Guardavo rilassata la TV nella mia camera di puerpera. A Villa Donatello, casa di cura raggiante di gioia, all’epoca. Oggi tramutata in triste e drammatico Covid hotel che ospita malati da coronavirus.
A Firenze. Avevo dato alla luce la mia secondogenita 2 giorni prima.
Stavo bene, la piccola dormiva nella nursery, quando arrivò l’ annuncio.
“Alle ore 1:23 della notte scorsa la centrale nucleare di Chernobyl è stata scossa da un’esplosione. Il sito si trova a 18 chilometri dalla città di Chernobyl, a 3 chilometri da Pripyat, nell’area settentrionale di un’Ucraina ancora parte dell’Unione Sovietica”
Come tutti al momento non realizzai quello che effettivamente era successo, e nessuno pensò certamente che si trattava del più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare, anche se il conteggio delle vittime è ancora incerto e largamente dibattuto, con cifre spesso molto diverse tra loro . La scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici dell’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica lo ha classificato come il massimo evento catastrofico di livello 7. Attribuito solo un’altra volta, nella centrale di Fukushima, in Giappone, l’11 marzo 2011.
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, poco dopo l’una, il famoso reattore n. 4 è interessato dalle operazioni, per le quali vengono disabilitati alcuni dispositivi di sicurezza. Durante il test però qualcosa va storto. Forse per un errore umano, unito a falle tecniche e strutturali. Il reattore esplode come una pentola a pressione. Una violenta spinta di vapore fa saltare il coperchio di oltre mille tonnellate, atto a chiudere ermeticamente il nocciolo. Si libera un’enorme quantità di grafite, provocando un incendio che comincia a disperdere nell’aria isotopi radioattivi. Non un’esplosione nucleare, come quella di una bomba atomica, bensì una reazione dovuta all’incontenibile pressione del vapore a causa di un imprevisto innalzamento della temperatura del nocciolo.
Ma, una volta scoppiato l’incendio, è emergenza radioattività.
Una grande nuvola radioattiva inizia a contaminare l’area
Evacuate 336mila persone , a cominciare da Pripyat, la città più vicina: dove 47mila abitanti, nel giro di poche ore, devono abbandonare per sempre le loro case. E poi la nuvola presa dal vento si espande per centinaia di chilometri. Tra il 29 aprile e il 2 maggio arriva in Italia.Tra il 4 e il 6 maggio la nube torna verso l’Ucraina, fino ad arrivare in Grecia e Turchia. Tutte le aree nelle quali si è avuta pioggia sono a rischio di suolo contaminato. L’emissione di vapore radioattivo si interrompe soltanto il 10 maggio.
Lo stesso giorno, a Roma, 200mila persone scendono in piazza e si gettano le basi per il referendum che l’anno successivo porterà all’abbandono dell’energia nucleare in Italia.
Che, forse, ha portato più male che bene, almeno all’economia. Dato che le centrali nucleari hanno continuato a lavorare a due passi da noi.
Ricordo bene quei giorni. Prima ammantati di incredulità. Ma tornano alla mente diverse abitudini. Non bere latte e non mangiare verdura a foglie larghe. Evitare di stare allìaperto quando piove.
E allora cominciò la caccia al latte a lunga conservazione che, fino ad allora, nessuno avrebbe mai propinato a un neonato o a un pargolo di pochi giorni. In effetti il latte non lo beveva la mia bambina , ma io che lo passavo attraverso l’allattamento naturale.
Ci sono state tante vittime, dirette o indotte da patologie cancerogene. Difficile sapere quante.
La bambina ha compiuto 35 anni giusto il 24 scorso.
Carla Ceretelli

Lascia un commento