Un’estate freddissima e bagnata dai rovesci continui, ma nulla in confronto dell’autunno caldissimo che attende il Governo e il personale della Pubblica amministrazione. Nella calma e nel silenzio ferragostano l’esecutivo del “sindaco-premier” non ha smesso di lavorare per far quadrare i conti della prossima legge di Stabilità. E tra i vari provvedimenti di contenimento della spesa che faranno piangere lacrime amare agli italiani per rispettare anche il piano di rientro ventennale del “Fiscal-compact” per pareggiare l’enorme debito pubblico del Belpaese, una delle ipotesi sulla quale, con molta prudenza, sta lavorando e che sta già suscitando diffuso malumore nel Pd il Gabinetto Renzi, è quella di prorogare per altri due anni il blocco delle retribuzioni del pubblico impiego. Dal 2010, ormai, 3,3 milioni di lavoratori dello Stato si vedono negare da governi di vario colore il rinnovo contrattuale: una misura che è stata confermata dall’ultima legge di Stabilità fino alla fine del 2014. Per l’indennità di vacanza contrattuale, invece, è previsto uno stop ai valori del 2012 fino al 2017. La stretta sugli stipendi degli statali ha permesso di risparmiare, tra il 2010 e il 2014, qualcosa come 11,5 miliardi di euro. Il nuovo blocco della contrattazione inserito dal governo Letta nella manovra finanziaria potrebbe infatti con molta probabilità essere confermato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi come una delle ipoteche lasciate dal precedente esecutivo e altre spese indifferibili che il governo è chiamato a sostenere di nuovo. Ora, come si diceva, nel conto della maxi manovra di autunno, rischia di figurare un nuovo capitolo molto oneroso. Quello del rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici: una partita che potrebbe valere almeno 4 miliardi di euro. Una misura questa che sulle colonne di Pensalibero sosteniamo da mesi e che anzi riteniamo sin troppo “morbida” in quanto ancora una volta si cerca di mantenere invariato il numero di dipendenti pubblici che l’immodificabile burocrazia italiana ritiene fondamentale per garantire la sua sopravvivenza alla faccia dell’efficienza e dell’efficacia richiesta da decenni dai cittadini esasperati che si imbattono negli uffici di comuni, enti, provincie regioni e ministeri. Personale che gode di privilegi e diritti che nell’impiego privato e nel mondo della libera, professione, dell’imprenditoria e dell’artigianato sono un vero miraggio. Ma torniamo ai fatti recenti. Sul fronte delle comunicazioni ufficiali, nulla sembra essere cambiato da aprile. Quando, dopo la pubblicazione del Def, in molti nel settore del pubblico impiego, avevano interpretato alcuni passaggi del documento come una volontà del governo di congelare ancora gli stipendi pubblici, fermi ormai dal 2010 anche alla luce dell’ultimo blocco imposto da Letta per tutto il 2014. Ad aprile era stato il Ministero dell’Economia a puntualizzare: nel documento non è previsto alcun nuovo blocco. Essendo il documento formulato a legislazione vigente, cioè con le attuali leggi in vigore, non era possibile già calcolare i costi da sostenere per rafforzare le buste paga dei dipendenti. In altre parole, se ne sarebbe parlato in sede di stesura ella legge di stabilità, occasione nella quale il governo avrebbe dovuto trovare le risorse per il rinnovo. Ora però, con il conto della manovra che sale giorno dopo giorno, stando a quanto ha riportato nei giorni scorsi un articolo pubblicato su Il Messaggero, il governo sarebbe tentato dal rinviare ancora una volta la questione per almeno un biennio, così da non dovere appesantire ulteriormente il costo della Legge di Stabilità. Un’ipotesi definita “inaccettabile” della Cgil, seguita più tardi, da una nota congiunta delle diverse sigle sindacali, ha chiamato in causa direttamente il governo: “Attendiamo una smentita da parte del presidente Renzi e della ministra Madia”. Delle due l’una quindi. Se il governo vorrà affrontare la questione dovrà rassegnarsi a far lievitare il costo della manovra, che già così – a meno di volere disattendere le indicazioni di Bruxelles sulla riduzione del deficit strutturale – viaggia verso quota 20 miliardi. Diversamente, le sigle sindacali mettono le mano avanti. E promettono, per il governo, un “autunno incandescente”. Il blocco del rinnovo del contratto è l’ennesimo segnale di debolezza del Governo al pari della finta riforma delle Province. Operazioni d’immagine che servono solo gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica accecata dalla volontà di punire la classe politica incapace e inconcludente straviziata e pagata a peso d’oro. Come dicevamo in apertura d’articolo la nostra contrarietà al rinnovo è dettata invece da motivazioni di merito e d’opportunità. Siamo convinti che il primo passo da compiere sia quello di ridurre la burocrazia e semplificare leggi e passaggi amministrativi ormai fuori dal tempo e che necessitano di infinite autorizzazioni cartacee firmate e vidimate da eserciti di persone occupate negli uffici pubblici. Semplificate le procedure (per fare una carta d’identità elettronica basta un computer, un buon programma informatico e una macchinetta plastificatrice…), ridotto (dolorosamente) il numero di dipendenti pubblici il contratto si può assolutamente rinnovare pagando anche di più e meglio un personale più competente e più motivato svincolato dagli ormai logori canali d’assunzione e “protettorato” dei partiti politici e dei sindacati.
Cesare Mannucci

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