Da ora a Natale si decide il futuro dell’Italia. Renzi, come prima di lui Berlusconi, tenta di negare l’evidenza. Ma non è più il tempo di mettere la testa sotto la sabbia.
“Non aumenteremo le tasse, non bloccheremo gli stipendi pubblici, estenderemo gli 80 euro, nessun taglio alle pensioni. Ridurremo la spesa pubblica. 800 miliardi sono troppi”. Così Matteo Renzi e dopo di lui Del Rio. Entrambi degni del miglior Berlusconi.
Visto che siamo rimasti già scottati da vent’anni di Cavaliere cerchiamo di fare chiarezza. Se vogliamo davvero far quadrare i conti tirando fuori i soldi dalla riduzione della spesa pubblica si deve avere il coraggio di tagliare il welfare, le pensioni, gli ammortizzatori, la sanità, il numero dei dipendenti pubblici, etc. In caso contrario i risparmi non saranno sufficienti. I numeri parlano chiaro. La spesa pubblica italiana ammonta a circa 810 miliardi. Dalla cifra vanno tolti gli interessi sul debito pubblico, 83 miliardi, e si arriva a 727. Di questi 363 vanno per le prestazioni sociali (255 in pensioni, il resto per disoccupazione, cassa integrazione, sanità), e 164 in stipendi. Siamo a 200 miliardi e fra questi ci sono ancora circa 80 miliardi di costi sociali difficilmente comprimibili. Restano 120 miliardi. Ammesso di tagliarli del 10% si avrebbe un risparmio di 12 miliardi. Cifra largamente insufficiente. Il discorso cambia se si interviene sul welfare. Ma non l’ha fatto Berlusconi, figurarsi se lo farà Renzi la cui base elettorale è quasi totalmente in settori che vivono di spesa pubblica. La strada da seguire allora è una sola: far crescere l’economia e nel contempo cercare di razionalizzare il più possibile la spesa pubblica. Ma anche per rilanciare la crescita serve un coraggio che fino ad oggi è mancato alle classi dirigenti. Si tratta di rompere incrostazioni e poteri di veto vecchi di decenni. Bisogna innovare, aprire al mercato settori fino ad oggi iperprotetti, semplificare, sburocratizzare, attuare nei servizi una vera sussidiarietà coinvolgendo gli operatori privati. Un programma le cui implicazioni, ancora una volta, confliggono in modo molto forte con il mondo che, dal punto di vista elettorale, fa riferimento al centrosinistra. Il governo spera ancora che Bruxelles allenti i vincoli e di conseguenza l’austerità. A nostro avviso la speranza è vana. La Merkel commentando il calo dello 0,2% del PIL tedesco ha duramente attaccato l’Europa attribuendole la responsabilità della mancata crescita. La colpa di Bruxelles sarebbe quella di non punire quei Paesi di Eurolandia (chiaro il riferimento a Francia ed Italia) che non rispettano i vincoli europei. Una strada esattamente opposta a quella che auspicherebbe Roma. Né ci si può riscaldare al fuochicello delle aperture, che aperture non sono, di Draghi sul fronte flessibilità. Il Governatore ha detto più o meno le stesse cose di sempre con un richiamo, forte, alle riforme, lavoro e fisco su tutte (altro che Senato e legge elettorale). Settembre e Ottobre saranno decisivi. Vedremo come l’Esecutivo affronterà i problemi, e come l’Europa verrà o non verrà incontro all’Italia.
Il nostro timore è che prima di Natale la doccia gelata, dopo Renzi, la debba fare anche il Paese. E non per propaganda.

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