e da giochi di prestigio di una manciata di “politici” ma dalla moltitudine dei votanti. Al di là della narrativa sui progressi compiuti dall’affratellamento oggettivo negli affari, nella moneta (utilissima e ormai indispensabile, malgrado i guai prodotti!) e in promozioni civili come l’ “Erasmus”, ovviamente la generalità dei votanti non conosce la maggior parte di quanti a loro volta depongono la scheda nell’urna chissà dove. Ma è quanto accade all’interno dei singoli Stati, che erano e sono moltitudine di regioni dalle radici storiche remotissime, inclusi lingue (o dialetti), costumi, abitudini alimentari, giudizi e pregiudizi. La volizione a lungo sospesa infine precipita in un cristallo. Lo aveva intuito Silvio Pellico che in “Dei doveri degli uomini” scrisse: “Due viaggiatori europei s’incontrano in altra parte del globo; uno sarà nato a Torino, l’altro a Londra. Sono europei; questa comunanza di nome costituisce un certo vincolo d’amore, un certo, direi quasi, patriottismo, e quindi una lodevole sollecitudine di prestarsi buoni uffici. (…) L’amor patrio quando s’applica ad un paese vasto e quando s’applica ad un piccolo, è sempre sentimento nobile. Ma badisi che l’amor patrio, tanto ne’ più ampli suoi circoli quanto ne’ più ristretti, non facciasi consistere nel vano insuperbire d’esser nato in quella tal terra, e nel covare indi odio contro altre città, contro altre province, contro altre nazioni. Un patriottismo illiberale, invido, feroce, invece d’esser virtù, è vizio”. Era il 1832, quasi duecento anni orsono. Ma era già tutto chiarissimo. Pellico era stato il redattore del “Conciliatore”, carbonaro, condannato a morte senza che avesse commesso alcun vero reato, prigioniero due lustri anni tra Milano, Venezia e lo Spielberg, in Moravia, ove visse anni tristissimi, ma non cessò mai di credere nell’Uomo né nel Figlio dell’Uomo.
“Una cosetta appena visibile?”
Forse è il caso di ricordarsene e di rileggere la pagine finale del capolavoro di Giulio Gianelli. Pipino aveva avuto in sorte di nascere decrepito, di ringiovanire e di spegnersi al compimento del 65° anno. Col tempo divenne adolescente e poi così piccino che sulla fine veniva recato in tasca dalla “mamma” che non aveva mai avuto ma sempre sognata. Ad assisterlo furono i bimbi che aveva idealmente adottato. Uno scambio di generazioni. “Ughé” e “Mariù” trascorsero un anno in compagnia di Pipino, “usando al nano, che doveva presto morire, tutte le più delicate cure fraterne. Povero Pipino, pensavano. Dopo aver fatto tanto bene, ora non sei più che una cosetta appena visibile. Ma quanto ti siamo grati! Parleremo di te a tutto il mondo, narreremo la tua vita ai nostri figli e saremo sempre, con te, buoni”. È questa la sorte imminente dell’Europa vicina ai sessantacinque anni? Lo intuirono i suoi fondatori? O si rassegnarono presto ad adottare pargoli spesso discoli, irriconoscenti, avidi, ingrati?
Le Dodici stelle del Pavillon liberomuratòrio
Se vogliamo essere sinceri sino in fondo questo 26 maggio 2019 dobbiamo fare due considerazioni concatenate: i libri sull’ “Europa” e sui suoi intricatissimi problemi sono sfogliati solo da specialisti. Per la generalità dei cittadini essi sono noiosissimi e persino fastidiosi. La disaffezione verso le Istituzioni comunitarie si riverbera sulla scarsa affluenza alle urne, benché, come noto, chi non vota comunque ha sempre torto. Anche l’editoria di maggior peso continua a proporre figure e temi che affondano molto oltre le ginocchia nella palude del paleo-nazionalismo e delle sue varianti, dal nazionalsocialismo al comunismo sovietico. Qualunque biografia di Mussolini, Stalin, Hitler continua ad avere una moltitudine di lettori. Gli europeisti sono sprofondati invece nell’oblio. Quale cielo e quali menti illuminano le dodici stelle rilucenti nella bandiera dell’Unione? Chi ricorda che esse vennero prefigurate nel “pavillon”della Società delle Nazioni ideato dal Congresso delle massonerie europee il 28-30 giugno 1917? L’ “Europa”, dunque, è ancora lontana da prendere corpo definitivo. Ma appena si guardi a quanto avviene negli altri continenti è inevitabile concludere che nel mondo c’è di peggio. Tanto vale tenerla in vita, un po’ avvizzita e un po’ bambina, e cercare di irrobustirla.
Aldo A. Mola

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