Abbiamo esaminato i “meriti (o demeriti) comparati” dei sistemi elettorali in vigore sulle due sponde dell’Atlantico, nelle loro attuali e/o possibili applicazioni nel nostro Paese. Tutto ciò premesso, a che punto è il nostro processo di riforma?
Azzardiamo due previsioni. Primo, la nuova legge elettorale dovrà aspettare la prossima legislatura. Secondo, il sistema adottato sarà una combinazione tra veste uninominale e sostanza proporzionale.
Il primo punto è abbastanza ovvio: l’attuale maggioranza non ha alcuna intenzione di abbandonare un sistema che le ha sempre, almeno finora, garantito il successo; perché la nomina dall’alto dei candidati è, per Berlusconi, strumento fondamentale per soddisfare i suoi e gli altrui capricci e per garantire l’unica leadership che gli è rimasta, quella di mediatore di ultima istanza, e, infine, perché l’assenza di qualsiasi forma di sbarramento consente alla maggioranza di combinare, sia pure a bassissimo livello, “unità e molteplicità” (in volgare Noi Sud, Noi Est e Noi Ovest e Silvio come stella polare..).
Si dirà che la maggioranza potrebbe dissolversi prima della scadenza elettorale. Magari per l’esplodere della crisi economico-finanziaria. Ma allora la logica su cui potrebbe formarsi un nuovo governo sarà quella dell’unità nazionale per affrontare al meglio la crisi stessa in un contesto in cui l’abolizione del porcellum non sarà certo il primo problema (e neanche il secondo…).
Rinviare il dibattito all’indomani delle prossime elezioni non sarà la fine del mondo. Anzi. Perché consentirà un esame finalmente libero dalle due ossessioni che l’hanno sinora inquinato e distorto: il “cretinismo istituzionale” dei referendari in s.p.e., convinti del valore salvifico del sistema maggioritario; e, ancora, i calcoli strumentali dei vari schieramenti, sotto sotto persuasi che, con questo o quel marchingegno, si riesca a garantire una maggioranza a chi magari maggioritario non è.
Supponiamo ora, ragionevolmente, che le prossime elezioni siano vinte dagli avversari dell’attuale legge, e cioè dal centro-sinistra magari con il concorso del centro. A quel punto, la via maestra – e cioè la radicale riforma del “porcellum” – appare quella suggerita dall’attuale movimento referendario. Nella triplice direzione dell’abolizione del premio di maggioranza, del ritorno al sistema delle preferenze e, infine, dell’introduzione dello sbarramento (e dell’impossibilità di superarlo con liste che non siano rappresentative di “partiti veri”). Avremmo, così, il sistema tedesco: senza i collegi uninominali, ma con le preferenze.
Ora, paradossalmente, è proprio quest’ultimo il punto debole dello schema e, attenzione, proprio nella logica del “diritto di scelta”. Perché il sistema della preferenza unica (che di questo si tratta) ha dato pessima prova di sé a livello di elezioni locali: consacrando l’emergere di infiniti caciccati, in una competizione in cui a prevalere è quasi sempre la forza del potere e del danaro e in cui i rapporti tra politici e cittadini non prevedono vincoli verificabili legati alla rappresentanza territoriale, ma sono semplicemente quelli di un clientelismo diffuso.
E, allora, se obbiettivo primario della riforma è, come ci sentiamo dire ogni giorno, appunto il diritto di scelta (“un parlamento di eletti e non di nominati”) questo diritto può essere esercitato al meglio solo in un contesto uninominale. Ma di che tipo?
Scordiamoci del “mattarellum” e dei suoi frutti bacati: un parlamento di nominati, e la moltiplicazione di partiti immaginari quanto famelici. Per guardare, invece, con interesse al modello francese e ai suoi indubbi meriti: il radicamento degli eletti nel territorio, con un rapporto estremamente funzionale con gli abitanti del medesimo; il susseguirsi coerente di una prima fase in cui “si sceglie” (il candidato più vicino ai propri interessi e alla propria sensibilità politica) e di una seconda in cui “si elimina” (e cioè si fa blocco per sbarrare la strada al rappresentante dello schieramento avverso). E però questa capacità di utilizzare il sistema al meglio si acquisisce con il tempo, mentre le controindicazioni del modello sono percepibili immediatamente (brutale e pressoché totale eliminazione dalla rappresentanza sia dei partiti piccoli che di quelli fuori dalle coalizioni o perché estremi o perché a vocazione terza forzista, con annesso fortissimo premio di maggioranza alle due formazioni maggiori). Detto con chiarezza, questo sistema andrebbe bene solo al Pd e magari al Pdl; che però lo rifiuta perché convinto che in un sistema a doppio turno gli elettori del centro-destra resterebbero a casa in occasione del ballottaggio.
E allora? E allora un possibile accordo potrebbe aversi solo su sistemi diciamo così ibridi. Di cui, allo stato, sembra praticabile quello oggi in atto per le provinciali (ma, ai tempi della prima repubblica, utilizzato per le elezioni senatoriali): un sistema di votazione di tipo uninominale con un sistema di attribuzione dei seggi di tipo proporzionale
In questo senso, una soluzione equilibrata e, tra l’altro, rispettosa delle indicazioni date in questi mesi alla pubblica opinione (“mai più premi di maggioranza; mai più un Parlamento di nominati”).
Potrebbe anche darsi, però (al peggio non c’è mai limite) che, al dunque, prevalgano i tormenti interni al Pd e, allora, un po’ di mattarellum per dare qualche soddisfazione ai veltroniani, una qualche quota proporzionale per non fare soffrire Casini e magari il fantomatico “diritto di tribuna”per tenersi buono Vendola rimandando i diritti degli elettori alle virtù taumaturgiche delle primarie. E, allora, non ci resta che sperare nel meno peggio.
Alberto Benzoni (avantidelladomenica.it)

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